Il libro di Bénédicte Vidaillet, appena tradotto in italiano, è una lettura davvero urticante. La tesi dell’autrice, psicanalista, studiosa dell’organizzazione del lavoro, è che la valutazione seduce i lavoratori perché promette di colmare la mancanza di gratificazione del lavoratore che crede gli sia stato riconosciuto meno di ciò che merita. La valutazione seduce, secondo Vidallet, perché alimenta dimensioni affettive profonde: l’invidia («emozione dolorosa e violenta che scatta nei confronti di un altro che si ritiene abbia ciò che si vorrebbe ottenere per se stessi»), e il narcisismo, associato alla promessa che la valutazione consenta di differenziarsi da competitori inattivi, fannulloni, stanziali, ristagnanti, regressivi, degenerati. Ma la valutazione funziona come una trappola: lungi dal risolverli, alimenta solo i bisogni che afferma di soddisfare. Pubblichiamo qui la postfazione firmata da Francesca Coin.

B. Vidallet, Valutatemi!, traduzione di Davide Borrelli, Mihaela Gavrila e Angela Pelliccia. Novalogos edizioni, 2018 

Il 13 luglio 2006, Bruno Trentin pubblicava su l’Unità un breve articolo sul concetto di merito, dal titolo «Chi comanda nell’impero della meritocrazia». Si trattava di uno scritto semplice e estremamente lucido che descriveva la meritocrazia come un concetto che diventa dominante nella cultura di sinistra a partire dal 1989. Per Trentin, la valutazione incaricata di premiare il merito descrive la tendenza esistente sin dall’Illuminismo a legittimare «la decisione discrezionale di un governante». La capacità, in altre parole, di affiancare al tradizionale processo di certificazione della qualificazione del lavoro un altro ordine di valori che riflette, in ultima istanza, un potere arbitrario, «il potere indivisibile del padrone o del governante», valorizzando, come fattori determinanti, «criteri come quelli della fedeltà, della lealtà nei confronti del superiore, di obbedienza e, in quel contesto, negli anni del fordismo, dell’anzianità aziendale».

Riprendo questo breve scritto perché secondo me c’è, nello sguardo disincantato del sindacalista Trentin, la capacità di intravedere nella valutazione qualche cosa che molte interpretazioni successive hanno in parte trascurato, l’idea, cioè, che la valutazione debba intendersi, al netto delle interpretazioni estetizzanti che dominano il dibattito contemporaneo, anzitutto come dispositivo squisitamente anti-sindacale. Scriveva Trentin:

«Nella mia storia di sindacalista ho dovuto fare ogni giorno i conti la meritocrazia, e cioè con il ricorso al concetto di «merito», utilizzato (anche in termini salariali) come correttivo di riconoscimento della qualificazione e della competenza dei lavoratori. E, soprattutto negli anni 60 del secolo passato, quando mi sono confrontato con la struttura della retribuzione, alla Fiat e in altre grandi fabbriche e ho scoperto la funzione antisindacale degli «assegni» o «premi» di merito; quando questi, oltre a dividere i lavoratori della stessa qualifica o della stessa mansione, finirono per rappresentare un modo diverso di inquadramento, di promozione e di comando della persona, sanzionato, per gli impiegati, da una divisione normativa, che nulla aveva a che fare con l’efficienza e la funzionalità, ma che sancivano fino agli anni 70 la garanzia del posto di lavoro e quindi la fedeltà all’impresa.»

«Un sistema di inquadramento e di organizzazione del lavoro apertamente alternativo alla qualifica definita dalla contrattazione nazionale e aziendale»: è questa, in ultima istanza, la definizione che Trentin dà del concetto di valutazione, ed è una definizione dalla quale mi piacerebbe partire per leggere il libro di Bénédicte Vidaillet.

