Un boom di iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni tecnologiche è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima però è la seconda tendenza: la sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa.

Da un lato un boom di iscritti ai test d’ingresso al Politecnico di Milano e una propensione per le lauree di ingegneria o direttamente correlate a una professione definita; dall’altro, un declino delle iscrizioni ai licei, in particolar modo al liceo classico. Alcuni commenti salutano questi dati come espressione di una tendenza positiva verso la “laurea utile”, verso l’abbandono delle propensioni “generaliste”, verso una preparazione corrispondente alle figure richieste dalle aziende. A noi sembra invece che la valutazione vada divisa: ottima è la prima tendenza, perché la rivalutazione delle professioni ingegneristiche e tecnologiche anche a livello della formazione professionale, è essenziale per un paese in via di declino industriale; pessima è la seconda tendenza per motivi che dovrebbe essere superfluo dire. Come può un paese che possiede più della metà dei beni culturali, artistici, architettonici del mondo non preoccuparsi di coltivare un ceto di persone di altissima competenza capace di valorizzare quel patrimonio che, se non altro, ha un enorme potenziale economico? Si badi bene: non si tratta solo della necessità di formare un esercito di archeologi, di restauratori, di persone all’altezza di gestire musei e l’immenso, quando degradato e depredato, patrimonio librario del paese. Si tratta di non disperdere la memoria dell’identità storico-culturale italiana. Come è possibile pensare che il patrimonio culturale del paese possa essere preservato se quasi nessuno conosce più neanche i nomi degli architetti, dei pittori, dei letterati, degli scienziati che l’hanno costruito e finisce col considerarlo un irriconoscibile ciarpame? Il disprezzo dell’umanesimo (anche sul fronte della cultura scientifica!) è la via per il sicuro declino. Ci potremmo fermare qui, ma c’è di peggio. La cultura italiana è stata largamente influenzata dagli assurdi pregiudizi crociani contro le scienze fisico-matematiche e naturali considerate come un cumulo di pseudo-concetti ed è giusto che tale nefasta influenza venga definitamente superata. Ma la via per superarla non è certamente quella di esibire un disprezzo per la cultura definita (anche di recente in un articolo di stampa dedicata a questi) come “debole”, quasi che filosofia, letteratura, scienze umane in generale fossero soltanto chiacchiere vacue incapaci di costruire conoscenza e di stimolare abilità pratiche. La sciagurata diatriba tra le due culture danneggia entrambe. Nella furia di distinguerle, le scienze vengono separate dalla cultura e pensate come mere abilità pratiche, predicando che solo ciò che ha un’utilità diretta vale qualcosa. Non a caso stiamo perdendo il senso della parola “ricerca”, ormai sinonimo di “innovazione tecnologica”. Invece, lo straordinario successo della scienza occidentale è stato fondare la tecnica sulla scienza, creando la “tecnologia”. Tutte le grandi scoperte scientifiche che hanno cambiato il volto del mondo – a partire dal computer digitale – sono frutto di idee teoriche, fondate sulla “scienza di base”. Un grande ingegnere come Leonardo da Vinci ammoniva: «Studia prima la scienza, e poi seguita la pratica, nata da essa scienza. Quelli che s’innamoran di pratica senza scienza son come ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, che mai ha certezza dove si vada». Oggi questo è più vero di ieri. Giorni fa un illustre ingegnere osservava che nel contesto odierno, sempre più complesso e ricco di interrelazioni, servono persone di formazione vasta e aperta, in breve di formazione umanistica, che spesso solo il liceo classico può dare. L’innovazione tecnologica richiede una cultura vasta capace di attingere ai campi più disparati, altro che specializzazione. Mi ha profondamente colpito l’osservazione che ho sentito da diversi ingegneri che le automobili di oggi sono, in fondo, ancora “bricolage” del modello originario, mentre occorrerebbe ripensarne uno nuovo non soltanto in termini tecnici stretti, ma tenendo conto del senso del “trasporto” nella realtà economico-sociale di oggi. Come può farlo questo chi non sappia di economia, di sociologia, di storia? In un’università tecnologica francese mi raccontarono: «Un’importante ditta automobilistica ci chiede come migliorare una difficoltà di carburazione. Un ricercatore elabora un modello e conclude che occorre aumentare di tot millimetri il diametro di un tubo. Cosa di veramente nuovo può venire da questo?». È comprensibile che le imprese abbiano fretta e desiderino un sistema dell’istruzione funzionale alle formazione di addetti. Ma ciò può portare solo al disastro. Nè vale produrre l’esempio di paesi che imboccano questa via: qui il mal comune non è mezzo gaudio. Tanto meno può esserlo in un paese che non solo possiede gran parte del patrimonio culturale e artistico mondiale, ma ha una grande tradizione: aver saputo sintetizzare con successo, dal periodo postunitario, visione umanistica, scientifica e tecnologica. Di tale sintesi è stata espressione l’ingegneria italiana, costellata di grandi personalità che non erano solo “pratici” di prim’ordine, ma scienziati e umanisti. Tale fu Luigi Cremona, matematico puro, fondatore della Scuola di Ingegneria e ministro dell’istruzione. Tale fu Francesco Brioschi. Tale fu Vilfredo Pareto ingegnere ferroviario, imprenditore, e grande teorico dell’economia e della sociologia. Scienziato umanista fu il creatore della plastica Giulio Natta (diplomato in un liceo classico). Questa è la tradizione cui riallacciarsi, invece di credere che sia un progresso distruggere la formazione umanistica classica, proprio mentre viene riscoperta in paesi privi delle nostre tradizioni. Abbiamo bisogno di persone di ampia formazione e capaci di scelte autonome, e non di polli di batteria formati per una sola funzione che, col procedere tumultuoso della tecnologia, potrebbe diventare obsoleta nel giro di poco tempo. Per formare persone del genere serve anche il liceo classico. Chi gioisce per il suo declino ride mentre è segato il ramo su cui sta seduto.

