Letter of resignation

Quasi un anno fa il collega Felice Rappazzo decise di dimettersi da Presidente del suo Corso di Studio (CdS) con una lettera che ho letto con attenzione e non senza ammirazione. Per un duplice ordine di motivi: perché assai ben scritta, con stile, acume e una amara ironia atta a suscitare un sorriso doloroso in chi, trovandosi in una posiziona analoga alla sua, non poteva non fare simili riflessioni; e con convinta partecipazione da parte mia che, pur non ricoprendo al tempo cariche di sorta, tuttavia ne comprendevo assai bene le motivazioni avendo espresso giudizi simili sulla condizione dell’università, sia per iscritto, sia nei colloqui di ogni giorno con i colleghi.

Oggi mi trovo a ricoprire anch’io il ruolo di Presidente di CdS e, a causa del noninvidiabile privilegio dell’anzianità di ruolo, sono al tempo stesso Presidente della Commissione tirocinio, Presidente della Commissione dei piani di studio, Presidente della Commissione paritetica docenti-studenti (CPDS) (anche se questo ruolo dovrei a breve lasciare per una fortunata incompatibilità con quello di Presidente del CdS), oltre a dover adempiere ai miei doveri didattici, a far parte della Commissione nazionale per la Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN) con centinaia di pubblicazioni da leggere e a dover svolgere ricerca scientifica in modo da essere valutato nella VQR – ma quest’ultima è cosa che interessa sempre meno i “decisori politici” (come oggi vengono chiamati) che governano il sistema dell’istruzione universitaria italiana, in quanto strumentalmente utilizzata per colpire qualche università e magari risparmiare sulle spese.

Sono uscito abbastanza scosso dalla compilazione della Relazione annuale CPDS, anche se abbastanza soddisfatto del lavoro compiuto (oltre 50 pagine ricche di tabelle); e ho da poco finito di redigere la scheda SUA-CdS, che viene approvata ogni anno dal Corso di studio. Ho dovuto così dimenarmi tra Gruppi di gestione di qualità e consultazioni fatte con i cosiddetti “stakeholders”, cioè supposti portatori di interessi esterni all’università e composti da società, aziende e organizzazioni varie, che dovrebbero dire ai docenti come si fa meglio a organizzare un corso di studio affinché i suoi laureati siano in grado di entrare nel “mercato di lavoro”, al quale devono essere opportunamente “accompagnati”. Già, perché ormai l’università sembra avere solo questo compito: formare degli obbedienti lavoratori che possano incastrarsi come utili rotelline in un mercato di lavoro le cui caratteristiche dovrebbero essere rese conoscibili da qualche stakeholder, che possibilmente conosce solo il “particulare” della propria azienda o società e le cui conoscenze sono spesso in tremendo ritardo rispetto al sempre più veloce cambiamento delle opportunità di impiego. La cultura, la formazione della personalità e dell’uomo nella sua integrità, il possesso di una coscienza critica completa e non funzionale alla professionalizzazione sembrano essere stati espulsi totalmente dagli orizzonti universitari. Ma non basta: ho anche dovuto delineare il “Profilo professionale e sbocchi occupazionali e professionali previsti per i laureati”, indicandone la funzione nel contesto di lavoro e le competenze associate alla funzione; indicare le conoscenze richieste per l’accesso al CdS, nonché le modalità di ammissione, quali siano gli obiettivi formativi specifici del corso e quali “competenze” ci si propone di sviluppare; descrivere la “knowledge and understanding” nonché la capacità di “applying knowledge and understanding”, in coerenza con gli indicatori di Dublino. E poi descrivere ciascuno di questi elementi per le diverse aree disciplinari del CdS, indicare la discipline di riferimento attraverso le quali vengono verificate le attività formative; descrivere in che modo i laureati sviluppano la “autonomia di giudizio”, le “abilità comunicative” e le “capacità di apprendimento” e così via, sino alle attività di tutorato in itinere, alle prove di ingresso e, per finire – e qui abbrevio per non essere noioso – alle opinioni studenti, cioè alla loro soddisfazione per il CdS, rilevata dalle schede OPIS (= OPInione Studenti) somministrate nel CdS e dai dati forniti da AlmaLaurea. E poi dati statistici su quanti studenti, che percentuali, in che misura e così via, oltre a una infinità di “indicatori”, “punti di attenzione”, “requisiti di qualità” “sillabi”, parametri, sigle e acronimi, per districarmi tra i quali e non smarrirmi in tale selva ho dovuto compilare una apposita tabella.

