Vogliamo insistere sulle considerazioni generali del nostro precedente appello dato che molti di voi lo hanno letto e che i più coinvolti hanno anche sottoscritto. Ci sembra ora il momento di mettere a punto una riflessione su problemi molto concreti che nascono da un disagio che, negli anni, è andato via via lievitando per scarsa comprensione dei meccanismi di funzionamento dell’ambiente rilevante oltre che per negligenza.

La ricerca italiana, sia di base che tecnologica, che pure ha avuto punte di grande risonanza internazionale per buona parte del XX secolo[1] e negli anni della ricostruzione postbellica, ha “subìto” nell’ultimo ventennio un progressivo calo dell’attenzione politica. Di questo hanno sofferto sia i programmi che i ricercatori e anche gli studenti, in parte non trascurabile per la diminuzione delle risorse ad essi destinate sia negli investimenti pubblici che in quelli privati, in parte anche per la sofferta e arbitraria diminuzione delle opportunità di lavoro, con conseguente emigrazione verso amministrazioni estere più sensibili ai veri motori dello sviluppo culturale ed economico; e bisogna riflettere al fatto che la “fuga dei cervelli” è una esportazione gratuita che grava però sui nostri bilanci per centinaia di migliaia di euro/cervello. La stessa cultura diffusa del paese ne ha ricevuto un contraccolpo con effetto negativo di subordinazione alle dinamiche del mercato estero nelle scelte riguardanti il welfare.

Non ci sembra eccessivo, perciò, valutare la situazione come molto grave e, nel panorama politico attuale, suscettibile di cambiamenti positivi, giudicare i provvedimenti sinora “subìti” sia emarginanti che marginali. L’errore di prospettiva creato dal recente passato è enorme e può valere quanto una recessione nella più generale crisi economica mondiale.

Il sistema della ricerca, sia quello pubblico con Università ed Enti che quello privato con i (rari!) Laboratori Industriali, soffre di mali che risalgono anche a diverse carenze pregresse e non tempestivamente corrette dalla gestione centrale: conviene che la politica se ne occupi appena possibile e, già da ora, le metta in discussione. Proviamo perciò a tracciare un indice programmatico sommario, dichiarandoci però disponibili e pronti a collaborare con chi voglia trasformarlo in proposte esplicite di provvedimenti legislativi quando un parlamento consapevole ne offra la possibilità.

Dando per scontato che un obiettivo sia quello di raggiungere investimenti confrontabili con quelli pubblici e privati dei più avanzati paesi europei, eventualmente recuperandoli da spese impopolari (come quelle militari, o alla chiesa cattolica o quelle della lauta gestione di organismi politici centrali e locali)  di cui buona parte degli italiani ha avuto modo di percepire il peso, sarà anche opportuno riflettere sugli eccessi dell’apparato burocratico, per snellire molti impacci normativi pur nel rispetto dei controlli di spesa.

Un primo punto riguarda l’assoluta necessità di stabilire un rapporto collaborativo con la comunità confindustriale per concordare con gli imprenditori la reciproca convenienza di specifici investimenti e dell’apertura alle competenze specialistiche nelle funzioni dirigenti: è ormai provato, nei paesi avanzati, che le ricadute della ricerca di base sui prodotti innovativi fanno spesso miracoli.

Un secondo punto riguarda una riforma qualitativa degli insegnamenti scolastici ( e dell’adeguamento delle retribuzioni ai docenti) che consenta l’anticipo consapevole di scelte disciplinari opzionali già nell’arco preuniversitario, rinunciando a ostinati enciclopedismi ormai impossibili.  Così pure, quanto riguarda l’assegnazione e lo svolgimento di tesi di ricerca dovrebbe essere aperto, oltre che agli Enti Pubblici, anche alla ricerca industriale, mediante convenzioni qualificate approvate dagli organismi accademici  preposti alla formazione.

Un terzo punto riguarda la possibilità di immettere a pieno titolo in attività i ricerca i laureati di secondo livello; il che implica una revisione del dottorato dall’attuale funzione di prosecuzione degli studi a una funzione di ricercatore senza obiettivi routinari come lo svolgimento di una tesi ma con l’obiettivo di acquisire titoli con pubblicazioni scientifiche individuali o di gruppo. Questo forse consentirebbe, dopo un breve periodo di godimento di borse, l’immissione per titoli in un ruolo di ricercatore a tempo indeterminato; in alcuni casi, una vera carriera di capaci e meritevoli potrebbe avere inizio già a 26-27 anni e non alle soglie dei 40 anni come ora  accade. I consigli di Dipartimento dovrebbero organizzare collegi di docenti affidabili a cui devolvere il tutoraggio dei neolaureati in questo periodo post laurea sia in gruppi che in collaborazioni con singoli docenti. I titoli acquisiti dal ricercatore sarebbero utilizzati per l’accesso all’ordinariato senza l’inutile parcheggio nel ruolo di associato. Il vantaggio di trasferire le responsabilità a persone qualificate più giovani di quanto non lo siano oggi con la normativa vigente è senza dubbio un progresso.