La valutazione è un fenomeno trasversale all’organizzazione del lavoro in ogni settore pubblico e privato – con questo monito l’Autrice inizia la sua introduzione, ricordandoci, cioè, che la valutazione, oggi, non è più circoscritta a specifiche professioni, settori o livelli di inquadramento, ma è «letteralmente ovunque» (p. 5). In ogni suo anfratto, il mercato del lavoro odierno struttura la retribuzione a partire da procedure che valutano la prestazione individuale a partire da obiettivi disegnati dall’azienda, che la giudica sulla base di un processo di monitoraggio continuo dei propri dipendenti reso possibile grazie a due fattori principali: il ripiegamento delle finalità delle nuove tecnologie agli obiettivi aziendali e una incessante e pervasiva insistenza, sul piano culturale, sulla valenza universale degli obiettivi d’impresa, quella specie di contro-rivoluzione culturale che, dagli anni Settanta, ha convinto la società tutta che gli obiettivi quantitativi e qualitativi del management, fossero diventati gli obiettivi stessi del lavoro.

Ed è qui che entra in gioco Bénédicte Vidaillet, docente all’Università di Paris Est Créteil (UPEC) e psicanalista, quando cerca di comprendere in quale modo, e soprattutto perché, questo strano processo di identificazione del soggetto produttivo con gli obiettivi del management abbia avuto successo: perché, in altre parole, sia diventato lecito credere che la graduale individualizzazione dei rapporti contrattuali fosse nell’interesse di tutti – lavoratori, contribuenti, utenti e privati. Nelle parole di Vidaillet, il problema principale è precisamente capire «come opera su di noi la valutazione, da dove trae la sua potente suggestione, su quali fonti psichiche agisce e che cosa smuove in noi per farcela desiderare» (p. 15). Una domanda, questa, tanto più importante quanto più, secondo Vidaillet, la valutazione non è neutra ma contribuisce «in gran parte a distruggere il nostro desiderio di lavorare, la nostra relazione con l’altro e il nostro stesso ambiente di lavoro» (p. 15).

Vidaillet si basa sulla sociologia, sulla psicologia del lavoro, sull’economia e sul management, nonché, molto, sulla psicoanalisi lacaniana, per dare conto delle ragioni per cui la valutazione, nonostante i suoi «effetti controproducenti e assurdi» (p. 16), riesce ad assoldare complici presentandosi come strumento di riconoscimento e fonte di godimento. I nodi centrali nella sua analisi, in questo senso, sono due. In primo luogo, l’Autrice spiega in che modo la valutazione destruttura e degrada i legami sociali dentro e fuori il luogo di lavoro, e in secondo luogo, si chiede perché la società, ciononostante, ne sia sedotta.

Procediamo, dunque, dalle conseguenze e cerchiamo di capire anzitutto da dove viene, secondo Vidaillet, la capacità distruttiva della valutazione. Vidaillet è particolarmente convincente quando ci riporta esempi del perché la valutazione nuoce alla società. Il fatto è che nel suo affiancare al sistema di inquadramento definito dalla contrattazione nazionale «la decisione discrezionale di un governante», la valutazione induce a perseguire obiettivi distanti o addirittura in contraddizione con le finalità stesse dell’attività svolta. Il caso più clamoroso è forse quello della valutazione della performance medica. Il sociologo Belorgey (2009, 2010), ricorda Vidaillet, si sofferma sull’esempio di Dupré (p. 18), un giovane manager incaricato di ripensare la governance delle strutture ospedaliere francesi, che decide di valutare la performance medica in base a indicatori quantitativi come il numero di pazienti trattati ogni anno e, in particolare, il tempo medio di attesa per paziente, che è al centro delle riforme dei servizi di pronto soccorso. Dopo aver studiato i 93.000 ricoveri avvenuti negli anni 2004-2006, Belorgey giunge alla conclusione per cui, più ridotto è il tasso di attesa dei pazienti in ospedale e più elevato diventa il loro tasso di ritorno nello stesso. L’efficienza aziendale e la riduzione dei costi del management, in questo senso, è in perfetta contraddizione con la qualità della cura ricevuta dai pazienti, in una definizione di eccellenza, per certi versi, patogena, se osservata dal punto di vista dei vantaggi che essa porta alla salute dei pazienti.

