“Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura” Così iniziavano invariabilmente le peripezie dello storico personaggio sul Corriere del Piccoli, che finivano sempre con la sorprendente vincita di un assegno da “un milione” (poi divenuto miliardo a seguito della cronica svalutazione della Lira). Tutte le volte che mi occupo di assegnisti di ricerca mi torna in mente questo personaggio dei fumetti. La legge Gelmini è del 2010 e, quindi, il problema del limite di quattro anni degli assegnisti sta per esplodere e per diventare un caso sociale. Che faranno i nostri assistenti/assegnisti al raggiungimento del quarto anno? “Qui comincia l’avventura …”
Qui comincia l’avventura del Signor Bonaventura.
Così iniziavano invariabilmente le peripezie dello storico personaggio sul Corriere del Piccoli, che finivano sempre con la sorprendente vincita di un assegno da “un milione” (poi divenuto miliardo a seguito della cronica svalutazione della Lira).
Tutte le volte che mi occupo di assegnisti di ricerca mi torna in mente questo personaggio dei fumetti.
Mi chiedo come mai il termine assegno sia diventato sinonimo di contratto di ricerca, e perché assegnista sia diventato la versione moderna dell’assistente alla ricerca. Si tratta di aberrazioni del burocratese che ormai attanaglia la nostra lingua.
Purtroppo per gli assegnisti, il milione di lire è rimasto milione e poi, con la conversione in Euro, è diventato poco più di un migliaio.
La cosa diventa paradossale quando si vuole tradurre in inglese la qualifica di “titolare di assegno di ricerca”: scartata subito la traduzione letterale di “holder of a research cheque“, si opta per “Research fellow” o “Research assistant“.
Non si poteva partire direttamente dall’inglese e tradurlo in Italiano? Saremmo arrivati al termine “assistente”, semplice, comprensibile, chiaro e dignitoso.
Invece ci tocca trascinarci dietro questa strana locuzione da bancari. Ma, si sa, ormai è il Ministero dell’Economia e delle Finanze che si occupa di ricerca e di Università, e anche le parole sono segno dei tempi.
Eppure l’istituzione dell’assegno di ricerca è stata una grande e provvidenziale invenzione.
Nel 1980 era stato istituito in Italia il dottorato di ricerca, con straordinario ritardo rispetto agli altri Paesi. Si era riusciti a farlo partire davvero nel 1983 e già tre anni dopo uscivano dalle Università i dottori di ricerca.
Per dieci anni di questi dottori di ricerca apparentemente non si sapeva cosa farne in Italia: il titolo valeva poco nei concorsi pubblici, paradossalmente anche in quelli universitari, ed era per lo più ignorato nel settore privato.
Si ricorse ad artifici come le borse di studio post-dottorato e, poi, finalmente il Ministro Luigi Berlinguer nel 1997 ebbe l’idea giusta: istituire una forma di contratto per la collaborazione ad attività di ricerca, che fosse semplice e con agevolazioni fiscali.
Così nacquero gli assegni di ricerca ex art. 51, comma 6, della Legge 27 dicembre 1997 n. 449.
Curiosamente la legge trattava di “Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica“, segno che già allora stava iniziando il perverso connubio fra ricerca e fiscalità che in seguito ha generato ben altri mostri.
Nonostante i presupposti, gli assegni di ricerca sono stati una grande cosa.
Poi è arrivata la legge Gelmini e tutto si è complicato. I commi dell’Art. 22 sono un tripudio di regole, regoline e numerologia:
Comma 3 – Gli assegni possono avere una durata compresa tra uno e tre anni, sono rinnovabili e non cumulabili con borse di studio a qualsiasi titolo conferite, ad eccezione di quelle concesse da istituzioni nazionali o straniere utili ad integrare, con soggiorni all’estero, l’attività di ricerca dei titolari. La durata complessiva dei rapporti instaurati ai sensi del presente articolo, compresi gli eventuali rinnovi, non può comunque essere superiore a quattro anni, ad esclusione del periodo in cui l’assegno e’ stato fruito in coincidenza con il dottorato di ricerca, nel limite massimo della durata legale del relativo corso.
