«chi paragona le prove Invalsi alle verifiche di classe sbaglia, perché noi costruiamo strumenti di misurazione analoghi a quelli utilizzati nelle scienze sperimentali»: non c’è neppure bisogno di avere un minimo di cultura scientifica per rendersi conto dell’assurdità di pretendere che il supporto di modelli statistici  elevi le le cosiddette “misurazioni” dell’Invalsi al rango delle misurazioni che vengono fatte in un laboratorio di fisica. Ebbene, se l’attività dell’Invalsi si sviluppa sulla base di idee e di “competenze” simili, allora davvero c’è qualcosa di grave e profondo da correggere.

Si vorrebbe avere un atteggiamento il più possibile pacato nei confronti dell’Invalsi, soprattutto ora che una nuova presidenza inaugura una gestione il cui orientamento programmatico è tutto da conoscere. Inoltre, le prove Invalsi di quest’anno sono in corso: quelle delle primarie sono già state effettuate e a giorni avranno luogo quelle delle scuole medie, le più importanti in quanto faranno media nell’esame di licenza. Un atteggiamento pacato suggerirebbe di attendere e poi di aprire una fase di valutazione dei test proposti e di riflessione generale sugli indirizzi da prendere nel futuro. Invece i corridoi dell’ente sono evidentemente pervasi da un’atmosfera eccitata che influenza i suoi collaboratori e li anima a dar conferma del detto secondo cui “un bel tacer non fu mai scritto”. Così, invece di lasciar finire la fase operativa conclusiva di un lavoro preparatorio dei test che, a quanto si dice, dura da due anni, e invece di lasciare che sia il presidente a prendere per primo la parola, ecco che qualche collaboratore non riesce a trattenersi dall’esternazione, magari dicendo cose che sembrano pensate apposta per far saltare la mosca al naso.

Così nella versione in rete di un noto quotidiano la collaboratrice dell’Invalsi prof. Daniela Notarbartolo mette le mani avanti contro possibili analisi critiche: i test Invalsi sono frutto di rigore, lavoro di squadra e verifiche, non chiamateli quiz, contengono domande a risposta multipla, domande aperte, richieste di argomentazioni, dimostrazioni. Essi sono il frutto di una squadra di 250 docenti, tutti «con grande esperienza didattica e disciplinare». Forse, ma dobbiamo crederci perché lo dice uno di loro? Viene spontaneo chiedere: su quali basi si può affermare con tanta sicurezza che hanno grande esperienza didattica e disciplinare? chi e come li ha selezionati? con prove “oggettive standardizzate” come i test, magari in un processo durato due anni? Sono domande legittime cui le assicurazioni “soggettive” di un collaboratore non possono dar risposta e che sono al centro di una delle questioni più scottanti, e cioè del fatto che l’ente agisce, da quando esiste, al di fuori di ogni controllo, mentre pretende di atteggiarsi a valutatore insindacabile e oggettivo degli apprendimenti degli studenti.

Non mi soffermo sulla descrizione che viene proposta delle procedure seguite. Si parla di 15-18 mesi per costruire una “prova standardizzata”: e come viene riempito un così lungo lasso di tempo? Poi le domande vengono «selezionate e riconfezionate da un gruppo ristretto di docenti»: con quali criteri e come è scelto questo “gruppo ristretto”? Infine, le domande vengono «testate su un campione statistico”, e anche questo è un passaggio su cui occorrerebbe la massima trasparenza, perché sarebbe a dir poco discutibile che la scelta finale delle domande piuttosto che basarsi su una valutazione di contenuto sia appesa a qualche modello matematico-statistico, come fortemente sospettiamo.