Quest’ultimo punto merita qualche commento, perché la soddisfazione dello studente non necessariamente coincide con la qualità dell’insegnamento impartito, a meno che per qualità non si intenda semplicemente ciò che è utile ai fini dell’immediato inserimento nel mondo del lavoro; e anche in questo caso l’opinione degli studenti è quanto mai inattendibile: cosa ne sanno dei ragazzi appena usciti dalla scuola superiore del loro possibile destino professionale in connessione alle discipline che stanno studiando? Ancora, detto in altri termini, l’aver accertato la soddisfazione o insoddisfazione espressa dagli studenti per la loro esperienza nei rispettivi CdS, è un indice affidabile per giudicare la “qualità” dell’insegnamento stesso? E questa “qualità” è interamente riducibile a meri parametri numerici, spesso mal concepiti?  Perché se la “soddisfazione” risponde alla esigenza di tener conto degli studenti come co-protagonisti della vita universitaria, invece la “qualità” è un valore che ha di mira l’intera società alla quale, grazie all’investimento di consistenti somme per tenere in piedi un sistema universitario efficiente, interessa poter fruire di uno psicologo o di un pedagogista (ma anche di un medico o un ingegnere) che siano competenti e sappiano fare il proprio lavoro, grazie al fatto che l’insegnamento da loro ricevuto è stato di “alta qualità”, e non solo che abbia “soddisfatto” gli studenti.

E alla fine a che serve questa SUA-CdS? Praticamente a nulla: viene pubblicata nel sito Universitaly e dovrebbe essere consultata dagli studenti e da chi è interessato a vedere che tipo di formazione si riceve nei vari CdS delle università italiane; ma mette a disposizione notizie e informazioni che di fatto sono il duplicato di quanto già contenuto nelle pagine web dei dipartimenti e dei singoli CdS, però il tutto espresso in modo più cervellotico e in linguaggio burocratese, buono a mimetizzare in una cortina di fumo le reali dinamiche e gli effettivi funzionamenti dei CdS.

La scheda SUA-CdS – come anche i suoi consanguinei e parenti quali l’AVA e la VQR e tutte le altre infinite superfetazioni burocratiche, amministrative e normative che infettano e rendono invivibile l’odierna università – sono una prova di quanto il sistema universitario sia ormai giunto in quello stato di complessità in cui subentra la cosiddetta “controplessità”, quando «ad ogni nuovo livello di complessità, i payoff sono inferiori che nel precedente livello di complessità» (G. Sapienza, “Principi di controplessità”, in Id., Processo alla complessità, letteredaQalat, Caltagirone 2015, p. 139). Infatti, vale in generale che al crescere della complessità di una organizzazione o di una società, i rendimenti risultano sempre più decrescenti, sino al punto che il sistema, incapace di aumentare la propria efficienza, finisce per collassare sotto il peso di una complessità ormai ingestibile. Come ha scritto uno studioso americano, Joseph A. Tainter (The collapse of complex societies, Cambridge University Press, Cambridge 1988), una società complessa entra così nella fase in cui diventa sempre più vulnerabile al collasso, in seguito al quale il sistema finisce per riassestarsi a livelli più bassi di complessità. Purtroppo tale riassesto non avviene senza traumi, dolori, catastrofi e distruzioni materiali, così come è dimostrato dal collasso dei grandi imperi, in cui la scarsità delle risorse ha impedito un ulteriore aumento della complessità sistemica, causandone il crollo; è il caso paradigmatico dell’impero romano, portato ad esempio da Tainter.

