«Stipendi docenti universitari, quelli italiani i più alti al mondo»: questo il titolo dell’articolo pubblicato ieri da Termometro Politico. Un dato che viene subito messo in rapporto allo sciopero degli appelli, attuato per reclamare il recupero ai fini giuridici degli scatti congelati dal 2010 al 2015. Ma cosa pretendono questi qui, è la prima reazione del lettore. I meno smemorati ricorderanno che quella degli universitari più pagati del mondo è una bufala ricorrente. C’è però una novità importante: Termometro Politico documenta la sua affermazione con una figura tratta dall’Edizione 2016 del rapporto OCSE Education at a Glance.

Ma allora siamo davvero nel regno delle fake news o questa volta ha ragione l’OCSE? Abbiamo sfogliato il rapporto OCSE del 2016 che rimanda a quello del 2015, il quale a sua volta rimanda ad un Allegato tecnico. Nell’allegato tecnico però mancano i dettagli tecnici precisi sulla rilevazione italiana. Gli universitari, messi davanti alla figura, diranno: «magari avesse ragione l”OCSE!» perché nella maggior parte dei casi quelle cifre non le vedono proprio.

Mostrare che l’OCSE ha preso un abbaglio non è difficile. Basta ripetere il debunking della famosa bufala dei 13.000 Euro al mese circolata nel 2012. Esiste una Banca Dati Economica del MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) che riporta quanto effettivamente erogato per gli stipendi delle diverse categorie degli universitari. In attesa di pubblicare un post con i valori aggiornati,  vale la pena di ricordare che nel 2012 i valori medi degli stipendi netti erano questi: (13 mensilità, calcolo tramite irpef.info per Regione Lombardia, al netto dei contributi sociali):

  • 4.021 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 2.920 €: Professori Associati conf. a tempo pieno
  • 3.434 €: Totali Professori
  • 2.059 €: Totali Ricercatori
  • 2.830 €: Totali Professori e Ricercatori

L’OCSE si riferisce forse al lordo annuo? Questi erano i valori medi effettivamente erogati nel 2012:

  • 90.970 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 62.980 €: Professori Associati confermati a tempo pieno
  • 75.920 €: Totali Professori
  • 41.200 €: Totali Ricercatori
  • 60.730 €: Totali Professori e ricercatori

Ma neanche questi quadrano del tutto con la tabella OCSE. E per di più, “se si volessero effettuare delle comparazioni con altre professioni o con gli universitari di altre nazioni, bisognerebbe tener conto che l’età media degli universitari italiani era già particolarmente elevata” (Fonte: CNVSU – Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario,, p. 136:

  • 59,2 anni: Professori Ordinari
  • 53,2 anni: Professori Associati
  • 45,5 anni: Ricercatori
  • 51,6 anni: Professori e Ricercatori

Anche tenendo conto i calcoli del Purchase Power Parity, il potere di acquisto di un Paese (per cui, come spiega Termometro Politico, “uno stipendio può valere più di un altro uguale di un altro Paese se il costo della vita nel Paese considerato è inferiore“) si vede che l’OCSE ha preso una svista, particolarmente macroscopica anche se includiamo nella Full-time Faculty i ricercatori a tempo indeterminato, il cui salario mensile medio nel 2012 era poco più di 2.000 Euro mensili netti. Nell’attesa di aggiornare i conti al 2017, rimandiamo chi fosse interessato ai dettagli tecnici al debunking del 2012, che ripubblichiamo di seguito.

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da Roars – 29 maggio 2012

La bufala: “13.000 euro al mese dei nostri prof”. Inciampa Italia Oggi e il Giornale segue a ruota

di Giuseppe De Nicolao

Per smontare la bufala in 30 secondi, basta un link e un click
(e non scambiare i franchi con gli euro)


Una bufala si aggira per i giornali italiani. Di cosa si tratta? Il 26 maggio 2012, il Giornale scrive che i professori universitari italiani

con 13.667 euro mensili lordi al mese sono proprio i più pagati dell’Unione Europea, seguiti dai britannici, che incassano 12.554 euro e dagli olandesi che guadagnano 10.685 euro.

L’articolo su quattro colonne denuncia il primato degli stipendi lordi dei professori universitari Italiani. La “notizia” è basata su un’indagine – “condotta con meticolosità”, precisa la giornalista Francesca Gallacci – da parte del quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ).