La storia di Dupré è solo uno degli esempi che Vidaillet riporta e ben dà misura della sua efficacia argomentativa. Vidaillet, infatti, ci dice con grande maestria che gli obiettivi S.M.A.R.T. che troviamo nei libri di management, quegli obiettivi Specifici, Misurabili, Attingibili, Realistici, Temporalmente definiti (p. 19), nuocciono alla salute di pazienti, utenti e lavoratori. Il problema non sono solo gli utenti nelle strutture sanitarie del servizio pubblico, più generalmente riconducibili alla riforma della pubblica amministrazione spesso ricondotta al New Public Management, ma si estende anche agli altri settori del pubblico e del privato.

È qui che Vidaillet ci offre forse uno degli esempi più utili. L’Autrice richiama un esperimento che è diventato classico in psicologia sociale e racconta come in una scuola siano stati distribuiti dei pennarelli ai bambini che amano disegnare.

Alcuni bambini sono informati in anticipo circa il fatto che riceveranno una ricompensa per il loro disegno (un diploma con un sigillo d’oro e un bel nastro), mentre gli altri continueranno a disegnare senza la prospettiva di una ricompensa finale. Dopo poche settimane si constata che quelli che sanno di ricevere una ricompensa disegnano con meno entusiasmo e che i loro disegni sono di qualità inferiore rispetto a quelli ai quali si è data la consegna di disegnare senza la prospettiva di un premio. La spiegazione fornita dagli psicologi che hanno realizzato questo famoso esperimento è che quando l’interesse del bambino, che fino ad allora non aveva avuto bisogno di giustificazione, inizia a muoversi verso una giustificazione estrinseca, diminuisce il suo interesse intrinseco per l’attività stessa (p. 27).

In questo esempio, la decisione discrezionale del governante coincide con le motivazioni estrinseche attraverso le quali si inducono gli studenti a disegnare sulla base della possibilità di ricevere un incentivo. Le motivazioni intrinseche, ci dice Vidaillet, sono alternative a quelle estrinseche e non complementari (p. 27). Il fatto stesso di ricevere una ricompensa, spiega Vidaillet, diminuisce la motivazione individuale. Mark Fisher diceva di sentirsi sidetracked, sabotato nelle sue priorità quando si trovava costretto a inseguire logiche funzionali a incentivi premiali. Più di quanto pensiamo, la valutazione impone obiettivi che tolgono la libertà di perseguire le proprie priorità, anzi le sabota continuamente. La distinzione tra obiettivi intrinseci ed estrinseci appare, in questo senso, fondamentale per capire la valutazione. Nel riferirsi ai docenti universitari, per esempio, Vidaillet dice incisivamente che «la domanda di valutazione emerge quando si perde la speranza di risolvere i dilemmi che sorgono nel lavoro, quando non si ha più l’energia necessaria per far evolvere l’organizzazione, quando ci si rassegna» (p. 38.). La ricerca del riconoscimento attraverso la valutazione, secondo Vidaillet, nasce precisamente qui, come sintomo di una sconfitta. La seduzione della valutazione pare il sintomo della necessità di compensare la rinuncia a qualsivoglia velleità critica. È quando si rinuncia a lottare per difendere i propri obiettivi etici che la valutazione trionfa come una compensazione desiderabile. «I ricercatori – scrive per esempio Vidaillet – sono tentati di concentrarsi su ciò che conta» (p. 22), ma cedono alla logica del publish or perish perché da quella dipende la capacità di ottenere fondi e avanzamenti di carriera. Arriviamo, così, gradualmente, al secondo punto fondamentale dell’analisi di Vidaillet. L’individuo che si rassegna alla valutazione è un complice sconfitto, ci suggerisce l’Autrice. È un individuo che non nuoce solo a se stesso, ma all’intera società. È un individuo, non a caso, che Vidaillet espone a una critica impietosa.