Articolo apparso -in forma leggermente diversa-
su Il Mattino e Il Messaggero, 25 agosto 2013

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27 Commenti

  1. L’Italia è già morta (quanto meno agonizzante), affinché il liceo classico non muoia deve essere riformato (cosa che non è stata capace di fare l’Italia). Dobbiamo smettere di guardare al nostro passato come il migliore dei mondi possibili ed avere il coraggio di cambiare.

  2. In tutta sincerità mi chiedo come una persona colta e preparata come il professor Israel possa essersi lanciato in un siimile panegirico del liceo classico così come attualmente strutturato. Giustamente egli osserva “quasi che filosofia, letteratura, scienze umane in generale fossero soltanto chiacchiere vacue incapaci di costruire conoscenza e di stimolare abilità pratiche” e nel seguito dell’articolo pone la seguente domanda (retorica): “Come può farlo questo chi non sappia di economia, di sociologia, di storia?”.
    Potrei anche concordare, ma mi si dovrebbe allora spiegare quanto di “scienze umane” si insegna attualmente nei nostri licei classici. Quanto poi alla storia ed alla filosofia dovremmo forse interrogarci su come queste siano attualmente insegnate.
    Spiacente, ma forse la cultura – quella vera – non passa più da lì.

  3. La cultura, “quella vera”… Certo, in questi termini, ha ragione. Se la mettiamo nei termini del “così come è attualmente strutturato”, allora non c’ più niente che valga. Ha provato a vedere cos’è il resto? È una delle poche zattere nel disastro generale. Si fa male la filosofia? Almeno se ne fa qualcosa: c’è pure qualche insegnante che fa uso ancora del Lamanna o di qualche altro buon manuale. E almeno le indicazioni nazionali recenti sono accettabili (e non a caso invise a chi vorrebbe farlo fuori, magari anche insieme allo scientifico). Tutti coloro che hanno avuto esperienze al riguardo sono d’accordo nel dire che il classico è ancora l’unico liceo dove sopravvive (sia pur difficilmente) un’idea di studio.

  4. Nella vita ho incontrato moltissime persone con le quali ho scambiato idee. Sarà un caso, ma gli interlocutori che ho apprezzato maggiormente erano quelli che avevano avuto una formazione classica. Ed è forse vero che i licei (classico e scientifico) sono gli unici oggetti non ancora travolti dalla piena dell’ignoranza che sta sommergendo tutto il Paese. Continuando così, scompariranno anche essi.

