Pare non sia possibile, oggi, reperire un documento ministeriale o, a cascata, un qualsiasi documento scolastico senza imbattersi nel termine “personalizzare”, ma capita lo stesso anche a chi si addentra nella letteratura pedagogica o sfoglia le riviste scolastiche. Un imperativo aleggia nel mondo della formazione: bisogna personalizzare!

Secondo i numerosi sostenitori della Personalizzazione, costruire programmazioni e percorsi didattici personalizzati – sagomati, confezionati e cuciti su misura del singolo bambino/studente, a partire dalle sue caratteristiche – è fondamentale.

Oggi non si può non personalizzare: riconoscere ed esaltare le potenzialità e le attitudini del singolo e, al contempo, le fragilità da supportare. Chi non personalizza non è à la page.

L’intera struttura del percorso scolastico (dal Nido alla Secondaria di secondo grado) sembra correre spedita in questa direzione, anche in riferimento alla recentissima introduzione della figura del docente tutor sulla quale, qui, non mi soffermo.

L’epoca della Personalizzazione sembra determinare quindi il tramonto della Classe caratterizzata come gruppo di coetanei chiamato ad affrontare un percorso comune in termini di contenuti (parolaccia da sussurrare sottovoce) e obiettivi essenziali: l’esperienza condivisa della classe sembra essere destinata a disperdersi in mille rivoli, quelli, appunto, che seguono le esigenze del singolo studente a dispetto di un orizzonte di senso comune.

Una Scuola On demand? Vediamo.

Quando mi capita di inciampare, ripetutamente, sulla stessa parola (sia essa “personalizzazione”, “pomodoro”, “innovazione”, “ferro da stiro” e così via, giusto per far comprendere che di ideologico, nel mio discorso, non v’è proprio nulla) comincio ad insospettirmi; se  la parola in questione mi ricompare davanti – facendo capolino dai documenti ufficiali – per più di tre volte il sospetto diventa preoccupazione. In questo caso a preoccuparmi è l’imbarazzante ripresentarsi di “personalizzazione”… sembra non aver alcun pudore questa parola!

Ma chi parla di personalizzazione dei percorsi e dei contenuti a che cosa pensa? Che cosa intende? Ho bisogno di capire e, come mi accade spesso, inizio dalla consultazione dei dizionari:

 

Personalizzare: 1. Conferire carattere personale, adattare all’aspetto, al carattere, alle esigenze o necessità, ai gusti di una persona, o di più persone, ciò che sarebbe comune o tradizionale, convenzionale, standardizzato (pensiamo al linguaggio pubblicitario: accessori che personalizzano la nostra automobile). 2. Rendere personale, attribuire o rivolgere a singole persone ciò che dovrebbe o potrebbe essere collettivo. 3. Conferire carattere personale, concreto e individuale, a ciò che è generale e astratto…

 

Se considero, e decido di farlo, il primo sinonimo di “personalizzare” scopro che è “individualizzare”: 1. Considerare o presentare un fatto, un fenomeno nella propria singolarità. 2. Adattare ai singoli individui, alle esigenze e capacità del singolo. 3. Distinguere nettamente dagli altri le caratteristiche del singolo.

Entrambe le definizioni sono state estrapolate – sintetizzandole – dal Dizionario Treccani della lingua italiana.

Mi chiedo: nell’ambito scolastico – parliamo di istruzione, quindi – chi dovrebbe compiere l’azione di personalizzare? E che cosa, nello specifico, dovrebbe venir personalizzato? Lascio per il momento da parte, per comodità ed economia del discorso, la questione del come dovrebbe venir personalizzato ciò che si presume debba esserlo.

Sul chi: mi pare di capire che gli indizi portino tutti verso un soggetto: il docente. Egli, riconoscendo le peculiarità dei propri studenti, dovrebbe strutturare la sua programmazione (ed ogni lezione) sforzandosi di personalizzare i contenuti disciplinari e preoccupandosi di adattarli alle capacità, attitudini, interessi, fragilità dello studente; il docente dovrebbe inoltre conferire carattere di concretezza ai contenuti, anche ai più astratti e, infine – per chiudere il cerchio – il Nostro dovrebbe adattare al singolo ciò che potrebbe essere esperienza collettiva.