Dovessi muovere una critica nei confronti dell’appassionata analisi di Bénédicte Vidaillet, la inserirei qui. L’Autrice, infatti, si serve di Lacan per fornirci un quadro psicanalitico del soggetto che ambisce ad essere valutato. Il soggetto complice della valutazione, secondo Vidaillet, è un soggetto colpevole. Il suo primo peccato è l’invidia, «emozione dolorosa e violenta che scatta nei confronti di un altro che si ritiene abbia ciò che si vorrebbe ottenere per se stessi». L’invidia, scrive Vidaillet, è un sentimento fondato sull’ostilità nei confronti dell’altro. È una dimensione affettiva anti-sociale, l’invidia, «un’emozione estremamente pericolosa per il gruppo, come sanno da tempo le società tradizionali, che gli etnologi hanno dimostrato essere organizzate soprattutto per limitare e contenere i fenomeni di invidia» (p. 28). L’altra dimensione affettiva su cui Vidaillet torna spesso è il narcisismo, la promessa di empowerment garantita a chi si fa complice delle procedure di valutazione quasi che l’aderenza ai suoi obiettivi consentisse di accedere a una sorta di nuova emancipazione, un futuro scintillante che finalmente consente di differenziarsi da competitori stanziali, ristagnanti, regressivi, degenerati (p. l49). Per Vidaillet tali dimensioni affettive vanno comprese alla luce di un’altra categoria di matrice lacaniana, la mancanza. Il problema, per Vidaillet, è il godimento perduto, al punto che l’individuo dedica gran parte della sua energia psichica a tentare di compensarlo (p. 68). In questo processo, chi crede gli sia stato riconosciuto meno di ciò che merita si rivolge alla valutazione per colmare la mancanza di gratificazione. Vidaillet non entra nel merito delle politiche macro-economiche, né nel merito della relazione che esse hanno con la valutazione a partire dalla svolta neoliberale iniziata alla fine degli anni Settanta. Ci dice però, ricorrendo a Lacan, che l’individuo che ricorre alla valutazione è un individuo che tenta di compensare la mancanza. In questo contesto, l’altro è un individuo da normare, è un rivale di cui sbarazzarsi per accorciare le distanze, per dimostrare il proprio valore, per «capovolgere le posizioni» e «prendersi la rivincita» (p. 73). È assai penetrante il quadro psicanalitico che ci presenta l’Autrice, in particolare quando sottolinea come spesso la valutazione induca a sperare di rovesciare la gerarchia esistente ridefinendo la propria posizione in relazione ai pari. Non vi è un’analisi critica delle ragioni per cui il riconoscimento debba essere ottenuto a discapito di altri. Il narcisista, banalmente, insegue il riconoscimento per differenziarsi dall’«inefficiente», da «quello che costa alla collettività», dall’«altro, il prossimo, il collega fannullone». Per Vidaillet, la mancanza è il sintomo della «fantasia che esiste un altro che ruba il godimento approfittando di risorse che non merita» (p. 130) e da questa interpretazione nasce «una fantasia primigenia con quella basata sul sentimento di invidia, un discorso di mancanza che rafforza questa fantasia e l’ideologia della valutazione, che pretende di fornire una soluzione per individuare chi approfitta e dare a ognuno ciò che merita» (p. 130).