In vista della programmazione di un rilancio della ricerca, gli aspiranti parlamentari dovrebbero, pur non entrando necessariamente nel merito dei contenuti disciplinari, disporre della documentazione storica di come la cultura e la scienza hanno cambiato le sorti del’umanità. Nella nota (1) abbiamo indicato sommariamente due riferimenti utili a capire la passata presenza e il ruolo degli scienziati italiani nel mondo; pensiamo che questa rappresentazione del passato sia purtroppo un elemento dell’ignoranza diffusa che ostacola le azioni positive di ripresa economica e sociale: questa proposta, apparentemente stravagante ed eccessiva, corrisponderebbe in realtà a fare cultura anche nell’attività politica, ricorrendo a fatti di grande interesse pubblico e non solo a riferimenti ideologici.



[1]  Cf. p.es,: Angelo Guerraggio, Pietro Nastasi, L’Italia degli scienziati, B.Mondadori, 2010; AA.VV. Scienziati d’Italia, Codice 2011

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13 Commenti

  1. Per esempio il sistema olandese in cui negli ultimi anni, oltre ad una componente comune, da un terzo a meta’ del carico curricolare, gli studenti delle superiori possono scegliere, tra corsi specialistici e opzionali, di approfondire piu’ su un fronte che su un altro (cfr: http://www.indire.it/eventi/quandolospazioinsegna/download/Analisi_Olanda.pdf ,in particolare p.8 ). Va anche detto che nel sistema olandese il passaggio da un tipo di scuola ad un altro e’ enormemente piu’ semplice che in Italia, contribuendo cosi’ significativamente a ridurre la dispersione scolastica.

    In ogni caso, le informazioni da altri sistemi educativi esistono. Manca solo la volonta’ politica di affrontare il problema di una riforma del sistema scolastico in senso pragmatico rifacendosi alle migliori esperienze di altri Paesi, invece di riproporre correttivi ideologici ad un impianto che era gia’ vecchio quaranta anni fa.

  2. Non mi convince invece, nel contributo di Bernardini, la proposta di immettere a pieno titolo in attività i ricerca i laureati di secondo livello, giudicando routinario il lavoro per una tesi di dottorato. Mi sembra che costituirebbe non uno ma due passi indietro rispetto ad un allineamento con la prassi dei Paesi con cui ci si dovrebbe/vorrebbe confrontare e con lo stesso mondo del lavoro a livello internazionale. E’ vero che nel passato (pre-dottorato di ricerca) questa era la prassi nell’ universita’ italiana. Ma va anche detto che il prezzo da pagare era divenuto troppo alto: in molti casi durata media dei corsi di laurea quasi raddoppiata rispetto alla durata legale; livelli eccessivi (dal punto di vista delle risorse investite e del ritorno) del drop-out universitario.

    Non credo che sia interesse di nessuno tornare al cattivo tempo antico.

  3. Per la mia esperienza buoni studenti liceali (classico-scientifico) non incontrano particolari problemi all’università. Problemi li causano iscritti con diplomi quinquennali non adeguati i quali in altri paesi non avrebbero, credo, accesso all’università.

  4. L’ omogeneita’ di preparazione nelle diverse scuole superiori (licei inclusi) e’ ormai un mito infranto da almeno 20 anni. Le differenze di preparazione tra studenti di sezioni diverse dello stesso liceo, nella stessa citta’, sono molto maggiori di quelle che ci sono in media tra p.es. un liceo classico e un liceo scientifico.

    Se eliminiamo la “coda” degli ottimi studenti, constato ogni anno che anche la preparazione dei liceali medi lasci molto a desiderare ormai. E questo e’ un problema serio di cui si parla poco. Ma nell’ analizzare i numeri del drop-out universitario dovrebbe avere la sua parte.
    Invece, nel meravigioso mondo della valutazione, il problema sembra che si risolva semplicemente con dei test di ingresso e relativi debiti formativi.