Il Giornale segue a ruota Italia Oggi che il giorno prima aveva pubblicato un articolo dai toni meno gridati, ma altrettanto chiaro nei contenuti.

I numeri sembrano non lasciare scampo. Dato che si considerano dodici mensilità, sono 164.004 € all’anno. Stiamo parlando dei professori ordinari, che occupano il grado più alto della gerarchia accademica. Anche se ci si riferisce al lordo, è un gruzzolo niente male, che li colloca ai vertici mondiali nel confronto con i colleghi di pari grado. Per ribadire il concetto, il Giornale correda la foto che illustra l’articolo con una didascalia degna della pubblicità di una carta di credito:

PRIVILEGI Per chi conquista una cattedra universitaria in Italia una vita di privilegi: orari liberi, salario alto.

Però, c’è qualcosa che non torna. Chi lavora in università, fosse anche un professore ordinario con una notevole anzianità, confronta perplesso ciò che legge sui quotidiani con quello che sta scritto nel cedolino dello stipendio. Tra l’altro, ricorda che non è la prima volta che i quotidiani denunciano con articoli a tre o quattro colonne lo scandalo dei superpagati docenti universitari. Ogni volta, si scopre che dietro quei numeri c’è qualcosa che non torna, ma non è facile convincere l’uomo della strada, e nemmeno gli amici, che certe cifre sono pura leggenda. Troppo difficile districarsi tra tabelle stipendiali chilometriche, riscostruzioni di carriera ed astrusi scatti stipendiali. Eppure, deve esserci un modo semplice per capire cosa guadagnano veramente professori e ricercatori universitari.

Una verifica facile facile …

In effetti, c’è un modo semplice per capire in trenta secondi come stanno veramente le cose. La Banca Dati Economica del MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) è liberamente consultabile al seguente indirizzo:

https://dalia.cineca.it/php4/inizio_access_cnvsu.php

Ci siete? Bene, adesso basta un click sul pulsante “PROSEGUI” in basso a destra. A questo punto si aprirà una schermata piena di numeri. Per chiarezza, ne riproduciamo una versione semplificata, che contiene solo le informazioni che ci interessano (1). Rispetto al sito originale, nella figura che segue abbiamo solo aggiunto le cifre in rosso e l’ultima riga “Totali professori e ricercatori“.

(1) Rispetto alla tabella originale, sono state omesse le colonne “altre spese” (globalmente inferiori allo 0,1% degli assegni fissi) e “indennità accessorie” (arretrati e indennità accessorie ospedaliere).

Cosa dicono queste tabelle? L’ultima colonna fornisce il valore medio della retribuzione lorda annuale per ciascuna categoria. Concentriamoci su alcuni casi:

  • 90.970 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 62.980 €: Professori Associati confermati a tempo pieno
  • 75.920 €: Totali Professori
  • 41.200 €: Totali Ricercatori
  • 60.730 €: Totali Professori e ricercatori

Questi sono gli stipendi lordi effettivamente erogati dal ministero. Troppo alti rispetto alle retribuzioni di altre categorie in Italia? Troppo bassi rispetto alle retribuzioni universitarie di altre nazioni? In questa sede, ci limitiamo a notare la distanza abissale tra questi numeri (la realtà) e il dato iperbolico pubblicato dal Giornale: 164.004 € annui per un professore ordinario.

A titolo informativo, prima di procedere con la nostra indagine, stimiamo anche i corrispondenti valori netti mensili (13 mensilità, calcolo tramite irpef.info per Regione Lombardia, al netto dei contributi sociali):

  • 4.021 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 2.920 €: Professori Associati conf. a tempo pieno
  • 3.434 €: Totali Professori
  • 2.059 €: Totali Ricercatori
  • 2.830 €: Totali Professori e Ricercatori

È bene ricordare che, se si volessero effettuare delle comparazioni con altre professioni o con gli universitari di altre nazioni, bisognerebbe tener conto che l’età media degli universitari italiani è particolarmente elevata (Fonte: CNVSU – Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, p. 136):

  • 59,2 anni: Professori Ordinari
  • 53,2 anni: Professori Associati
  • 45,5 anni: Ricercatori
  • 51,6 anni: Professori e Ricercatori
La genesi della bufala

Ma se lo stipendio citato dal Giornale non ha riscontro nella realtà, da dove spuntano fuori questi numeri?

