C’è qualcosa di assai peggiore dello stipendio (oggettivamente) basso: la perdita di senso. La torsione aziendalistica, la struttura sempre più dirigistica, il proliferare di  incomprensibili sigle (RAV, PTOF, PDM, UDA..) che celano la spersonalizzazione e la standardizzazione della funzione docente. È per questo, ben più che per le questioni monetarie, che induce ora alla rivolta – vedi recente sciopero unitario del 30 Maggio scorso –  l’annuncio della creazione di un’ulteriore e costosissima Spectre dal nome altisonante (“Scuola di Alta Formazione dell’istruzione”), pronta a irradiare le proprie occhiute vigilanze in tutte le scuole imponendo de facto corsi di formazione che affrontano i contenitori e non i contenuti (progettazione, mentoringflipped classroom etc.): ulteriore colonizzazione a gratis del tempo degli insegnanti, sottratto all’aggiornamento vero, alla lettura, allo scambio con i colleghi e con l’Università che ormai è sempre più un mondo distante e avulso; ulteriore produzione di carta inutile e di attestati validi quanto le onorificenze del Basso Impero.

 


C’è qualcosa di assai peggiore dello stipendio (oggettivamente) basso: la perdita di senso. La torsione aziendalistica impressa alla scuola negli ultimi 15 anni ha mirato e mira scientemente alla “diffusione di una cultura solipsistica e sempre più performativa, la de-territorializzazione e, in definitiva, la progressiva disumanizzazione degli operatori dell’istruzione e dei loro stessi utenti finali” (Pietro Li Causi). Che queste non siano vuote parole di polemica lo sa chi nella scuola opera ogni giorno: si tratta di una struttura sempre più dirigistica, nella quale i Collegi docenti, anziché discutere e deliberare, si limitano a recepire gli editti del Dirigente scolastico alias Preside (nella versione della Zoomata online, con telecamere spente, il dibattito è vieppiù compromesso; esistono eccezioni, beninteso). Un Dirigente talora digiuno, o ormai dimentico, dei problemi reali dell’insegnamento; un Dirigente non di rado responsabile di scuole assai diverse spalmate su più plessi o addirittura su più comuni, e dunque umanamente incapace di seguire tutto, di conoscere le molte centinaia di allievi (ma financo i suoi docenti, talora ben più di 100); un Dirigente che, terrorizzato dai ricorsi e pronto a intervenire ad alzare i voti degli allievi per evitare bocciature, passa da un’emergenza a un’altra, tampona le falle, ambisce – succubo egli stesso del moloch burocratico che solo impera – alla perfezione formale di procedure atte a mostrare che “qui va tutto bene”.

Prendete i famosi PCTO (ex Alternanza Scuola-Lavoro), o i percorsi di Educazione Civica Trasversale (ex Cittadinanza e Costituzione): programmi spesso stabiliti centralmente e rovesciati su docenti inconsapevoli e riottosi, costretti a lasciare che i ragazzi (per giorni) si assentino per volantinare in un Centro commerciale o per vendere gadget dinanzi all’Euroflora; o costretti a inventare unità didattiche improponibili e forzate per far entrare l’articolo 9 in una lezione di scienze motorie, o la parità di genere in una lezione di algebra (e il voto va in pagella). Che poi alcuni insegnanti si ingegnino, e trovino talora soluzioni accettabili, creative o addirittura geniali, nulla toglie all’assurdità della situazione, e soprattutto al sentimento che perda ormai di senso l’essenziale, che la trasmissione, la condivisione e la verifica del sapere non siano più il core business di tutta la baracca, che le nozioni siano liofilizzate in uno spezzatino tanto più grondante di ipocrisia quanto formalmente schematizzato in rapporti dettagliatissimi (competenze, conoscenze, applicazioni, unità, punti di forza, e consimili deformazioni della neolingua pedagogistica) non letti da nessuno ma redatti dai docenti in interminabili pomeriggi su pomeriggi – qualcuno ha visto un “documento del 15 maggio”?