Ebbene, sembra proprio che l’università sia avviata decisamente verso questo destino: per aumentare la qualità della ricerca si investono somme crescenti per monitorarla, si complicano le procedure che ne regolamentano il funzionamento, si rende sempre più cervellotica la sua gestione col risultato finale di vanificare lo scopo per cui tutto questo ambaradan è stato concepito, di sottrarre risorse utili e impedire di fatto la effettuazione di buona e creativa ricerca; analogamente, le misure per il  miglioramento della qualità della didattica richiedono sempre più tempo nella gestione dei meccanismi burocratici che permettono di controllarla e certificarla, sottraendo spazio ed energie ai docenti e a chi è interessato di fatto ad esercitarla, così ottenendo il risultato esattamente contrario a quello previsto. E ci limitiamo a questi due aspetti, senza parlare dello stato di insoddisfazione, disamoramento e di distacco – sia dei singoli docenti (che ormai vedono il pensionamento come una sorta di liberazione) come di chi occupa una carica – chiamati a un lavoro sempre più pesante a cui non corrisponde alcun tipo di gratificazione (nemmeno di tipo non economico), ma solo continue bastonature in termini di controllo e di mortificazioni, persino stipendiali, in un ateneo in cui ci si sente sempre più sudditi (grazie Gelmini!). Insomma l’università è sempre più impigliata in una attività forsennata di complicazione e aumento della complessità di ogni procedura, che finirà per avere come risultato, in una sorta di eterogenesi dei fini, solo il collasso progressivo della sua qualità, della sua attitudine a far ricerca, della sua capacità di formare uno spirito creativo e consapevole del cittadino, persino della sua prontezza nel rispondere alle esigenze del mercato del lavoro.

È un naufragio prevedibile, a cui tutti sembrano assistere come impotenti spettatori e sul quale viene proprio da domandarsi se i “decisori politici” non perseguano proprio questo fine: drasticamente ridurre il ruolo dell’università pubblica per creare al suo posto enti di ricerca e formazione di carattere privato o semiprivato che rispondano meglio ai bisogni del “mercato” e delle “aziende”.

Di fronte a questo spettacolo ho deciso di non essere più complice: adempiere alla mia funzione di Presidente di CdS – con tutte le ulteriori prerogative che ne conseguono – significa di fatto essere interni a questo meccanismo e illudersi che, assumendo un comportamento responsabile e impegnato, sia possibile salvare quanto più possibile di un’idea d’università che non sia la semplice subordinazione alle esigenze del mercato, con la inevitabile sua deriva aziendalista (oggi avvertibile persino nel vocabolario entrato in uso al suo interno). Non voglio rassegnarmi ad abbandonare un’idea di cultura che ha una sua logica, sue esigenze e che mira a formare l’uomo; una cultura che sia un mezzo per quel miglioramento umano e quel progresso interiore la cui omissione è alla base della barbarie del tempo presente. Un “miglioramento dell’uomo” che sembra ormai essere all’ultimo posto dell’agenda educativa, per essere appaltato o rimesso a forme informali di educazione, come la rete o le varie confessioni e, ancor peggio, i credi fondamentalisti.

Ecco perché ho deciso di dimettermi dalla carica di Presidente di CdS, una volta consegnata, come mio ultimo impegno, la scheda SUA-CdS. In passato il senso di responsabilità mi aveva impedito di farlo; ma di fronte a tanta consapevole irresponsabilità e cecità politico-governativa, non si può essere da soli a tentare di salvare la baracca. Tocca ad altri, a chi crede che procedendo su questa strada si stiano mettendo le basi di “sorti magnifiche e progressive” dell’università, prendere il testimone. Io mi accontento di essere solo lo spettatore di ciò che mi pare sempre più un inevitabile naufragio, per richiamare un famoso volume di Hans Blumenberg; e mi piace immaginare, forse sognare, che una spontanea dimissione in massa di chi occupa le varie cariche universitarie possa costituire una sorta di sveglia per chi ci governa, più di tanti scioperi e senza “danneggiare” nessuno, almeno nell’immediato. So bene che questa è una illusione: in molti hanno capito che il nuovo assetto universitario dà impensate possibilità di carriera, nuovi modi di esercitare il potere, inedite forme di scalata accademica; sono troppe le posizioni che si sono consolidate negli ultimi anni a seguito dell’affermarsi della “cultura della valutazione” e dei meccanismi di controllo e certificazione gestite dall’Anvur; troppi ormai coloro che da questa complessità crescente traggono benefici e vantaggi; in fondo anche nelle grandi crisi, nella fine di imperi e società, v’è stato chi si è illuso di poterne trarre favore. Sino a che tutti non ne verremo travolti. Spero proprio che sia possibile fermarsi in tempo.