  5. Articolo vero e molto triste. Ma in un paese che sta tentando in tutti i modi di rinnegare le proprie radici in nome di….boh, non so bene in nome di cosa…la crisi del liceo classico era inevitabile, anzi non mi stupirei se fosse stata programmata a tavolino

  6. Vorrei portare l’esperienza di attuale studente di fisica, innamorato di letteratura ed arte. Molti miei colleghi amano la letteratura e l’arte e sono tra i pochi conoscenti con cui condivido questa passione. Tra l’altro ho assistito a diverse lezioni, soprattutto teoriche, in cui il professore usava la filosofia, la letteratura e la storia per farci comprendere meglio concetti di fisica. Dal punto di vista di molti scienziati, almeno quelli italiani, le discipline scientifiche e umanistiche si mescolano profondamente.
    Ho trovato maggiore freddezza su questi argomenti da parte degli ingegneri conosciuti.

  7. Concordo pienamente con il contenuto dell’articolo. A me sembra fondamentale che non si perda mai di vista il fatto che la conoscenza è una sola, la divisione rigida fra sapere scientifico e sapere umanistico (“le due culture”) è artificiosa e ben più che inutile è dannosa. Io insegno una materia economica, ma come il docente di fisica rammentato in un precedente commento, vedo che il riferimento a esempi e illustrazioni tratti dalla letteratura, dalla storia, dalla filosofia aiutano immensamente gli studenti. Certo, per fare un esempio, chi di loro non ha fatto il liceo classico ha difficoltà a capire cosa si intende quando si dice che un problema è tragico, o perche the tragedy of the commons si chiama così. E dunque, proprio nell’interesse dell’apprendimento delle scienze, sociali in questo caso, si deve difendere un’istituzione che aiuta a formare studenti dalla mentalità flessibile e aperta, con una robusta dotazione di negative capability che permetta loro di capire le contraddizioni della società, che il mondo non è bianco e nero, che, come si dice nell’articolo, le competenze richieste cambiano continuamente, e quindi quello che conta non è saper fare qualcosa, ma saper continuamente reimparare una cosa nuova da fare. Va da sè, poi, che il rigore del pensiero scientifico non può certo danneggiare l’apprendimento umanistico, e che i benefici vanno nelle due direzioni. Qualche volta, i miei studenti usano la loro preparazione umanistica come una scusa: professore, ho fatto il classico, tutti questi grafici non ci capisco niente … E io rispondo che anche io ho fatto il classico, per cui la loro scusa non vale: dopo Tucidide niente può spaventare. Ma è evidente che è stata inculcata da qualche parte o è stata respirata una visione dicotomica del sapere che non può che essere nociva.

  8. Non condivido assolutamente con l’articolo. Anche se lo si cerca di negare o se solo recentemente c’è stata un’inversione di tendenza. la cultura scientifica in Italia è secondaria. Tutto ciò lo si deduce da molti fattori. In primis l’ostracismo che spesso vi è delle conoscenze scientifiche, relegate come tecniche o fredde, sentimento che accompagna ancora l maggior parte della popolazione nel suo rapporto con il digitale e PC. A questo proposito, bisognerebbe ricordare una frase di Feynman in “sei pezzi facili” (http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/) su quanto in realtà tali materie non siano asettiche. In secondo luogo, il liceo scientifico sta ora diventando liceo scientifico, in quanto prima, e un po’ tuttora, l’insieme delle materie umanistiche superava di gran lunga il monte ore di quelle scientifiche, così che, a fronte di una minor concentrazione rispetto al liceo classico, la sopracitata cultura è ampiamente introdotta e l’approfondimento è spesso ben accolto e suggerito. Tale situazione non si riscontra nel classico verso le materie scientifiche però.
    Vi sono poi altre due questioni. Primo, come mai la letteratura scientifica come scritti di Galileo, versioni latine di testi scientifici e autori anche in lingua straniera siano ignorati, pur costituendo esempio di letteratura; secondo, invece, non è cultura conoscere l’ultimo artista giapponese o coreano creatore di opere splendide, conoscere diversi pittori, architetti, scrittori e artisti rispetto a quelli nascosti dai libri di testo, specialmente per quello riguarda la cultura orientale?
    Vorrei finire dicendo che poco tempo fa un mio conoscente, docente di matematica, mi ha rivelato come secondo recenti statistiche oltre il 70% delle persone non ha acquisito stabilmente l più elementari nozioni matematiche e geometriche, utili anche solo a sapere quale tra due strade è più corta. Questa è la cultura forse si sta diffondendo..esposta a più persone ma solo temporanea.