Andiamo a leggere la fonte, ovvero l’articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ):

ein ordentlicher Professor in der Schweiz auf zwölf Gehälter gerechnet brutto durchschnittlich 17000 Franken pro Monat, das sind 3000 Franken mehr als in Kanada und fast doppelt so viel wie in Deutschland (siehe Grafik)

Anche senza sapere il tedesco (qui la traduzione di Google Translator), salta all’occhio che gli stipendi sono espressi in franchi, come d’altronde specificato nella tabella allegata all’articolo (la risoluzione, purtroppo, lascia a desiderare).

Con ogni evidenza, i giornali italiani hanno riportato tali e quali i numeri della NZZ relativi ai professori ordinari, scrivendo che erano in euro quando invece erano in franchi.

Dalla lettura dell’articolo risulta che la fonte della classifica dei salari è il seguente libro curato da P. Altbach et al.:

Paying the Professoriate, Routledge 2012

Buona parte dei dati quantitativi del libro sono consultabili on line al seguente link.

Per chi legge Roars, il libro curato da Altbach non è una novità. Francesco Coniglione nel suo articolo “Il paese di Bengodi. Come i docenti universitari sono tutti ricchi e non lo sanno”, commentando alcune anticipazioni fornite da Repubblica, aveva espresso le sue perplessità:

non sappiamo come è stato calcolato questo stipendio medio né se per tutti gli altri paesi è stato preso in considerazione il lordo (dobbiamo aspettare la pubblicazione dello studio nella sua interezza), per cui non siamo in grado di capire se esso corrisponda a quanto effettivamente percepito in Italia.

Adesso che è uscito il libro, possiamo consultare il capitolo dedicato all’Italia, curato da Giliberto Capano, e in particolare la Tabella 16.1.

Come si può leggere, per l’Italia lo stipendio mensile medio di ciascun ruolo (“Middle of the scale” salary) è dato da (12 mensilità):

  • 7.423 €: Professore ordinario (lordo annuo: 89.076 €)
  • 5.468 €: Professore associato (lordo annuo: 65.616 €)
  • 4.094 €: Ricercatore (lordo annuo: 49,128 €)

Una stima dello stipendio netto mensile risulta essere (13 mensilità, calcolo tramite irpef.info):

  • 3.948 €: Professore ordinario (Banca Dati Econom. MIUR: 4.021 €)
  • 3.024 €: Professore associato (Banca Dati Econom. MIUR: 2.920 €)
  • 2.372 €: Ricercatore (Banca Dati Econom. MIUR: 2.059 €)

A scopo comparativo, tra parentesi è stata riportata la stima ottenuta nella prima parte dell’articolo in base alla media degli stipendi erogati dal MIUR. Insomma, quando non si scambiano i franchi con gli euro, i 13.667 € lordi vengono notevolmente ridimensionati. Ciò non toglie che, secondo Altbach, gli universitari italiani sarebbero comunque tra i più pagati al mondo.

A tale proposito, osserviamo che per l’Italia il valore medio (“Middle of the scale”) è riferito alla retribuzione dopo 16 anni di servizio nel ruolo considerato. Dal confronto con le tabelle stipendiali, si può verificare che non si è tenuto conto del triennio di conferma e che, pertanto, gli stipendi medi riportati erano quelli raggiunti dopo 19 anni dalla presa di servizio, in assenza di carriera pregressa. Per i professori ordinari e associati, che sono mediamente anziani (59,2 e 53,2 anni, rispettivamente), questo criterio porta a dei valori poco sotto o poco sopra la media degli stipendi effettivamente erogati (vedi sopra). Viceversa, il criterio dei 19 anni finisce per sovrastimare lo stipendio medio percepito dai ricercatori (età media: 45,5 anni). Non sembra che lo studio di Altbach abbia adottato criteri e definizioni comparabili per tutte le nazioni e la mancanza di uniformità potrebbe spiegare diversi paradossi.