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9 Commenti

  1. Spero possa avere voglia di rispondere ad una domanda: se portasse in votazione al CdS una scheda con testo simile a: “Avremmo potuto compilare questa sceda come negli scorsi anni, ma per abbiamo deciso di non perdere nuovamente tempo”, cosa accadrebbe? A norma di qualche legge ci sarebbe una qualche conseguenza?

  2. Rispondo come direttore del dipartimento di cui l’autore del post fa parte, oltre che come amico che dai lontani anni ’70 ha condiviso l’avventura universitaria, ma anche scientifica (ricordi Franco i bei viaggi a Poznan per approfondire epistemologia e metodologia?) e soprattutto di vita.
    Condividendo gran parte delle analisi scritte nell’articolo, e manifestando la mia tristezza per la decisione, non mi resta che giustificare perchè non accolgo l’invito ‘dimettiamoci tutti’ : certo non perchè sia tra quelli cui il nuovo assetto universitario dà “impensate possibilità di carriera e inedite forme di scalata accademica” (ho scalato la carriera fin dove era possibile arrivare, a forza di pubblicazioni scientifiche che qualcuno negli anni ’90 trovò valide senza calcolare soglie o altro), “nuovi modi di esercitare il potere” (per me il potere che ‘esercito’ dal 1992 ha solo tolto tempo alla ricerca e alla famiglia), nè mi sono mai illuso di “potere trarre favore” o altro, stando in posizioni di comando (diverso da ‘potere’, almeno come in genere si intende), e tanto meno me ne illudo adesso.
    Non mi dimetto e non scendo dalla nave – che pure vedo seguire una rotta sbagliata – perchè so che imbarcati su questa nave ci sono tanti colleghi, giovani e meno giovani, che ancora credono nella ricerca e nella didattica, e AMANO questo lavoro (mi scuso per la parola forse inappropriata di questi tempi) come io l’ho amato dal lontano 1974. Lasciare ciò che si ama è difficile, per me impossibile. Tentare sino all’ultimo, nei tre anni che mi restano prima del pensionamento, di evitare che nave di cui abbiamo condiviso la responsabilità vada dritto contro l’iceberg che la affonderebbe è un dovere: forse un’illusione, me ne rendo conto. Ma cos’è la vita stessa, se non un’illusione? Cosa le dà senso se non lottare sino alla fine, contro ogni delusione e ogni previsione di fallimento?
    Spero che Roars e i suoi lettori condividano la mia posizione, pur rispettando quella – legittima – di Franco: cui darò senz’altro il nulla osta a tornare ai suoi studi in Polonia. Spero di non dovere in futuro invidiare la sua scelta…
    Santo Di Nuovo

  3. Una piccola precisazione: quando parlo delle impensate possibilità di carriera e di scalata accademica, dei nuovi modi di esercitare il potere o di trarre favore dal nuovo sistema, certamente non mi riferivo al mio Direttore, a Santo Di Nuovo. E aggiungo che se non ho mollato prima è stato proprio per non fargli mancare la mia collaborazione e appoggio; e che la lunga esitazione da me provata prima di trarre il dado è stata dovuta proprio alla certezza del dispiacere che gli avrei arrecato. Quindi nessuna polemica contro di lui, il mio Dipartimento, la mia università. Il discorso è di carattere generale e riguarda una patologia in cui tutti siamo coinvolti. Anche io ho amato il lavoro che ho intrapreso sin dal 1986 (un po’ più tardi di Santo): era un lavoro fatto di ricerca, discussioni, didattica, seminari, incontri proficui. Ma ora il lavoro che sono chiamato a fare non è più quello ed è questo nuovo tipo di lavoro che io non amo. Per cui, per salvare ancora un po’ della dignità di me stesso come docente e ricercatore, ho deciso di smettere. E sapevo benissimo che il “dimettiamoci tutti” è solo una illusione: ma se fosse perseguita, vedi che effetto!

  4. Solidarietà completa. Condivido pienamente la convinzione che la soddisfazione del “cliente” debba contare il giusto quando si fa formazione. Ho visto approvare un questionario con il quale si interpellano gli studenti sulla struttura del Corso di Laurea che vorrebbero: generalista o più specialistico? A sviluppo orizzontale o verticale (che significa…)? Con quanti opzionali?

    In questa situazione il vero “spirito di servizio” è astenersi da ogni servizio.