Ogni docente, di ogni disciplina, in tutti i momenti dovrebbe impostare la sua azione didattica guizzando agilmente nel liquido amniotico della personalizzazione.

Sul che cosa: a venir personalizzati sono i contenuti disciplinari che sembrano presentarsi – per loro intima natura – astratti, lontani dalle esigenze dello studente, poco attraenti, poco spendibili.

Posso concludere, sintetizzando, in questo modo: nell’epoca della Personalizzazione il compito fondamentale del docente sembra essere quello dell’adattatore di contenuti in funzione delle esigenze/caratteristiche dello studente. Ho promesso di non soffermarmi sul come avvenga il processo di personalizzazione e rispetterò la promessa.

Pongo due domande:

1.Nell’ambito dell’istruzione, della formazione (intesa come Bildung) è legittimo concepire la personalizzazione come azione compiuta dal docente verso lo studente? Durante una qualsiasi lezione di una qualsiasi disciplina non accade continuamente che quanto viene insegnato, condiviso, venga personalizzato, simultaneamente, dallo studente?

Siparietto con telecronaca: Il Docente A spiega alla classe B Leopardi. La classe B è composta da 23 studenti (23 singolarità che, insieme, formano qualcosa di nuovo, unico, la classe, quella classe, la 4^Z). Sabato 29 maggio, ore 12.44: il Docente A legge una pagina dello Zibaldone alla 4^Z. Fa caldo, sono tutti stremati – lui più di tutti – ma il pessimismo cosmico reclama la scena così la lettura si fa accorata, l’analisi del testo intesa, il tentativo di salvare l’amato Giacomo disperato. Suona la campanella e i 23 studenti della 4^Z filano via chi scrollandosi di dosso quel grammo di pessimismo che s’era accidentalmente posato sulla spalla, chi trascinando alla fermata del tram un leopardiano magone.

Chissà cosa sarà capitato in quei 50’, chissà come quei 23 studenti avranno personalizzato – ciascuno da sé e insieme ai compagni – quella pagina. Ma la personalizzazione sarà necessariamente avvenuta perché – guarda che gran scoperta – gli studenti sono persone! Non che il nostro Docente A non sia una persona (anche se qualcuno dei 23 nutre fondati dubbi), ma pure loro – nonostante gli ormoni – sono persone e, quindi, personalizzano tutto quanto ascoltano, tutto quanto gli capita sotto il naso. Non è il docente che deve personalizzare i contenuti attraverso mirabolanti strategie; egli porge i contenuti alla classe, nel miglior modo possibile: cercando la chiarezza, la precisione, il rigore, curando le parole, articolando i passaggi, ma, essendo una persona pure lui, certamente il docente veicolerà la sua storia, le sue esperienze, il suo vissuto, il suo itinerario formativo, le sue prospettive con la voce, il corpo, lo sguardo… Leopardi, volente o nolente, è il Leopardi del Docente A che, guarda caso, è un persona e, quindi, personalizza quanto insegna. Lo studente, pure lui una persona, personalizza quanto “riceve”. E la classe, la nostra 4^Z, è amalgama viva di persone che – attraverso dinamiche collettive imponderabili – personalizza la lezione. A scuola, insomma, non si può evitare di personalizzare perché sia chi insegna che chi impara è persona.

Quanto non si può fare (e non si dovrebbe fare per evitare il rischio di cadere in riduzionismi perniciosi) è tentare di formalizzare la personalizzazione, di trattarla come fosse una strategia di profilazione del prodotto (il contenuto) al fine di renderlo adatto e attraente per l’utente (lo studente). Chi così opera – profilando e confezionando contenuti su misura del Singolo – svilirà la sua materia e, al di là delle sue intenzioni, danneggerà la classe come corpo sociale e perfino quel Singolo che ritiene illusoriamente di avvantaggiare. Se personalizza il docente per lo studente egli, paradossalmente, sottrae al bambino/ragazzo proprio quel processo (la personalizzazione) a cui tanto sembra tenere.