Comma 9 – La durata complessiva dei rapporti instaurati con i titolari degli assegni di cui al presente articolo e dei contratti di cui all’articolo 24, intercorsi anche con atenei diversi, statali, non statali o telematici, nonche’ con gli enti di cui al comma 1 del presente articolo, con il medesimo soggetto, non può in ogni caso superare i dodici anni, anche non continuativi. Ai fini della durata dei predetti rapporti non rilevano i periodi trascorsi in aspettativa per maternità o per motivi di salute secondo la normativa vigente.
La legge Gelmini è del 2010 e, quindi, il problema del limite di quattro anni degli assegnisti sta per esplodere e per diventare un caso sociale, come è ben esposto dall’articolo pubblicato da Andrea Gullotta:
I nodi vengono al pettine: i neoesodati
Si stima che l’85% degli assegnisti attualmente in servizio verrà espulso dal sistema nei prossimi due anni, anche perché i posti di ricercatore a tempo determinato sono soggetti a severe limitazioni e a un burocratico sistema di programmazione, i progetti SIR sono dati per dispersi e, in ogni caso, sarebbero del tutto insufficienti, così come drammaticamente insufficienti sono le Starting Grant dell’ERC.
Che faranno i nostri assistenti/assegnisti al raggiungimento del quarto anno?
Qui comincia l’avventura …
Firenze, 18 novembre 2014
Nicola Casagli
P.S. Proposta di modifica dell’Art. 9 della Costituzione:
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica, per una durata complessiva non superiore a quattro anni, ad esclusione del periodo del dottorato di ricerca, nel limite massimo della durata legale del relativo corso, e in ogni caso non può superare i dodici anni, anche non continuativi, considerando i rapporti intercorsi con atenei diversi, statali, non statali o telematici.



“Assegno” è la migliore traduzione italiana di “fellowship”, posto che uno non sia così ristretto di vedute da pensare solo all’assegno bancario.
Peraltro, nel caso in oggetto, vi sono diversi elementi sostanziali rilevanti che si intrecciano.
Mi sarei aspettato che venisse posta in questione la natura di contratto atipico degli assegni nostrani, laddove nei principali Paesi del mondo un Research Assistant è un “normale” lavoratore dipendente (a tempo determinato), esattamente come da noi un Ricercatore di tipo A o di tipo B.
Comunque, anche sul punto “focale” in questione nell’articolo, si discute troppo leggermente: porre un limite temporale ai contratti post-dottorato è una pratica che – in una forma o nell’altra – esiste dappertutto. Non si può pensare solo agli assegnisti esistenti, ci sono anche i più giovani, neodottori di ricerca, che vanno considerati.
Research fellow, Research Assistant, Academic fellow, Assistant Professor, Teaching Fellow, etc.. sono nomi che sono declinati in modo diverso in universita’ diverse nel mondo anglosassone. Inutile cercare una corrispondenza diretta.
Molto dipende anche da dove vengono i soldi, ma di solito sono tutte a termine.
Uno che ha ricoperto per molti anni simili posizioni deve avere una giustificazione molto solida altrimenti nessuno lo prende in considerazione per altre posizioni.
Ma nel mondo anglosassone generalmente si va avanti per merito (e anche con un po’ di fortuna), diverso e’ per l’Italia.
Non so se sia una pratica che esiste dappertutto, ma codificarla e contemporaneamente chiudere il rubinetto del reclutamento mi ricorda “Non si uccidono così anche i cavalli?” di S. Pollak

http://it.wikipedia.org/wiki/Non_si_uccidono_cos%C3%AC_anche_i_cavalli%3F
Caro Renzo, non sono certo che ci sia un problema di ristrettezza di vedute come lei sostiene. Mi sembra invece che il termine “assegnista”, introdotto dalla legge Gelmini, rimandi solo all’aspetto amministrativo (la spesa) mentre il termine “postdoc” usato nel mondo anglosassone rimanda al fatto che si sia titolari di un titolo di dottorato. In ogni modo, in quel sistema, una persona non viene chiamata ne’ fellowship ne’ assegno, ma piuttosto fellow, researcher, postdoc, ecc.; non e’ lo stesso.