  9. Da orientalista le rispondo che nei paesi orientali è vivo il rispetto per le proprie tradizioni classiche e che una persona di buona cultura, p.es. giapponese conosce direttamente i testi della propria tradizione prima di apprezzare quelli dell’ultimo scrittore spagnolo creatore di opere splendide che ovviamente non comparirà sui testi che ha studiato a scuola.

    • Gent.mo Professore Occhiuzzi, io sono fra i fortunati che hanno frequentato (a suo tempo) il classico. Lascio un commento in calce alla sua considerazione perché l’ho trovata onesta e sincera e perché la sento più vicina alle mie idee che nascono da profonde e talvolta dolorose esperienze. Non sono molto aggiornato sui cambiamenti avvenuti da quando ho finito il liceo, ma se non ricordo male anche ai miei tempi si diceva che il liceo era da cambiare e così via. Sinceramente non credo che, per quanti cambiamenti siano avvenuti, sia il caso di intervenire massicciamente sulla preparazione che dà il liceo classico. I motivi che potrei addurre sono moltissimi e, senza falsa retorica (semmai c’è dentro solo un po’ di poesia), mi sento di affermare che, quando vedo un greco (o una greca, naturalmente) quasi lo “amo”, perché lo sento portatore (spesso inconsapevole) di una civiltà profonda ed eccezionale e mi dispiace dal profondo del cuore sapere che in Grecia la situazione sia triste, rattrista molto anche me. E se fosse tutto qui, questa sì, sarebbe retorica. Io sono solo un medico e di questo molta gente sarebbe orgogliosa, forse anche troppo. Ma a me non basta. Certo, non mi dispiace avere una benché minima conoscenza dell’etimologia delle parole e, entrando un po’ di più nel mio privato, potrei essere grato alla lingua greca solo per questo. Non posso dimenticare, per esempio, che solo io, fra i tanti studenti che dovevamo affrontare un esame di medicina (anatomia patologica, non uno scherzo) lo superai solo perché seppi rispondere alla domanda che il prof. andava facendo a tutti: sapere, grazie al greco, la differenza fra cellule epiteliali e cellule epitelioidi fece la differenza. Io solo, ripeto, superai l’esame quel giorno. Onestamente, non c’era molto di più sui libri (e comunque io avevo studiato), ma la differenza, appunto, la fece il mio amato greco. Anche altre volte conoscere l’etimologia delle parole mi ha aiutato. E questo, ho notato, sembra spesso essere, per molti, l’unico aspetto “utile” o interessante della lingua greca, ma ci sono altri aspetti che sono certamente, almeno secondo me (e comunque lo sono stati e ancora lo sono per me) molto più importanti. La lingua greca è stata fondamentale per me soprattutto almeno per un altro aspetto e mi riferisco al “metalinguaggio” che non è un termine poi tanto difficile. E qui viene in aiuto, ancora una volta, la lingua greca: “metà” in greco vuol dire “oltre”. C’è infatti, in tutto ciò che facciamo, un linguaggio che va “oltre” ogni apparenza, è un linguaggio “nascosto” ed è, soprattutto, quello più importante, perché è quello che si riferisce a ciò che è “più importante” in qualsiasi cosa facciamo (per questo preferisco guardare in faccia le persone e scrivere o telefonare mi imbarazza). Quando parliamo, infatti, solo il 7% (se non ricordo male) di ciò che diciamo, viene registrato da chi ci ascolta (qualcosa del genere), ma tutto il resto è affidato al “metalinguaggio” (a ciò che rappresentano per noi ciò che diciamo, ciò che facciamo, ciò che ascoltiamo, ciò che desideriamo ecc.), e tutto ciò, appunto, è più importante della cosa stessa. Se, per esempio, suo figlio le esprime il desiderio di avere un oggetto, probabilmente non è quello che realmente vuole (forse vuole magari “solo” una carezza, magari “virtuale”, ossia non una carezza reale, ma solo un cenno d’affetto sincero). Sarebbe, questo, un discorso lungo, naturalmente, ma ho solo voluto gettare una pietra (e anche questo è, se vogliamo, sarebbe metalinguaggio, perché nella realtà non ho gettato alcuna pietra). Ora, il greco mi ha aiutato molto a capire i significati delle cose che venivano dette o fatte intorno a me e questo spesso mi ha aiutato ad andare avanti, anche in situazioni molto critiche. E spesso partendo, non solo dalla grande cultura che tutti alla Grecia classica riconosciamo, ma dalle parole stesse. Sapere e riconoscere che dietro un’infinità di parole c’è un significato più profondo spinge ad andare alla ricerca delle cose “essenziali”, delle cose “importanti” e questo sì che la fa la differenza, perché si può “fare” (non “essere”, badi bene) il medico o l’ingegnere o si possono avere tutti i soldi o il potere che si vuole, ma se non si è consapevoli di ciò che realmente si è o si vuole, non si sarà mai, non dico felici, ma almeno sereni. Non mi soffermo, infine, per tentare di essere breve, sugli innumerevoli aspetti “culturali” che dà una preparazione del liceo classico. Per dirne solo una, io ho imparato discretamente (quel tanto che mi è piaciuto e bastato) diverse lingue straniere e, per esempio nell’apprendimento della lingua tedesca, è stato utilissima la conoscenza del greco, ma qui si aprirebbe un altro discorso e, visto quanto già ho scritto, non mi pare il caso. Cordiali saluti