  5. Ma in che modo si eliminano concretamente queste disuguaglianze? In genere le riforme scolastiche dal 1963 in poi hanno penalizzato la qualità della preparazione per l’enorme sforzo di introdurre nella scuola masse da scolarizzare e per assicurare posti a personale docente di basso livello (entrato senza alcun concorso grazie a complicità politiche e sindacali). Se esistono difformità persino tra sezione e sezione e da città a città etc. introdurre maggiore libertà curricolare è una soluzione o acuisce maggiormente i divari esistenti?
    In secondo luogo: a chi verrebbero affidati dei processi di riforma? I sindacati,i politici e le cricche pedagogistiche non sembrano interlocutori credibili e in genere non hanno mai innescato processi virtuosi nella scuola: i primi hanno mirato all’appiattimento e al “dentro tutti”, i secondi ad avere i voti, i terzi a valorizzare della scuola aspetti psicologici, sociali etc. che non hanno in genere nulla a che fare con la qualità della preparazione.

    • Prima di pensare come si interviene si dovrebbe vedere se “sono vere le asserite malattie”. In particolare sarebbe utile verificare se sono vere le seguenti affermazioni:
      1. le riforme scolastiche dal 1963 in poi hanno penalizzato la qualità della preparazione
      2. il personale docente immesso in ruolo è di basso livello
      3. il personale scolastico dal 1963 è entrato in ruolo senza alcun concorso
      La frase finale mi sembra di una tale violenza ideologica che non è neanche commentabile.
      Per favore, abbiamo già dato con l’università e la vicenda anvur, non cominciamo anche con la scuola…

    • @ indrani
      ” le riforme scolastiche dal 1963 in poi hanno penalizzato la qualità della preparazione per l’enorme sforzo di introdurre nella scuola masse da scolarizzare e per assicurare posti a personale docente di basso livello”.
      No.
      Questa è una parte, secondaria e solo marginalmente vera della storia.
      Non dovremmo mai dimenticare la collocazione culturale della popolazione italiana all’inizio del secolo XX: tradizionalmente la cultura in Italia, con particolare riferimento all’alfabetizzazione, è stata dominio di una minoranza esigua, comparabile a quelle di Spagna, Portogallo e Russia, ma incomparabilmente inferiore alle popolazioni del centro-nord europa. Ciò è plausibilmente dovuto da noi al dominio culturale pressoché incontrastato della chiesa cattolica che, diversamente tanto dal protestantesimo quanto dall’ebraismo, non incentivava l’apprendimento della capacità di giudizio autonomo (come esegesi del testo sacro innanzitutto). La necessità di competere con la pressione crescente delle istanze protestanti in paesi cattolici come Francia, Austria e Baviera fece sì che le componenti più retrive del cattolicesimo non avessero la meglio in quei paesi, dove infatti i livelli di alfabetizzazione erano significativamente più alti rispetto ai confratelli meridionali.
      .
      Questa digressione serve per dire che quando nel dopoguerra ci si ritrovò a ricreare, anche culturalmente, una nazione, l’esigenza di colmare il gap quantitativo sul piano della diffusione puramente estensionale della cultura era una priorità (e in gran parte lo è tutt’ora). Culturalmente l’Italia non è oggi e non è mai stata la Germania, e questo dovremmo tenerlo ben presente, se non vogliamo cercare colpe storiche nei luoghi sbagliati.
      Per quanto si possa convenire sull’effetto deleterio di molte istanze di una cultura di massa, non bisogna dimenticare che l’Italia ha una condizione cronica di arretratezza proprio sul semplice piano numerico della diffusione di una cultura di base (si vedano i dati agghiaccianti sul numero di lettori di libri e giornali). Agli italiani, come a tutti i popoli arretrati, è sempre piaciuto gloriarsi delle proprie ‘eccellenze’ (ben prima che il termine divenisse un refrain formigoniano), e questo nelle scienze, naturali ed umane, come nello sport; ma ciò è appunto il contraltare dell’incapacità di creare condizioni di ‘normalità culturale’ (rispettivamente, di ‘educazione fisica’) diffusa. Brechtianamente, siamo tra quei popoli che hanno sempre un disperato bisogno di eroi.

  6. Qualsiasi giudizio dispregiativo e acritico sulla categoria è assolutamente fuori dai miei intenti.
    Semplicemente, lo sforzo unificatorio del Dopoguerra è stato grande e ha avuto i suoi costi. Circa gli insegnanti, ci sono stati storicamente due forme di immissione: uno attraverso il concorso statale, l’altro attraverso canali privilegiati (corsi di ottanta ore con prove finali facilitate, per esempio, oppure sulla base degli anni di supplenza accumulati). Il secondo era un canale “in deroga” attraverso il quale è passato di tutto, mentre il primo nel bene e nel male garantiva un filtro (tra l’altro previsto dalla Costituzione). La situazione attuale è adesso quella di un “tappo” creato dalle immissioni scriteriate di quegli anni da una parte e dalla volontà governativa di dequalificare l’istruzione pubblica con continui tagli dall’altra. In questo scenario i margini per riforme serie mi sembrano inesistenti.

