Buon primo maggio agli insegnanti. E grazie al sindacato dei dirigenti (ANP), che ci ricorda sempre con parole semplici come stanno le cose.


Nuovi fondi europei “di rilevanza strategica” sono in arrivo, scadenze insostenibili per i tempi della collegialità scolastica,  ancora una volta un impaccio per i dirigenti dell’Associazione Nazionale Presidi (ANP). L’Associazione da tempo infatti denuncia l’anacronismo  dei decreti delegati, in contrasto con la nuova visione verticale ed efficiente della scuola dell’autonomia.  Via lacci e lacciuoli  è il consueto adagio che puntella i comunicati del sindacato dei dirigenti, più o meno regolarmente (qui, ad esempio)

“La governance degli organi collegiali della scuola, risalente ai decreti delegati del 1974, va profondamente innovata perché contrasta con le prerogative dirigenziali entrate in vigore, insieme all’autonomia, il 1° settembre 2000.

Che sia la volta buona?”

Troppe responsabilità senza potere, dicono oggi. Obblighi per gli insegnanti solo sulla carta, il loro contratto normativo è vecchio e non al passo dei tempi.  Le 80 ore previste per le attività funzionali non bastano più, vanno aumentate per coprire la formazione imposta dal PNRR su  “aree cruciali per la qualità dell’insegnamento”. Serve, scrivono:

“il riconoscimento contrattuale della formazione come parte integrante e obbligata dell’orario di servizio, con un innalzamento del monte-ore funzionale che tenga conto delle vere esigenze del sistema.

La formazione dei docenti è un investimento per il Paese, non un peso per la categoria.”

I dirigenti fanno appello al Ministro Valditara.

Ricordiamo solo due o tre cose.

  1. Il dirigente scolastico italiano può contare su un salario che è il 100% più alto di qualsiasi docente.
  2. I docenti italiani hanno salari tra i più miseri dell’area OCSE.
  3. La forchetta tra i due salari è tra le più ampie di area OCSE.
  4. Ma soprattutto, ricordiamo che dietro ogni dichiarazione del sindacato dirigenti, espressa in nome di principi impellenti di efficienza e buona amministrazione e con la lingua felpata del riformismo scolastico (responsabilità, formazione necessaria, comunità educante, qualità, innovazione didattica) c’è un preciso modello di scuola, che non cambia.

Il modello è riassumibile con uno slogan su cui ci eravamo già espressi tempo fa, quando i dirigenti pensarono bene di sfruttare l’occasione della crisi pandemica per invocare un cambiamento radicale dell’organizzazione scolastica: Fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo.

Lo riproponiamo, in occasione della festa dei lavoratori. Buon Primo maggio, e buon ripasso.

Associazione Nazionale Presidi: fine della scuola della Costituzione e pieni poteri al capo