>Che faranno i nostri assistenti/assegnisti al raggiungimento del quarto anno?
Si troveranno un altro lavoro o piu’ probabilmente andranno all’estero.
Mi dispiace per il cinismo, ma e’ giusto cosi’.
Nella piu’ rosea delle ipotesi, meno della meta’ degli assegnisti potra’ trovare posto nelle universita’ italiane.
Inutile illudere ancora le persone, l’assegno di ricerca e’ e deve essere temporaneo. Se in 4 anni (+3 di dottorato) non si riesce ad emergere meglio iniziare a guardare altrove.
Spero vivamente che non venga mai data una proroga, per il bene degli assegnisti stessi.
Giusto per essere precisi, il database del cineca ci dice che esistono 15091 “titolari di assegno di ricerca” nelle universita’ statali.
De Nicolao ha espresso il giusto concetto…. in Italia non è possibile emergere non c’è reclutamento quindi il suo discorso non lo prendo nemmeno in considerazione…..
Se pure vinci un SIR o un ERC (cosa che secondo me equivale a emergere) rischi seriamente di rimanere precario, e di cadere nella mannaia di questi limiti.
Lei è un assegnista di ricerca o è emerso per chiari meriti verso il genere umano???
Ecco, a me che sono andato all’estero sta cosa dell”assegno di ricerca” continua a rovinarmi.
Ho finalmente passato un concorso per la famigerata “entrata in ruolo” in Francia e per decidere lo scalino iniziale mi chiedono i contratti pregressi.
Ecco che in Italia siamo ben attenti a chiamarlo “assegno di ricerca” (e non contratto di lavoro), a specificare che si tratta di un rapporto “non subordinato, senza vincoli di orario”, che, non sia mai, è “di diritto privato”…
Ecco che in Francia quello che in Italia è considerata la forma ufficiale di post-doc non mi vale piu un c–…. posso dirlo..? si lo dico, un cazzo, ed ora devo ripartire da zero.. tutto per l’ipocrisia italiana. .ma perché deve essere “di diritto privato” (ho lavorato per un’università pubblica!), “non subordinato” (ma va là!!), senza vincoli di orario (quanti week end e serate passate ad elaborare dati!).
” Non si può pensare solo agli assegnisti esistenti, ci sono anche i più giovani, neodottori di ricerca, che vanno considerati.” …. Secondo me non si pensa ne’ a quelli esistenti ne’ ai futuri..
Non sono sicuro che un limite di rinnovabilità alle posizioni post-dottorato esista ovunque ma magari mi sbaglio. Quando ho sottoscritto il mio contratto in svizzera non ho trovato riferimenti in proposito, e non è un contratto a tempo indeterminato.
Secondo me sarebbe almeno auspicabile una sospensione di questo limite, ho letto che anche FLC CGIL sembra proporre questa idea.
Sono convinto mettere un limite temporale possa essere una buona cosa per evitare la creazione di false illusioni e un reclutamento legato semplicemente all’anzianità.
Ma questo limite è sensato solo se le persone capaci hanno almeno qualche possibilità di entrare nel sistema.. altrimenti è una macelleria.. facciamo fuori i vecchi precari per reclutarne nuovi… e poi si ricomincia.
Ad oggi non ho visto grandi cambiamenti nel mondo accademico, solo una diminuzione delle posizioni….
Quanto a concorsi di cui si intuisce bene il vincitore… e cose simili.. tutto come prima.