Ma il peggio viene alla fine, quando si dice che «chi paragona le prove Invalsi alle verifiche di classe sbaglia, perché noi costruiamo strumenti di misurazione analoghi a quelli utilizzati nelle scienze sperimentali». Qui si resta a bocca aperta e riesce difficile fare un commento qualsiasi: non c’è neppure bisogno di avere un minimo di cultura scientifica per rendersi conto dell’assurdità di pretendere che il supporto di modelli statistici (immaginiamo, del tipo il modello di Rasch) elevi le le cosiddette “misurazioni” dell’Invalsi al rango delle misurazioni che vengono fatte in un laboratorio di fisica. Ebbene, se l’attività dell’Invalsi si sviluppa sulla base di idee e di “competenze” simili, allora davvero c’è qualcosa di grave e profondo da correggere. Altro che pretendere di misurare gli altri, qui è la qualità del lavoro dell’ente che va rivisitata da cima a fondo. Dispiace di doverlo dire mentre pensavamo che fosse meglio attendere la fine delle prove per aprire una discussione costruttiva, ma è proprio vero che “un bel tacer non fu mai scritto”.

 

(Il Mattino, 12 giugno 2014)

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5 Commenti

  1. da quello che ho capito la prova invalsi fa parte dell’esame di terza media e concorre alla valutazione individuale

    e’ difficile trovare un senso a tutto cio’: un test nato per la valutazione collettiva viene usato per valutazioni individuali

    28 domande di matematica, a cui rispondere in un’ora e un quarto

    cosa stanno valutando? l’emotivita’ degli individui?
    si puo’ trasformare la matematica in una gara, alla quale e’ obbligatorio partecipare? le gare le fa chi si sente pronto ed allenato, le gare sono una scelta individuale

    chi ha figli a scuola sa bene di cosa sto parlando, non
    c’e’ serieta’, non si comunica serieta’ con questi metodi

    non so quali teorie pedagogiche o di “quality assessment” sino dietro a tutto cio’, e francamente non mi interessa, perche’ questo modo di procedere genera solo umiliazioni degli studenti e ripulsa verso
    la scuola

    se per caso questo fosse un trend europeo o internazionale nella valutazione individuale (ne dubito), lo troverei sbagliato comunque

    chi e’ stato il ministro che ha reso la prova invalsi obbligatoria nell’esame di terza media, con queste assurde modalita’, contribuendo al degrado delle istituzioni scolastiche?

    quanto ci metteranno a capire che stanno sbagliando?
    spero che arrivi prima o poi un ministro che sia in grado di bloccare questa deriva aberrante

    Marco Vianello
    associato di analisi numerica
    Universita’ di Padova

  2. Marco Vianello scrive:

    .

    “non so quali teorie pedagogiche o di “quality assessment” sino dietro a tutto cio’, e francamente non mi interessa, perche’ questo modo di procedere genera solo umiliazioni degli studenti e ripulsa verso
    la scuola”

    .

    Le teorie per il miglioramento della qualità che stanno dietro queste pratiche sono mutuate da quelle che servono (utilmente, credo) per migliorare la qualità della produzione industriale. I bulloni, ad esempio. [1] In particolare, svolge un ruolo decisivo l’idea che si possa “misurare” tutto, anche ciò che per definizione non è misurabile. Da qui l’idea che si possa e si debba imitare in tutto e per tutto i metodi delle scienze dure. Il brano in neretto («chi paragona le prove Invalsi alle verifiche di classe sbaglia, perché noi costruiamo strumenti di misurazione analoghi a quelli utilizzati nelle scienze sperimentali») è eloquente. Questa idea che stiamo costruendo “strumenti di misurazione analoghi a quelli utilizzati nelle scienze sperimentali” fa una presa sicura sul popolo, che, quando sente le parole difficili, si affeziona.

    [1] “Mutuate” come? Per semplici procedimenti di generalizzazione e astrazione. Vedi ad esempio questo brano rivelatore, preso dalla pagina wikipedia dedicata alla “Quality Assurance”

    QA is not limited to the manufacturing, and can be applied to any business or non-business activity:
    • Design
    • Consulting
    • Banking
    • Insurance
    • Computer software development
    • Retailing
    • Transportation
    • Education
    • Translation
    It comprises a quality improvement process, which is generic in the sense that it can be applied to any of these activities and it establishes a behavior pattern, which supports the achievement of quality.

    e questa sconcertante testimonianza:

    https://www.roars.it/online/ora-basta-dopo-i-medici-anche-la-conferenza-per-lingegneria-contro-il-delirio-burocratico-ava/comment-page-1/#comment-28392

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