Il fatto è che la mancanza non è solo un tema della psicanalisi. È una questione materiale. Viene talvolta da invocare un Anti-Edipo dentro la critica alla valutazione, per interloquire con l’Autrice oltre Lacan. La critica psicanalitica della mancanza, infatti, lascia sullo sfondo le cause materiali della privazione. La mancanza non è, dal punto di vista materiale, una condizione innata, ma conseguenza di politiche macroeconomiche anti-redistributive che, a partire dalla fine dell’epoca fordista, si servono precisamente della valutazione per destrutturare la relazione salariale e tagliare la spesa sociale. Vidaillet non aiuta a capire la violenza economica di cui fa esperienza l’individuo che soffre la mancanza. L’epoca neoliberale è stata, effettivamente, intelligente nel sottrarre alla società la capacità di riconoscere le origini macroeconomiche dell’impoverimento esercitato contro la classe lavoratrice. Il narcisista, in questo senso, soffre la mancanza ma ne attribuisce le cause al collega – un fannullone –, al vicino di casa – un individuo che ha vissuto al di sopra dei propri mezzi –, al dipendente pubblico – un furbetto del cartellino. La critica al singolo, tuttavia, non ci aiuta molto a riconoscere le cause squisitamente politiche che hanno portato alla radicale redistribuzione della ricchezza avvenuta negli ultimi quattro decenni. Ci lascia con i sintomi e quel surreale senso di eternità del discorso neoliberale che non cessa di fare capolino tra le pagine. Bisognerebbe svolgere una analisi di classe della valutazione, per evidenziare come, dietro la mancanza che attanaglia in modo trasversale i lavoratori del pubblico e del privato vi sia una violenza economica che ha avuto cause squisitamente materiali. Torniamo qui al lucido testo di Trentin, che nel suo approccio materialista completa l’analisi di Vidaillet, ricordandoci che i sintomi della valutazione si annidano nella psiche sociale e soggettiva, ne intercettano le debolezze e le frustrazioni, stimolano, indubbiamente, i nostri più infantili opportunismi, ma le loro cause esondano la condotta individuale. L’individualismo metodologico e la de-alfabetizzazione politica prodotti dall’epoca neoliberale, a ben vedere, non possono essere completamente denudati dal metodo psicanalitico, perché la loro unità d’analisi pare troppe volte coincidere con la stessa unità di misura individuale cui il neoliberalismo ha ridotto la società. Bisogna tornare all’economia politica per capire come hanno fatto a farci cedere così platealmente le tutele e i diritti conquistati in decenni di lotte sociali. Potremmo forse, in questo modo, completare l’affascinante analisi di Vidaillet e rispondere a una domanda centrale che resta aperta: come fare a riprenderci non solo le tutele sociali ma le finalità stesse della vita collettiva?

Send to Kindle

10 Commenti

  1. Commenti intelligenti non me ne vengono quindi mi asterrò dal farli. Voglio solo ringraziare la redazione per questo articolo che propone un punto di vista molto interessante sui risvolti socio-psicologici della valutazione e la cui lettura ha avuto su di me un effetto quasi terapeutico.

  2. D’accordo con StefanoP che questo contributo faccia bene a tutti noi individui che siamo dentro questo sistema, permettendoci di prendere le distanze dagli effetti nefasti dovuti a impatti psicologici o emotivi, che ci sono. Meno d’accordo che faccia bene a noi come gruppo o come contributori alla societa’ che ci ospita. Il motivo per cui dico questo, e’ che credo che una comunità accademica e di ricerca dovrebbe avere tra le sue giustificazioni proprio i successi individuali, che dovrebbero essere per quanto possibile disponibili alla societa’. Credo che dovremmo fare di tutto per parlare di quello che facciamo e di cosa avviene nel nostro campo, cosa che avrebbe tra l’altro l’effetto di superare gli effetti dell’individualismo. Non possiamo parlare certamente per (o non solo) lamentarci dicendo: ci tolgono le tutele sociali. Tali tutele dovrebbero essere, come dire, qualcosa che ci aiuta e di cui dovremmo essere grati ai concittadini, non un fine che ci proponiamo. Contemporaneamente mi piacerebbe che chi si fa latore di istanze sindacali si chieda il significato di certi atti pubblici. Per esempio e’ cronaca odierna la difesa delle delle maestre senza laurea (cosa che ha un suo senso, ma non onora chi la laurea con fatica o meno l’ha presa); e gia’ che ci siamo, non ricordo di avere (mai) sentito parlare, da parte di sindacati o politici, dell’importanza del riconoscimento del dottorato, quando tanti nostri concittadini hanno fatto del loro meglio per conseguire questo titolo.