Attenzione la condanna dell’EU riguarda i precari della scuola i quali hanno per anni coperto “a supplenza” posti che in realta’ era stabili e che quindi andavano banditi come posti di ruolo.
Per l’universita’ questo principio si puo’ (potra’) applicare agli RTD, i quali ricoprono per contratto un carico didattico che nella maggiorparte dei casi resta anche dopo la scadenza del loro contratto.
Ma chiaramente non agli assegni di ricerca i quali per loro natura non coprono la mancanza di posti di ruolo ma solo progetti di ricerca temporanei ed individuali.
quando un concetto giuridico straniero entra in Italia diventa una cosa precaria, inutile e che non si può far valere neppure per il futuro.
qualsiasi cosa il Parlamento italiano tocca diventa precario, una sorta di Re Mida al contrario!
ah, ovviamente 4 anni di assegno di ricerca, in un concorso pubblico, cioè della Pubblica Amministrazione, un Ministero, il concorso della scuola superiore ecc… vale ZERO, complimenti Italia!
mi correggo, valgono ZERO!
Ecco cosa dicono le regole della american association of university professors fatte proprie dalla american association of colleges and universities e approvate da molte società scientifiche
Beginning with appointment to the rank of full-time instructor or a higher rank,[5] the probationary
period should not exceed seven years, including within this period full-time service
in all institutions of higher education; but subject to the proviso that when, after a term
of probationary service of more than three years in one or more institutions, a teacher is called
to another institution, it may be agreed in writing that the new appointment is for a probationary
period of not more than four years, even though thereby the person’s total probationary
period in the academic profession is extended beyond the normal maximum of seven
years.[6] Notice should be given at least one year prior to the expiration of the probationary
period if the teacher is not to be continued in service after the expiration of that period…
Naturalmente fatta la legge trovato l’inganno anche in america: la regola non si applica a chi è assunto “part time” come ajunct professor.
mi correggo: adjunct non ajunct
Ma nessuno pensa al futuro? Perdere l’immissione in ruolo di assegnisti e dottorandi significa avere un’università di vecchi rincoglioniti domani. Ma chi ci vuole lavorare in un posto dove il più giovane ha 50 anni,sono tutti depressi, nessuno vuole fare niente, e si aspetta solo il momento di andare in pensione? I professori ordinari cosa stanno facendo contro questa distruzione dell’università? (Posto che gli associati e i ricercatori pensano solo alla propria promozione quindi su di loro non si può contare)
I professori ordinari cosa stanno facendo contro questa distruzione dell’università?
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Nulla (nella maggior parte dei casi). È probabile che, mettendo le cose nella giusta prospettiva, la vera imperdonabile colpa non sia la presunta irrilevanza scientifica e/o fannullaggine quanto piuttosto la nostra ignavia. Naturalmente esistono eccezioni e c’è cerca di opporsi (la stessa iniziativa di Roars può essere letta come un estremo tentativo di denunciare e fermare il disastro in corso), ma siamo alquanto lontani dall’essere una falange pronta a battersi impavidamente per la difesa dell’istituzione e delle sue funzioni civile, culturale e scientifica.
Stiamo morendo: prepariamo giovani per mandarli via o, in alternativa, tagliamo le borse per non doverli assumere. Un mio collega, in un consiglio, esultò pubblicamente perché il dottorando bravo aveva una fonte di reddito e quindi non si sentiva obbligato a impegnarsi per lui.
Qualcosina non sta funzionando.
IMPORTANTE:
http://www.tecnicadellascuola.it/item/7804-la-corte-di-giustizia-europea-da-il-via-libera-alla-stabilizzazione-di-148mila-precari.html
vale anche per li assegnisti?
secondo me no, forse varrà per gli rtd a, comunque noi precari universitari siamo sempre i più sfigati!!!!!!!!!!!
OVVIAMENTE:
http://www.repubblica.it/scuola/2014/11/26/news/scuola_corte_giustizia_europea_precari-101452505/?ref=HREA-1
Ma perché un precario della scuola vale di più di un precario dell’univ.? perché i precari universitari sono sempre figli di un Dio minore?