  10. Concordo con l’idea che sia indispensabile un indirizzo di scuola superiore umanistica, che fornisca una formazione “vasta e aperta”. Proprio per questo penso che il liceo classico, una scuola molto settoriale, non sia adeguato e non ne rimpiangerei la scomparsa. L’insegnamento che “il classico” fornisce non è adatto all’interpretazione del mondo, mancando totalmente le scienze sociali, l’economia, il diritto, mentre le scienze naturali sono poco considerate e relegate a un ruolo ancillare. Non mi riferisco alle applicazioni tecnologiche: la maggioranza dei diplomati al liceo classico, se non sono spinti a documentarsi da curiosità propria, termina il percorso con un’assoluta ignoranza di quella scienza di base che lei loda nell’articolo. A favore del classico si può dire che fornisce una buona base in alcuni settori importanti – storia, filosofia, letteratura, storia dell’arte – ma un terzo delle ore totali è dedicato alle lettere classiche, ore che potrebbero essere dimezzate (o cancellate?) a favore delle scienze umane e magari di una seconda lingua straniera.
    La maggioranza delle considerazioni fatte vale anche anche per il liceo “scientifico” (un mal riuscito e datato tentativo di correggere il liceo classico).
    Aggiungo che il peccato più grave del liceo classico è, secondo me, quello perpetrare quell’immagine comune che ritiene la scienza cosa altra dalla cultura. E’ un’immagine talmente diffusa che la vedo trasparire anche dal suo articolo che la critica: in più punti lei identifica la scienza con la pratica e la capacità di interpretare il mondo con la formazione storico-letteraria del liceo classico, fino al punto di attribuire i meriti delle scienze umane e della ricerca di base agli studi classici, un errore che non può che nascere da un pregiudizio. Questo pregiudizio, comune fra chi si è formato al liceo classico, è uguale e speculare a quello di coloro che disprezzano la cultura umanistica perchè “inutile”, “sterile” e “priva di applicazioni”. Finchè il dibattito culturale sarà monopolizzato da questi due schieramenti, non c’è speranza che la scuola italiana venga riformata per fornire una formazione completa e critica.

  11. Ma come potrei indulgere alla contrapposizione tra le due culture? Sono un matematico… Semplicemente mi ritrovo nella frase di Federigo Enriques che disse di essere diventato matematico “per un’infezione filosofica liceale”. Non ho affatto identificato la scienza con la capacità di… ma penso che sia un errore capitale immaginare che si possa fare a meno di una visione umanistica e filosofica nella scienza. Lo scienziati che pensano questo sono tutti dei mediocri, come sono ridicoli quei letterati che si vantano di non saper contare. Ho scritto un capitolo intero di un libro contro il danno fatto da Croce nella sua polemica antiscientifica. Figuriamoci…