    • Vissani: “non ricordo di avere (mai) sentito parlare, da parte di sindacati o politici, dell’importanza del riconoscimento del dottorato”
      _________
      Certo che se non si prova nemmeno a cercare, è difficile che nel TG1 delle 20 o da Bruno Vespa spuntino come funghi sindacalisti e politici che parlano dell’importanza del riconoscimento del dottorato.
      Però, bastano 60 secondi di ricerca su Google per dimostrare che qualcuno ne parla.
      _________
      Documento CGIL del 2013:
      http://www.uniroma2.it/cgil/2013/20130215ProFlc.pdf
      _________
      “Va valorizzato il titolo di dottore di ricerca anche al di fuori del percorso universitario (ad esempio nei concorsi per l’accesso alla Pubblica Amministrazione).
      _________
      M5S
      Università, alcune idee per valorizzare il dottorato di ricerca
      http://www.francescoduva.it/2017/10/20/1330/
      _________
      LEU
      coerentemente con la sua dimensione di formazione di eccellenza, il dottorato deve tendere: alla copertura totale con borsa dei posti banditi e all’aumento della borsa di dottorato secondo livelli congrui al costo della vita; all’abolizione delle residue forme di tassazione; alla piena valorizzazione del titolo di dottorato anche nella scuola, nella pubblica amministrazione e nel sistema produttivo.
      http://liberieuguali.it/approfondimento-programmatico-universita-ricerca-afam/
      _________
      Mi domando come sia possibile che qualcuno che dichiara di avere conseguito un dottorato di ricerca scriva “non ricordo di avere (mai) sentito parlare”, senza nemmeno fare una verifica da 60 secondi. È una questione di rigore scientifico e anche di rispetto per gli altri lettori. A me,per esempio, la sciatteria argomentativa dà un po’ fastidio (anche perchè mi fa perdere tempo nella vana speranza di educare chi legge a intervenire con un minimo di cognizione di causa).

    • Grazie Giuseppe. Certo che c’e’ chi ne parla! Qui su roars lo si fa, io lo faccio continuamente, sono contento di conoscere nuovi compagni che hanno le stesse opinioni (che non conoscevo). ma e’ proprio come dice lei: non c’e’ ne’ il TG1 ne’ Bruno Vespa ne’ un movimento d’opinione. E non e’ questione da poco secondo me. Non mi sembra utile metterla sul piano personale come fa lei, ma se la cosa la puo’ rassicurare, so usare google come lei, e sono cosciente che si possono trovare dichiarazioni su tutto da parte di quasi tutti. Credo inoltre che una reputazione non si costruisce tanto con singole dichiarazioni, ma con un’impegno e con delle posizioni che danno i suoi frutti nel tempo.

    • L’articolo mi piace molto, anche se le cose da aggiungere o da commentare sarebbero tante, perche tante sono le nostre esperienze individuali. Una sola osservazione: le parole di Trentin erano e sono rimaste parole nel deserto. Come mai?
      Quanto ai cd successi individuali accademici, quando sento quest’espressione vedo rosso. Mi sto occupando proprio di un caso di clamoroso successo bi-individuale, che sicuramente ha avuto dei risvolti economici non indifferenti, che si e fondato sul sensazionalismo e la mistificazione, nonche sulla compiacenza o la cauta circospezione dei colleghi.