Giustamente, anche il corriere.it
http://www.corriere.it/scuola/14_novembre_26/precari-scuola-l-italia-condannata-corte-giustizia-ue-180b5628-754e-11e4-b534-c767e84e1e19.shtml
lastampa.it, mette anche il testo della sentenza, all’interno dell’articolo
http://www.lastampa.it/2014/11/26/italia/cronache/scuola-la-corte-ue-boccia-le-supplenze-in-italia-6QYN3ZIb55WSihIfCl6C3H/pagina.html
mi correggo: quello che si trova all’interno dell’articolo di lastampa.it è un comunicato stampa, non la sentenza (che non riesco a trovare).
La sentenza della Corte di Giustizia è qui:
http://www.ilsole24ore.com/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Correlati/Documenti/Norme%20e%20Tributi/2014/11/precari-scuola-sentenza.pdf
So bene che il mal costume italiano ha portato molti a coprire con assegni di ricerca ruoli “superiori”, ma l’assegno nasce come strumento per pagare un ricercatore su un progetto “temporaneo” e “personale”. Gli assegnisti non sono tenuti a fare didattica (e in molti casi e’ infatti vietata o limitata per contratto). Quello che vorrei dire e’ che il fatto che ci sia stato un abuso di questa posizione per la sua “economicita’” non si risolve permettendo di continuare a perpetrare questo abuso all’infinito. Si metta un punto e si inizi ad affontare il problema del futuro di 15 MILA persone.
La soluzione non e’ una proroga, anche se spesso in Italia si pensa di risolvere tutto con le proroghe.
Il dr Bonaventura medio non ha più voglia di ridere nè di far ridere. E’un ricercatore ultra qualificato di 35-40 anni, abilitato alla seconda fascia e all’ennesima proroga preferirebbe un posto di lavoro a tempo indeterminato. Lui di anni di assegno ne ha fatti otto, quattro pre e quattro post Gelmini, più varie borse borsette e collaborazioni. Ma non ci crede più nemmeno lui, e forse questo è il vero problema del dr Bonaventura. Lascerà così posto ai più giovani i quali pensano che un paio di anni di assegno extra consentiranno loro di entrare in accademia.
Finalmente qualcuno scrive chiaramente che non è accettabile quello che sta accadendo in Italia in merito al reclutamento universitario: http://www.repubblica.it/scuola/2014/12/01/news/lettera_ricercatore-101806697/?ref=HRER2-1
La lettera, inviata al Presidente Napolitano, menziona in particolare l’abrogazione del rapporto 1:1 tra RTdb e promozioni ad ordinario ma espone anche altre emergenze che ormai sono strutturali.
Questo è io problema!!!!!!!!!!!!!!1
quando io domando, nei miei vari interventi: “esiste un associato in fuga?
NO!
esiste un ordinario in fuga?
NO!
esiste un ricercatore a tempo indeterminato in fuga?
NO!
esiste un precario (cervello) in fuga?
SIIIIIII!!!!!!!!!!!!!!!
SI, TUTTI I GIORNI!
e allora, cavolo, l’urgenza non è l’ASN che, come già visto, promuove il ric. a tempo ind. ad associato, l’associato ad ordinario, e, in sostanza lascia per strada il 90 % dei precari, per le ragioni dette sopra (nei miei precedenti interventi).
se poi, sono quasi tutti sordi……….
A prescindere da giudizi di merito, il corso degli eventi mostra che l’unica categoria che ha mostrato i denti (i ricercatori sui tetti del 2010) è pure l’unica che, statisticamente parlando, porta a casa qualcosa (una percentuale di promozioni). Senza ricercatori sui tetti non ci sarebbe stato neppure il piano straordinario associati. Chi si è fidato (rettori in testa) delle sorti magnifiche e progressive promesse dai riformatori è rimasto con un pugno di mosche. La nave è destinata agli abissi del mare, ma nel breve periodo chi ha spuntato qualcosina è stata la categoria che, seppur per poco e solo in una sua parte, ha mostrato i muscoli.