 

  1. I Contenuti possono/devono venir personalizzati?

I poveri Contenuti. Loro no, non sono persone. Qui casca l’asino (un asino personalizzato?): mi sembra di sentirlo, il Personalizzatore a tutti i costi: “Non puoi insegnare Leopardi (o Pitagora, Picasso, Platone) senza personalizzarli! Mica li puoi somministrare a tutti allo stesso modo. Devi elaborare una strategia per presentare Leopardi nel modo più adeguato affinché ogni studente, ogni singolo, abbia il suo Leopardi, quello adatto a lui/lei!”.

Ma cosa succederà a Leopardi nel momento in cui verrà personalizzato? E che cosa capiterà, di grazia, allo studente che incontrerà un Leopardi su misura?

Ritengo che ad entrambi, Leopardi e lo Studente, capiterà il peggio. E il conto salato, presto o tardi, lo pagheremo tutti.

Siparietto sull’ars topiaria, con immancabile telecronaca: il Personalizzatore entra in scena armato di forbici e cesoie. Deve individualizzare il Contenuto Y per fare in modo che Y risulti adatto, attraente, motivante, digeribile per lo Studente X. Si prodiga dapprima introducendo un bel fil di ferro che possa sagomare la forma di Y, quindi si affatica con le cesoie per potare i rami più duri e capricciosi; con strumenti opportuni elimina i bozzi, le protuberanze e con le forbici, infine, recide i ramoscelli più capricciosi. Ci siamo: Y ora è ben strutturato, addomesticato. Così ridotto non punge più, non crea problemi. Lo Studente X ammira la forma ordinata e disciplinata di Y, ora è così facile da maneggiare, da imparare, da capire. Ci vuole un attimo ed è fatta, è quasi divertente…

Ma la personalizzazione non è una tendenza che si manifesta esclusivamente nel mondo scolastico, al contrario, è una tendenza che pervade la Scuola poiché pervade la società intera. Una società frantumata, parcellizzata. Una società che esalta l’Individuo (un piccolo Narciso ripiegato sempre e solo sui propri bisogni) a discapito di ogni dimensione collettiva: è sufficiente analizzare il mercato televisivo o le dinamiche dei social per averne un assaggio significativo. Siamo tutti clienti di piattaforme dove consumiamo prodotti personalizzati (profilati), siamo tutti connessi virtualmente, ma distanti e incapaci di relazioni autentiche. Nessun Noi, solo innumerevoli Io che non fanno che pretendere che il Mondo vada incontro alle loro esigenze.

E la Scuola? La Scuola segue la corrente, almeno quella scuola che traspare dai  documenti ministeriali e che subisce passivamente tutti i provvedimenti che spingono nella direzione dell’On demand.

Non mi resta che confidare nel nostro ostinato Docente A, con il suo Zibaldone sottobraccio anche alle 12.44 di un sabato di maggio. Confido nel suo ridere alto, sul e oltre il secolo della personalizzazione.

 

“Ridere alto e forte, sopra qualunque cosa, anche innocentissima, con una o due persone, in un caffè, in una conversazione, in via; tutti quelli che vi sentiranno o vedranno rider così, vi rivolgeranno gli occhi, vi guarderanno con rispetto; se parlavano, taceranno, resteranno come mortificati, non ardiranno mai ridere di voi, se prima vi guardavano baldanzosi o superbi, perderanno tutta la loro baldanza e superbia verso di voi. In fine il semplice rider alto vi dà una decisa superiorità sopra tutti gli astanti o circostanti, senza eccezione. Terribile ed awful è la potenza del riso; chi ha coraggio di ridere, è padrone degli altri, come chi ha coraggio di morire.” (Giacomo Leopardi, Zibaldone, 23 settembre 1828)

 

 

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