    • @F.Vissani, PhD
      “l motivo per cui dico questo, e’ che credo che una comunità accademica e di ricerca dovrebbe avere tra le sue giustificazioni proprio i successi individuali,”

      Caro collega,
      ammesso che tali successi siano effettivamente individuali, frutto quindi della sola ed esclusiva capacità del singolo che contro tutto e tutti agisce per sopravvivere ed affermarsi (o più facilmente soccombere), in una sorta di narcisismo imprenditorialistico, tanto caro alla narrazione neoliberista dell’uomo nuovo, comunicativo, veloce e flessibile (spesso solo e soltanto un povero morto di fame senza garanzie), e non magari il risultato di un investimento di tutta la società che permette ad ogni (leggasi OGNI) singolo individuo quel poter portare un po’ più avanti la lanterna che illumina il buio della nostra conoscenza, giusto qualche metro più in la di dove l’ha lasciata quello che l’ha preceduto, è proprio in questa narrazione ipocrita, falsa, esclusivista e precarizzante, che i singoli individui hanno introitato prontamente in modo da risultare autocontrollantisi per il Sistema come sosteneva Foucault in “sorvegliare e punire” (1975), che si possono ricercare e trovare i semi del fallimento dell’accademia che si mantiene sui successi dei singoli, chiamati “eccellenza” solo per accontentare il narciso in ognuno di noi.
      Questo fallimento accademico che si realizza con ricerca fasulla, salamizzazione, corsa alla citazione, valutazione, meritocrazia per l’attribuzione della stanza o della cassetta postale, giustificazione attraverso finanziamento della sola ricerca mainstream, finanziamenti asfittici a tanti e a valanga ai pochi amici (etc.) è il riverbero della più generalizzata realizzazione della schiavitù del terzo millennio, che tiene, senza sbarre e ceppi, intrappolati quelli ai quali è stato iniettato per anni il mantra che è “l’individuo a sopravvivere o a soccombere” travisando i principi darwiniani (divenuti socioeconomici senza alcuna dimostrazione scientifica), negando il principio di Hobbes del contratto sociale tra uomini per bloccare e zittire l’istinto bestiale e utilizzando invece quest’ultimo naturalizzandolo all’interno del contratto stesso attraverso l’esasperazione della competitività tra individui messi l’un contro l’altro (basta ridurre le risorse, siano esse cibo o finanziamento alla ricerca).
      Questo ha portato oltre ogni ragionevole sopportazione, la perdita di fiducia nel futuro che le generazioni precarie vivono e soffrono quotidianamente; eppure continuano a chiedersi come mai sono dei falliti per il Sistema, pur cercando di restare “hungry and foolish” come gli è stato detto di fare e come prontamente fanno.
      Cordialmente

    • Ciao e grazie di nuovo. Se ben capisco, Marinella parla di successi che sono fasulli, sono successi sociali o di carriera, ma non certo successi scientifici – forse da quel punto di vista immagino che si possano chiamare fallimenti se non addirittura imbrogli. Salvatore parla di un sistema che isola le persone e che contrappone il successo individuale a quello del gruppo.

      Io non sono certo che la parola “successo” vada usata solo in modi del genere; giusto per spiegarsi faccio qualche esempio di cosa intendo, da vari ambiti.

      Una studentessa di matematica, Valentina Meschini, riesce a sviluppare, un anno fa o giu’ di li, una simulazione di un cuore umano durante la sua tesi di dottorato. Questo lo chiamo un successo, e se non la notizia non e’ sui giornali, mi pare che cambi poco la natura delle cose (mentre mi preoccupo se la mia nazione non e’ in grado di capire il valore di un risultato del genere). Qualche altro esempio, stavolta dal mio campo di ricerca (fisica): i colleghi dell’esperimento Borexino dimostrano 2014 che il sole e’ un reattore nucleare per mezzo dell’osservazione dei neutrini. Il lavoro di analisi dei dati (difficile) viene portato avanti con determinazione da Oleg Smirnov, e’ un enorme successo scientifico, anche se se ne parla poco (di questo mi rammarico assai, perche’ penso sia una delle cose piu’ importanti fatte al laboratorio del Gran Sasso). Nello stesso esperimento, un giovane studente cinese Xuefeng Ding trova il modo per analizzare i dati migliaia di volte piu’ efficientemente circa un anno fa, piccolo successo tecnico ma assai importante (non trovo grave che non lo sappia il grande pubblico ma sono testimone che del successo di Xuefeng si rallegrano tutti). Ultimi esempi, stavolta dalla storia: 1) l’ingegner Perotto sviluppa il primo personal computer (il cui destino, legato a quello della Olivetti, e’ una delle vergogne italiane; e per inciso mi sembra che Perotto non abbia ricevuto riconoscimenti adeguati per questo suo risultato) 2) Natta scopre i principi della polimerizzazione (mentre collabora con la Montedison che poi la nostra nazione lascia fallire, altro pessimo esito) 3) Sabin sviluppa il vaccino antipolio e salva da un triste destino milioni di persone (qui non servono commenti, ma mi sento onorato che abbia ricevuto il premio Feltrinelli proprio dalla nostra nazione – anche se non il Nobel come Natta, per motivi che ignoro).