  5. Un solo appunto alla lettera di Coniglione. Non ci sono proprio dubbi: tutto ciò per cui egli ha deciso di dimettersi serve proprio a chiudere patte delle università pubbliche! Quindi, non abbia alcun dubbio e alcuna remora.
    Ora, vediamo che succede con il prof di educazione fisica al MIUR… E per di più (o di meno) leghista. Chissà se ora senza il PD al governo, si avrà più coraggio a mandare tutto il baraccone del anvur a quel paese.

  6. Assolutamente d’accordo, bisogna smettere di soggiacere a questi meccanismi burocratici perditempo, che pretendono di controllarci e valutarci e che in realta’ ci distolgono dal lavoro. Personalmete mi sono defilato da anni da qualsiasi incarico, commissione o comitato. E da anni faccio resistenza anche alla compilazione dei terrificanti registri elettronici, ora approdati sul famoso ESSE3, con un livello di inusabilita’ pressoche’ totale.
    E cosi’ non lo compilo, e nelle note scrivo quanto segue:

    “E’ del tutto impossibile utilizzare questo sito web per tenere il calendario quotidiano delle proprie attivita’, in quanto questo sito NON si interfaccia con Google Calendar, o altri equivalenti servizi di calendario online, quali Outlook fornito a tutti i suoi dipendenti dall’Universita’ di Parma.
    Finche’ non sara’ realizzata una adeguata interfaccia con i calendari “online” usati nel mondo reale, MI RIFIUTO di perdere tempo prezioso trasferendo “a mano”, una ad una, le informazioni dal mio Google Calendar a questo sito fatto con i piedi.
    Cio’ comporterebbe peraltro la pressoche’ assoluta certezza di commettere qualche errore, con conseguenze assai gravi (falso ideologico, per di piu’ commesso nella compilazione di un documento ufficiale).
    La funzione di controllo delle mie attivita’ istituzionali e’ comunque assolta, in quanto ho condiviso la visione del mio Google Calendar al Direttore del Dipartimento, che dunque puo’ vedere in qualunque momento il mio intero calendario degli ultimi 10 anni, sul quale sono sempre dettagliatamente riportate tutte le attivita’ qui previste.”

    • Sì, la crescente complicazione delle procedure on-line, basate su dei programmi fatti da incompetenti culturali (perché la competenza tecnologica non fa inventare i programmi adeguati alla situazione), non è stata mai ostacolata dai vertici, anzi. Anche se si tratta di università, i suoi vertici sono affascinati e soggiogati dalla tecnologia, come se questa risolvesse da sé i problemi. Feticismo tecnologico. Mancano solo i dispositivi impiantati nel cervello, di cui si è parlato con entusiasmo a Leonardo, meno male che qualcuno ha detto che se vi si impiantasse qualcosa, magari si distrugge l’intera persona per sempre. Prevedo però atroci esperimenti su scimmie, cani e gatti.
      Quanto al corpo docente, tartassato anche attraverso innumerevoli regolamenti rinnovati o nuovi (più si regolamenta, meglio è, secondo loro), si è anche alle soglie di un’ondata di pensionamenti. Catastrofi su catastrofi.

  7. Non si può che sottoscrivere ogni parola. Purtroppo, come l’esercito di riserva di marxiana memoria, c’è sempre qualcuno che per anagrafe, inesperienza, forma mentis o bulimia burotelematica, è pronto a prendere il posto di chi lo abbandona per nobili motivi, come quelli indicati dal prof. Coniglione ora, dal prof. Rappazzo prima.
    Sì, forse dimissioni di massa dagli incarichi di ‘governance’ (notate la bella espressione!), rifiuto di adempiere obblighi impropri e non previsti dal ‘mansionario’ (qualcuno ricorda che fine ha fatto lo stato giuridico dei docenti? qualcuno ricorda che nel T.U. del 1958 c’era scritto che il docente è tenuto a svolgere il numero di lezioni necessarie all’esaurimento dell’oggetto del suo corso, e stop?), sabotaggio legittimo (compilare i formati elettronici con informazioni irrilevanti), ecc. a fronte dello svolgimento normale delle attività didattiche e della ricerca prevista e documentata: forse questo causerebbe qualche effetto a cascata; come far capire agli studenti che li stanno usando per trasformarli in docili consumatori…

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