Per fare un esempio, non appare realistico che in Francia l’equivalente di un ricercatore italiano con 19 anni di anzianità guadagni solo 1.606 € mensili lordi (corrispondenti ai 1.973 US$ riportati da Altbach). In ogni caso, dato che ragioni di spazio e di tempo non consentono un esame più dettagliato, l’analisi della comparabilità dei dati forniti da Altbach non può che essere rinviata a uno studio espressamente dedicato al tema.

L’ironia fuori luogo di una giornalista distratta

Francesca Gallacci, sul Giornale ironizza sui docenti italiani dipingendoli come ricchi “a loro insaputa”

… la reazione della categoria è sempre la stessa: “Noi i più ricchi? Non lo sapevamo”. Il fatto è che i docenti devono essere i rimasti i soli a non esserne al corrente, perché il primato trova parecchie conferme. … Anzi secondo un altro studio, condotto da Philip Altbach … i docenti italiani finirebbero addirittura sul podio mondiale: al secondo posto dopo il Canada nella classifica dello “stipendio lordo medio” parametrato al costo della vita, mentre sarebbero terzi nel “top level”

La Gallacci, non solo ha confuso i franchi con gli euro, ma non si è neppure resa conto che che la classifica della Neue Zürcher Zeitung è basata proprio sullo studio di Altbach, che pure è citato nel corpo dell’articolo della NZZ ed anche ai piedi della classifica delle retribuzioni. Altro che “parecchie conferme”: quella citata dalla Gallacci non è altro che la fonte della NZZ. Gli svizzeri si sono limitati ad aggiungere le retribuzioni elvetiche che sono risultate al primo posto. Ecco spiegato perché nella classifica di Altbach siamo sul podio, invece che che quarti. In ogni caso, è bene ricordare che il “podio” potrebbe essere illusorio, dato che resta da verificare l’attendibilità dello studio originale, che presenta alcune appariscenti incongruenze.

Rimane la stranezza di due giornalisti, Giardina e Gallacci, che incappano nel medesimo errore, scambiando entrambi i franchi con gli euro. In ordine di tempo, il primo a sbagliare è Giardina (Italia Oggi), il cui errore è limitato agli stipendi dei professori ordinari, mentre riporta correttamente gli stipendi di professori associati e di ricercatori. È un’evidente svista di chi aveva consultato la sua fonte, ma poi si distrae nella stesura del pezzo. La Gallacci (il Giornale), da parte sua, non fornisce nessuna cifra in franchi, mentre ripete lo stesso identico errore di Giardina per i professori ordinari, come se la sua fonte per i 13.667 euro non fosse la NZZ, ma una lettura affrettata del pezzo del collega.

Gli infortuni della Gallacci e di Giardina non giovano alla credibilità dei loro quotidiani (il Giornale e Italia Oggi). Una rettifica ben visibile e corredata di scuse è il minimo che ci si possa attendere.

P.S. Francesca Gallacci cita la classifica QS World University Rankings per dimostrare la scarsa qualità degli atenei italiani. Riguardo ai limiti delle classifiche internazionali degli atenei e al posizionamento delle università italiane, ha già scritto Francesco Coniglione (“C’è ranking e ranking“, “Le università italiane nei vari ranking internazionali“). Anch’io, in un mio recente articolo, avevo recentemente suggerito alcune letture che evidenziano la mancanza di scientificità di tali classifiche ed anche le trappole che nascondono. Per comodità del lettore, riporto quanto avevo scritto.

Ranking delle università

(estratto da “Quanta ricerca produce l’università italiana? Risposta a Bisin“)

Le classifiche internazionali degli atenei, per quanto si prestino molto bene a diversi usi retorici, non hanno validità scientifica e, in particolar modo, sono inadatte a misurare la produttività scientifica delle nazioni. Come spiegato da David King:

The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.”

D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, www.nature.com/nature

Le classifiche delle università sono dei cocktail in cui diversi ingredienti vengono mescolati in proporzioni empiriche. Al contrario, un’analisi scientifica della produttività scientifica deve basarsi sui dati bibliometrici originali, non contaminati da pesature arbitrarie. Chi fosse interessato ad una brillante spiegazione divulgativa dei trabocchetti e delle inconsistenze delle classifiche accademiche, può leggere “The order of things – What college rankings really tell us” di Malcolm Gladwell, famoso editorialista del New Yorker. Chi invece fosse interessato ad aspetti più tecnici può leggere “Higher Education Rankings: Robustness Issues and Critical Assessment – How much confidence can we have in Higher Education Rankings?” di M. Saisana and B. D’Hombres. Si tratta di un documento di un centinaio di pagine che utilizza metodologie statistiche per valutare la robustezza della classifica di Shanghai (Jiao Tong) e di quella del Times Higher Education Supplement (THES). Le risultanze tecniche non sono favorevoli a queste classifiche:

Robustness analysis of the Jiao Tong and THES ranking carried out by JRC researchers, and of an ad hoc created Jiao Tong-THES hybrid, shows that both measures fail when it comes to assessing Europe’s universities (pag. 3).