@anto scrive:
—
esiste un ricercatore a tempo indeterminato in fuga?
NO!
—
Non so se posso essere definito “in fuga”, comunque l’anno scorso ho lasciato il mio posto da ricercatore italiano a tempo indeterminato per trasferirmi all’estero.
Cordiali saluti
Enrico Scalas
Enrico Scalas:
massimo rispetto, ma quando si parla di precari in fuga, si parla di persone che non hanno mai avuto l’opportunità di firmare un contratto a tempo ind.
riguardo alla Sua posizione, sono sicuro che si farà ( anche ora) valere molto all’estero e l’Italia dovrebbe essere fiera di lei ma anche dispiaciuta di averla fatta partire.
@anto
—
quando si parla di precari in fuga, si parla di persone che non hanno mai avuto l’opportunità di firmare un contratto a tempo ind.
—
concordo e grazie per quanto scritto sopra.
Vorrei qui riprendere brevemente quanto scritto da De Nicolao. Nel 2010, come ricercatori a tempo indeterminato, ci siamo trovati in un’inaspettata posizione di forza, non tanto per via della frequentazione dei tetti, quanto per il fatto che la legge non ci obbligava a tenere lezioni. Avremmo quindi potuto bloccare la didattica degli atenei italiani per un periodo lungo a piacere. Alternativamente il carico didattico dei professori associati e ordinari sarebbe passato a un livello difficilmente sostenibile. Per questo motivo, oltre al famigerato piano straordinario, in vari atenei ci sono state anche “contrattazioni” locali sul carico didattico dei ricercatori.
Il potere contrattuale dei precari della ricerca italiana e’ minore e il rischio di ritorsioni da parte della dirigenza degli atenei e degli enti di ricerca e’ maggiore. Tuttavia tale potere contrattuale non e’ nullo, visto che i bravi ricercatori non crescono sugli alberi.
Cordiali saluti
Enrico Scalas
Il mio riferimento ai “tetti” era ovviamente metaforico. Ho ben presente come il ricorso all'”indisponibilità” colse alla sprovvista vertici politici e accademici che prima di allora non avevano capito che l’intero edificio stava in piedi grazie al volontariato dei ricercatori. Devo anche dire che nel complesso i ricercatori si presero carico di difendere l’intero sistema universitario mentre gli ufficiali e i generali si nascondevano sotto le cattedre oppure trattavano la resa (http://rassegna.unipv.it/bancadati/20101125/SIJ4007.pdf).
Tranne poi piangere lacrime da coccodrillo già a partire dal 2011:
http://www.ntr24.tv/it/news/8737
http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cronaca/2011/27-settembre-2011/allarme-dionigi-nel-2012-fondi-non-copriranno-stipendi-1901654935330.shtml
@De Nicolao
—
Devo anche dire che nel complesso i ricercatori si presero carico di difendere l’intero sistema universitario mentre gli ufficiali e i generali si nascondevano sotto le cattedre oppure trattavano la resa
—
Infatti, ed e’ stata l’ennesima occasione perduta; una mobilitazione piu’ ampia sarebbe stata piu’ efficace.
Mi permetto di intervenire di nuovo per segnalare che ieri Nature ha dedicato un editoriale ai precari della ricerca:
http://www.nature.com/news/harsh-reality-1.16465?WT.mc_id=TWT_NatureNews
Cordiali saluti
Enrico Scalas
prima della cena,
un altro commento:
da un mese fa caldo; nonostante ciò, dato che è siamo a dicembre e l’università è una P.A., è stato acceso il riscaldamento a palla (inutilmente) e si tengono le finestre aperte: quanto spreco!
lo stesso spreco è per i talenti che l’Italia non vuole assorbire e lascia partire…
non trovate?