  12. non sono un professore ne tantomeno uno studioso ma semplicemente una mamma con tre figlie in età scolare (la prima all’università, la seconda alle superiori e l’ultima in terza media)con l’eterno dilemma: dove le iscrivo? che percorso di studi?
    sono diplomata al liceo classico (secoli fa oramai!)e ho amato i miei studi moltissimo ma concordo con chi ha evidenziato i limiti oggi di quel tipo di istruzione: possiedo una vasta cultura generale ma pochissimo senso pratico, mi mancano concetti fondamentali ( il classico ne fornisce di basilari) di chimica e fisica; matematica applicata, diritto ed economia assolutamente inesistenti e vi confesso che talvolta faccio fatica perché mi mancano proprio le basi concettuali di quelle materie.
    i pensieri filosofici sono un piacevolissimo disquisire ed io amavo la filosofia e senza dubbio aiutano le capacità logiche: concetti che si susseguono in un pensiero ma si scontrano con la realtà se lasciati a se stessi e non inseriti in un progetto di studio più ampio. il latino ed il greco ci ricordano le nostre radici ed è bene mantenerle ma bisognerebbe anche sottolineare che i pensieri degli studiosi classici sono, oramai, stati tutti tradotti e che i nostri ragazzi faticano a connettersi con altre culture moderne perché non ne conoscono la lingua. l’inglese insegnato a scuola lascia veramente molto a desiderare….
    mi è rimasto impresso , una volta ,il pensiero di un ingegnere civile italiano che si lamentava perché in Italia non lasciano costruire: dovunque ti sposti, diceva, ci sono ruderi romani che non vanno toccati perché ci ricordano i grandi progetti di costruzione del passato…e noi….ingegneri moderni…per che cosa saremo ricordati? cosa lasceremo se non ci fanno costruire?
    tutto questo per dire che, secondo me, da mamma, il sistema scolastico superiore italiano andrebbe rivisto in un percorso di studi unico ( tipo sistema anglosassone ma all’italiana maniera che sottolinei il nostro patrimonio classico) ritornando credo a ciò che era quando esisteva, dopo le medie, il ginnasio ma culturalmente e concettualmente più completo che possa condurre i nostri ragazzi a scegliere un percorso di studi, intorno ai 16anni, preparati in tutte le materie.
    quanti ragazzi oggi escono dal classico e si scontrano con i test di medicina in cui sono previste anche domande di chimica, biologia e quant’altro?

  13. Quello che mi spaventa sono i commenti che ho letto sotto questo articolo. Sul serio. La domanda che più mi ha sconvolta è stata quella di una madre: “dove le iscrivo?”. Dove le iscrive? Semmai loro decidono in base alle loro inclinazioni quale sia il percorso di studi che preferiscono seguire. Non mi si venga a dire che una volta erano i genitori a decidere cosa, come, quando e perchè. Ciò che si fa senza passione, si fa con fatica, si fa male. “L’Italia è morta… Il liceo non forma più…”, ma ci si ferma mai a pensare che se sta andando tutto a rotoli è perchè noi lasciamo che ciò accada? “La società…”, SVEGLIA! La società siamo noi, invece di lamentarci, agiamo!
    Io ho frequentato il liceo classico tradizionale in una piccola città in provincia di Napoli e posso affermare di aver avuto basi eccellenti. Non sono iscritta ad archeologia o a lettere, sono al quinto anno di Chimica e Tecnologie Farmaceutiche (si, ci sono test di ammissione anche qui e, molto probabilmente, sono anche peggio di quelli per medicina. L’unica differenza è che lì si deve giocare con le raccomandazioni!) e, tra le altre cose, mi occupo anche di volontariato. Fatica? Come per qualsiasi altro studente, anzi… meno di quanti provengano dallo scientifico. Il liceo classico prevede nel proprio programma lo studio della chimica organica che non è prevesto altrove. Non parliamo di biologia e scienze della Terra. Dopo il diploma non sapevo cosa fosse un logaritmo, è vero (di matematica non se ne fa troppa e la fisica è affrontata quasi esclusivamente dal punto di vista teorico), ma il primo esame universitario da me sostenuto fu Analisi Matematica I. Nessuna bocciatura e nessun dramma. Il liceo classico mi ha dato la capacità di affrontare seriamente lo studio, mi ha dato la tanto decantata “forma mentis”.
    Fate un favore all’umanità e non scrivete fandonie su quello che devono affrontare i giovani di oggi o su quello che provano, perchè la verità è che non lo sapete. Congetturate e lo fate male.
    Un grazie a coloro che, invece di preoccuparsi del sistema e di migliorare “la società” a partire da se stessi, si sono impegnati a preparare tanti bei discorsi da postare in giro per il web.