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20 Commenti

  1. una domanda: la tabella OCSE riporta i dati in $USA per il periodo 2013/2014 corretti per il potere d’acquisto. Normalmente si tratta (ahime’) di tabelle che danno il lordo (si potrebbe discutere ma tant’e’). I 110K$ non sembrano lontani dai 91KE medi lordi di cui si parla in questo articolo una volta corretti per il cambio Euro/Dollaro di quel periodo. Il resto dovrebbe farlo il PPP. Dico bene?
    (qui non sto difendendo titoli e scritti dei giornali ma solo cercando di capire le tabelle originali).

  2. Forse è anche colpa dell’Università, nel senso di responsabilità collettiva, se persone con tali gravi carenze di pensiero critico siano riuscite a laurearsi e ad occupare posizioni rilevanti nella società.
    Ciò riguarda anche il prof. Balduzzi di Termometro Politico che è lo stesso, come G.Molteni ha già sottolineato su Roars, che cercava un improbabile debunking della “fuga di cevelli” in base al numero di abitanti e non dei laureati/dottorandi!!!

    Sul suo profilo su TP il prof riporta una frase di Talleyrand “mai troppo zelo”.

    In questo caso si potrebbe specificare “anche mai troppo poco”

    • in realtà non sono certo che sia la stessa persona.

      Ma sicuramente un caso di omonimia sarebbe peggio, quasi da brividi.

  3. In breve tempo due articoli di giornalisti cui si affidano argomenti sensibili e che fanno cilecca. Dovrebbero essere mandati a dirigere il traffico, in mezzo a una rotonda. C’è qualcosa con la categoria che non quadra, cioè con i loro studi e la loro formazione etica. Ora che sono tanto di moda i CdL in giornalismo, la domanda è : chi ci insegna e cosa ci si insegna?

  4. La cifra che OECD indica per un full professor italiano mi pare coincida con quella del costo per il datore di lavoro del full professor italiano, che comprende oltre alla renumerazione lorda le trattenute a fini a fini contributivi e assistanziali.
    Forse questo può spiegare l’equivoco. Certo sembra strano che OECD faccia un errore così marchiano.

    • OECD in realtà vuol dire qualcuno (un italiano, presumo) che ha raccolto i dati per l’Italia. E che, a quanto pare, ha lasciato ben pochi riscontri della metodologia usata.

    • I contributi sono a tutti gli effetti parte della retribuzione e vanno inclusi per rendere sensata la comparazione con altri paesi dove la pensione è interamente o parzialmente privata.