PTOF, PDP, CLIL, RAV, UdA…: sotto il proliferare di queste incomprensibili sigle si celano la spersonalizzazione e la standardizzazione della funzione docente. E anche la sbandierata attenzione agli studenti fragili è assai dubbia: si obbligano gli insegnanti a estenuanti corsi di “inclusione” (forse con la mira malcelata di eliminare pian piano i docenti di sostegno affidando i casi difficili ai docenti d’aula così formati), ma non è certo coi PDP (talora redatti sotto l’imperio di protocolli medici di dubbia fondatezza) o con la burocratizzazione a oltranza della procedura che si stabilisce quel contatto umano con chi ha più bisogno d’attenzione. Così come non è tramite la compulsiva verbalizzazione di ogni minimo colloquio, o tramite asettici indicatori numerici – spesso schiaffati lì a priori e accompagnati da righe scopiazzate da appositi anonimi repertori – che si favorisce davvero la capacità di relazionarsi con gli studenti: anzi, spesso la si ostacola.

È per questo, ben più che per le questioni monetarie, che induce ora alla rivolta l’annuncio della creazione di un’ulteriore e costosissima Spectre dal nome altisonante (“Scuola di Alta Formazione dell’istruzione”), pronta a irradiare le proprie occhiute vigilanze in tutte le scuole imponendo de facto corsi di formazione che affrontano i contenitori e non i contenuti (progettazione, mentoringflipped classroom etc.): ulteriore colonizzazione a gratis del tempo degli insegnanti, sottratto all’aggiornamento vero, alla lettura, allo scambio con i colleghi e con l’Università che ormai è sempre più un mondo distante e avulso; ulteriore produzione di carta inutile e di attestati validi quanto le onorificenze del Basso Impero; ulteriore mortificazione di chi guarda alla sostanza più che alla forma, all’alunno troppo silenzioso o al valore formativo di un’uscita a teatro, al piacere di discutere degli asintoti o delle traduzioni di Virgilio, piuttosto che a inutilissimi percorsi di didattica innovativa o a corsi che ingrassano il business dei formatori e non servono nemmeno a motivare o mettere in discussione i docenti neghittosi o rinunciatari (che pure, ovviamente, esistono). Ulteriore avvitamento in un sistema di quantificazione e ricerca dei “punti-mela” che finisce per contagiare pian piano gli stessi studenti, come accade del resto da anni anche all’Università con il sistema dei crediti. Che peraltro questa china burocratica e pedagogistica, già imboccata da parecchio tempo, non faccia che ingenerare frustrazioni e abbandoni, e soprattutto peggiorare la preparazione e le capacità dei ragazzi, non sembra un’evidenza sufficiente per decidere di invertire la rotta.

Su questi altari, infine, si sacrificano risorse che si sarebbero dovute impegnare invece in una delle missioni più urgenti (la tanto vituperata Azzolina aveva iniziato a pensarci operativamente), ovvero la riduzione del numero di allievi per classe – i docenti più esperti ricordano quante cose si potevano fare con 18-20 alunni, quante più verifiche e quanti più scambi individuali, anche in termini di lavori di gruppo, di riflessione didattica non standardizzata, di vera “cura” delle giovani menti, di condivisione genuina e non posticcia di esperienze educative che per loro natura resistono all’impietosa standardizzazione delle gabbie burocratiche. Anzi, si prevedono tagli cospicui di posti (9600 in 5 anni, in omaggio alla denatalità del Paese), e il finanziamento della premialità conseguente all’”Alta formazione” con risorse sottratte alla “carta del docente”. È al limite del tragicomico il fatto che un sistema così prono ai più sofisticati sistemi di valutazione finisca per selezionare i futuri docenti – lo si è visto nel recentissimo concorsone, estremo erede di un grottesco susseguirsi di architetture di assunzione in perpetuo mutamento – tramite un test a crocette in cui si chiede l’autore del Vantone (proviamo a farlo con gli ordinari di letteratura italiana nei nostri Atenei?) o la data (non il contenuto, si badi!) della circolare ministeriale sull’informatica a scuola. Se tutto ciò fosse stato disposto da un ministro diverso da Bianchi – uomo da sempre permeato di cultura aziendalistica e pedagogia neoliberale, da buon seguace di Adam Smith, ma protetto dall’intangibilità dei “migliori” -, ci sarebbe stata la rivoluzione.

O invece, alla fine, ci sarà davvero?

 

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 2.05.22.

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