    • @ indrani
      No. I margini per riforme serie non sono inesistenti. I problemi esistono ma non sono appiattibili sui punti “scolarizzazione di massa/sindacati/pedagogisti”. Questo e’ fare di tutta ‘ erba un fascio come nella migliore tradizione della (non disinteressata) critica neo-liberista all’ istruzione pubblica.

      Solo che, per la scuola come per l’ universita’, non esistono riforme a costo zero che possano innalzare la qualita’.

      E la qualita’ non dipende solo dai canali di accesso (il mito del concorso che premierebbe l’ eccellenza una volta per tutte e’ veramente duro da sradicare!). Dipende molto di piu’ dall’ esistenza di incentivi (anche economici, non e’ una brutta parola) per il miglioramento. Perche’ non chedersi/chiedere quanto il MIUR investe in aggiornamento degli insegnanti ? La risposta e’ sconfortante: praticamente zero. Non solo l’ aggiornamento viene lasciato al “fai-da-te”. Ma anche questo non viene ne’ incentivato ne’ premiato.

      Inutile nascondersi dietro un dito. Esiste una gerarchia di responsabilita’. Ma di gran lunga la prima e’ politica. E, soprattutto in questo momento, non investire nel miglioramento del sistema formativo e’ la peggiore delle politiche possibili. Sottolineo che ho scritto *investire*.
      Di tutto il reso si potra’ parlare solo *dopo* aver sanato l’ attuale situazione di disinvestimento nell’ edcazione e formazione.

  7. Ho trovato molto interessante, anche sul tema dei rapporti tra ricerca e politica, l’editoriale di Giorgio Israel sul Messaggero del 4 gennaio scorso, dal titolo “Meno retorica e più proposte, o la ricerca non ha futuro”, consultabile anche al link http://www.flcgil.it/rassegna-stampa/nazionale/meno-retorica-e-piu-proposte-o-la-ricerca-non-ha-futuro.flc
    Il Prof. Israel nota, tra l’altro, che «è invalsa l’abitudine di confondere la “ricerca” con l’“innovazione tecnologica”. È una confusione grave che svaluta il ruolo della ricerca di base e viene alimentata con il luogo comune degli scienziati che devono rendersi utili scendendo dalla “torre d’avorio”. Ci si può chiudere in una “torre d’avorio” anche confinandosi in visioni praticone […] Purtroppo pulpiti autorevoli si concedono il vezzo di discriminare le ricerche con il criterio “a che serve?” […] La ricerca di base va sostenuta senza pretendere ricadute tecnologiche immediate. È necessario pensare alla formazione di persone capaci di stabilire un rapporto diretto con le aziende e che completino la preparazione universitaria con stage aziendali. Ma sarebbe irresponsabile pensare che questo possa esaurire la formazione dei ricercatori scientifici. Purtroppo si sente parlare di un’università interamente funzionalizzata alle esigenze delle imprese del territorio, una sorta di superliceo per la formazione di quadri aziendali […] un simile indirizzo rischia di confinare la ricerca scientifica a tematiche marginali».
    Mi sembrano affermazioni del tutto condivisibili.
    Per questo, in un’ideale gerarchia dei punti strategici di un “indice programmatico sommario”, tenderei a non collocare al primo posto “l’assoluta necessità di stabilire un rapporto collaborativo con la comunità confindustriale per concordare con gli imprenditori la reciproca convenienza di specifici investimenti e dell’apertura alle competenze specialistiche nelle funzioni dirigenti”.

  8. Concordo con JUS totalmente. Concordo (è ovvio) sulla necessità di spendere per l’istruzione!
    Però, da non liberista (né neoliberista) continuo a vedere una situazione che sta penalizzando i laureati giovani e qualificati quando nei decenni passati molti sono stati immessi grazie a corsie preferenziali. Indico alcune cose folli: 1) un laureato in lingue NON può insegnare lingue alle scuole elementari. Viceversa, 80 ore di corso di aggiornamento hanno abilitato diplomati magistrali a farlo. 2) Quando una scuola va sotto i cinquecento iscritti perde il preside. Di conseguenza si creano istituti giganteschi (con 1000 studenti e più), con sedi distaccate, situazioni fuori controllo etc. Quando non si riesce a ragionare neppure su questi requisiti minimi di qualità e buon senso la fiducia nelle grandi riforme cade e si ha anzi l’impressione che esse siano un vuoto feticcio dietro al quale si muovono interessi poco chiari, come quelli che Israel sottolinea molto bene nei suoi vari interventi.

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