    • se non sbaglio il topic qui era come sarebbe l’Italia se dovesse morire il liceo classico considerato il calo di iscrizioni.
      mi sembra chiaro che il liceo classico non morirà perché ci saranno sempre persone, come la studentessa di chimica farmaceutica e me stessa ( anche se anni orsono), che vorranno seguirne il percorso di studi semplicemente perché si sentono inclini a quel tipo di istruzione.
      ma gli studi classici, nel sistema moderno, sono un percorso come un altro non ” il percorso per eccellenza” perché ( e qui ritorno al mio discorso di percorso scolastico a ciclo unico fino almeno ai 16anni) tanti sono gli indirizzi indi le possibilità di scelta soprattutto nelle grandi città dove ci sono tantissime scuole.
      vorrei precisare che due su tre delle mie figlie hanno scelto il loro indirizzo in rispetto delle loro inclinazioni: chi ha scelto le lingue perché vuole lavorare nell’industria turistica, chi invece, l’agroalimentare perché ama la natura e i suoi prodotti e ne vuole conoscere tutti gli aspetti.
      è rimasta l’ultima…..sceglierà ciò che le piacerà e se lo deciderà…ben venga il liceo classico con la sua ” forma mentis”! ne sarei contenta.
      ” i genitori” non scelgono il percorso di studio dei loro ragazzi ma si limitano, con quel poco di esperienza di vita in più che anno ( dovuta ad anni di tribolazioni sul mercato del lavoro e quant’altro) a valutare con criticità e, si spera, ampie vedute il mercato del lavoro : che direzione sta prendendo e cosa potrebbe offrire in futuro condividendone le idee in famiglia.
      il resto poi e cosa vogliono farne della propria vita…è nelle mani delle singole persone.

  14. Ho appena letto queta Lettera e penso che anche se è trascoso qualche mese il tema è ancora attuale purtroppo.

    Giorgio Israel ha fatto bene ad attirare l’attenzione sul Liceo classico e i commenti lo dimostrano. Penso che sia irreversibile che il Liceo classico si trasformi in quanto così come è oggi è difficile che possa essere un riferimeno rispetto alle evoluzioni in atto.

    Naturalmente bisognerebbe essere chiari. Una cosa è l’élite di questo tipo di scuola ed è bene che finisca, altra cosa è il destino della cultura classica nelle evoluzioni in atto che sono certo di tito sociale ma anche tecnologiche.

    Giorgio Israel dovrebbe rispondere del perché solo ora si pone questo tema e in forma così drammatica. La cultura classica è certo fruibile attraverso l’arte, l’archeologia, la filosofia e anche il diritto ma per quanto riguarda le lingue nisba. Si può fare oggi un corso di greco antico? No! Non esiste o almeno se non si hanno risorse economiche adeguate a fare lezioni private.

    Ho presentato un aspetto che non mi pare sia stato trattato. Poiché il Liceo classico è stata una forma di élite si voglia o no è anche odiato.

    • L’introduzione del greco nel Ginnasio è stata fortemente voluta da Wilhelm von Humboldt nell’àmbito della Riforma dell’Istruzione in Prussia del 1812, ispirata ai princìpî del Neoumanesimo, che al posto dell’obiettivo dell’Utile (Comune) poneva il Valore di ciascun Individuo, da formare nell’educazione scolastica senza riguardo a bisogni sociali contingenti: la lingua era considerata come il centro della Persona Umana, per cui l’Uomo realizza sé stesso attraverso un’istruzione linguistica formale. A questo scopo serviva in particolare l’apprendimento delle lingue antiche, soprattutto del greco, perché erano in grado di rappresentare più chiaramente le Strutture del Linguaggio; da ciò von Humboldt traeva la conseguenza che la competenza nelle lingue antiche fosse utile anche ai futuri falegnami e questo è poi rimasto a lungo come postulato teorico. In aggiunta, proprio attraverso la lingua greca lo Studente otteneva concretamente l’accesso a una cultura che era sentita come ideale e fonte di ispirazione intellettuale e artistica in opposizione alla contemporaneità “frammentata, minacciata e antiumana”; il percorso verso la libertà e la capacità di resistere culturalmente alla mera contingenza passerebbe attraverso l’istruzione umanistica: qualsiasi formazione professionale avverrebbe per Humboldt in un momento successivo, comunque la persona adeguatamente formata potrebbe offrire un sovrappiù di servizio alla società grazie alle proprie risorse nella vita lavorativa e perciò nel Ginnasio le lingue antiche erano poste in primo piano. Di fatto, quindi, il Ginnasio prussiano e poi in generale tedesco del XIX. secolo non è stato – contrariamente a un’idea tuttora diffusa anche in Germania – una Scuola di Élite.

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