      In tutti i casi sopra, il successo non e’ puramente individuale, sicuro! ma ad un ragionevole livello di approssimazione, si puo’ presentare come tale senza fare danni, o addirittura facendo del bene a chi ne sente parlare, al gruppo di lavoro, a chi inizia, ecc. Non vedo nessuna ragione per esserne invidiosi e per fare diventare queste circostanze ragioni di competizione feroce; io sono sinceramente felice di tutti questi successi (e spero che quelli che non sono ancora riconosciuti come tali, lo siano presto).

    • quando sento nominare Sabin, penso sempre ai criteri anvuriani per la valutazione della “terza missione”
      ____________________________
      Sabin non brevettò la sua invenzione, rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, cosicché il suo prezzo contenuto ne garantisse una più vasta diffusione della cura:

      « Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo »

      Dalla realizzazione del suo diffusissimo vaccino anti-polio il filantropo Sabin non guadagnò quindi un solo dollaro, continuando a vivere con il suo stipendio di professore universitario. Inoltre durante gli anni della Guerra Fredda, Sabin donò gratuitamente i suoi ceppi virali allo scienziato sovietico Mikhail Chumakov, in modo da permettere anche nell’URSS lo sviluppo del suo vaccino.
      https://it.wikipedia.org/wiki/Albert_Bruce_Sabin
      ___________________
      «I criteri di valutazione previsti dal Manuale per questa area sono: […]
      Valorizzazione economica del portafoglio della proprietà intellettuale
      La capacità dell’istituzione di scegliere in modo oculato le invenzioni da valorizzare tramite brevetti di proprietà e di valorizzare in modo adeguato i brevetti di proprietà tramite cessione degli stessi, concessione in licenza (esclusiva e non) e/o costituzione di società spin-off. Tra le entrate vengono considerati tutti i pagamenti (royalty, lump sum etc.), al netto della copertura delle spese brevettuali.»
      ANVUR, Criteri per la valutazione delle attività di Terza Missione delle Università e degli Enti di Ricerca, p.11

  3. Forse dobbiamo iniziare dal significato della parola SUCCESSO. 1. Esito favorevole, buona riuscita. “avere s.” 2. non com. Quanto è in rapporto di conseguenza, o semplicemente di posteriorità, con un fatto. “vedremo dal s. se abbiamo agito bene o no”. Tralasciando il significato 2, che è quello letterale, “un qualcosa che segue a un’altra cosa, o che ne consegue”, nel significato 1 ci riconosciamo tutti. Chi non ha mai raggiunto esiti buoni di una propria azione? Utili alla società? In questo senso siamo tutti persone di successo. È però evidente che parliamo anche di altro, della alta visibilità del successo, sia nel senso 1 che nel senso 2. Così otteniamo un terzo significato. 3. “Esito, non importa se buono o meno, che garantisce o porta fama, danaro, potere.” Giorgio Perlasca ha avuto successso? L’ha avuto subito, sel senso 1, ma ha raggiunto la fama quasi sul letto di morte. Rassegniamoci anche a questa possibilità, anzi alla possibilità di non godere mai, in vita, del senso 3. Se siamo fortunati, ne lasciamo le conseguenze ai figli. Le “valorizzazioni economiche” delle proprietà imtellettuali.

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.