  5. Mi è capitato di scorrere l’ultimo rapporto annuale di INOMICS un sito web abbastanza quotato a livello internazionale che offre risorse online per le opportunità di carriera nelle università e nel settore privato a laureati in economia, management e altre scienze sociali. In particolare ho consultato il Salary Report 2016 che può essere scaricato al seguente link: https://inomics.com/ISR2016.
    Relativamente alla metodologia, gli estensori del rapporto specificano che “The INOMICS Salary Report Survey 2016 was conducted through an anonymous online questionnaire between August and October 2016. It was placed on the INOMICS website, a global online platform for academics and professionals in economics, business and social sciences with more than 150,000 visits a month from 120 countries worldwide. […] This year, we were able to gather the highest number of respondents; more than double compared to the salary report of 2015. In total, answers from 1,959 respondents from 99 countries were used to compile this analysis.”
    Se si consulta la figura 14 del rapporto (a pag. 13) si trovano i salari medi espressi in dollari USA (non corretti per la parità di potere di acquisto) per gli accademici nel 2016.
    Per i professori di prima fascia (full professor) vengono riportati 91.458 dollari. Applicando il tasso di cambio euro/dollaro del 2016 (media dell’anno = 1.1) fanno 83.144 euro.
    Una cifra inferiore a quella ripresa dalla redazione di Roars dalla banca dati economica del MIUR: 90.970 euro (stipendio del 2012 comparabile con quello del 2016 dato il blocco degli scatti).
    Tale discrepanza è probabilmente dovuta al fatto che al questionario hanno risposto prof. ordinari italiani più giovani della media. Personalmente (essendo relativamente molto giovane come prof. ordinario) nel 2016 avevo uno stipendio mensile lordo di 6.243 euro che moltiplicato per 13 mensilità fa 81.160, quindi meno di quanto indicato da INOMICS per l’Italia.
    Il confronto internazionale proposto dal rapporto per i full professor è il seguente:
    Italia: 91.458
    Germania: 112.273
    United Kingdom: 139.306
    North America: 172.446
    Western Europe: 99.799
    Asia: 83.397
    Sono dati affidabili per un confronto internazionale degli stipendi universitari? Abbastanza, ma solo se assumiamo che in tutti i paesi considerati un full professor in economia, management o diritto guadagni, in media, quanto un full professor in altre discipline. In Italia è sicuramente così. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, ad esempio, non possiamo dirlo. In Germania è così ma il salario base di un full professor può variare a seconda del Länder. Non sappiamo quindi se alla survey hanno preso parte full professor di Germania, USA e UK che risultano mediamente più “quotati” dei loro colleghi.
    Qualsiasi dato statistico va quindi interpretato con estrema cautela: come ricorda un mio collega statistico quelli con cui lavoriamo non sono “dati” ma “presi”. Quello possiamo concludere in base ai “presi” di INOMICS è che i professori universitari italiani non sono mediamente più pagati dei loro colleghi stranieri (a parte gli asiatici), ma meno. Quanto meno è più difficile dirlo.

  6. Car* collegh* invece di perdere tempo con statistiche e astrusi calcoli che pochi comprendono, quand’è che decidiamo di prendere in mano la situazione e rispondere politicamente? Vale a dire: quand’è che mandiamo a quel paese ministri, governi, colleghi complici che sguazzano in questo puttanaio (perché tale è) di numeri e numericchi?

    • Auspicio condivisibile. Nella pratica si fa una fatica immensa a boicottare la VQR e anche far saltare/slittare un appello per molti colleghi solleva questioni di coscienza di proporzioni immani. Figuriamoci se si trattasse di mandare a quel paese ministri e compagnia. Non lo faremmo mai e proprio mai. E se proprio qualcuno di noi arrivasse a quel punto, lo farebbe con grande garbo e pacatezza, come Woody Allen ne Il prestanome.

  7. Senza fare troppe ricerche strane, tutte le Università aggiornano regolarmente la pagina “amministrazione trasparente” e, alla voce “personale”, riportano i costi (non gli stipendi) medi per la varie categorie di dipendenti. Per il Politecnico di Milano https://www.polimi.it/fileadmin/user_upload/Trasparenza/amministrazione_trasparente/personale/2016_conto_annuale.pdf
    risulta che i 331 professori ordinari a tempo pieno sono costati mediamente 71 mila 400 euro all’anno e quindi meno della metà di quanto affermato da OCSE e giornalisti.

    • attenzione che il dato OCSE è in dollari USA, “a parità di potere di acquisto”. Quindi, il divario non è “meno della metà”, anche se 71.400 Euro appare comunque inferiore al dato OCSE. Prima di generalizzare va detto che il dato del Politecnico potrebbe non essere perfettamente rappresentativo di quello nazionale: è verosimile che gli ordinari del Politecnico siano nel complesso più giovani della media degli ordinari italiani, dato che la riduzione del turn-over ha colpito meno duramente le aree di ingegneria, soprattutto l’area 9. Il dato OCSE rimane poco convincente. In particolare, mentre per il dato italiano mancano i dettagli, la lettura delle note relative alle altre nazioni evidenzia una scarsa uniformità delle categorie usate, con forti ripercussioni sulla comparabilità.

  8. Un piccolo dubbio. Se l’Italia è il paese con i docenti più pagati del mondo, e come sottointeso anche per fare poco e niente, perchè non abbiamo frotte di docenti dall’estero ansiosi di venire in questo Paradiso?