La puntata di ieri di Presa Diretta dedicata al sistema del reclutamento universitario ha raccontato la storia di un fallimento. Il fallimento della legge Gelmini (2010) che avrebbe dovuto salvare l’Università italiana da concorsi truccati e professori fannulloni (inattivi). In che modo avrebbe dovuto farlo?

1) Con la valutazione amministrativa centralizzata svolta da una élite di professori eccellenti raccolti in ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione della Università e della Ricerca). L’agenzia di valutazione pensata dal ministro Mussi, e adottata da Gelmini e dal suo consulente Giavazzi. Valutare la produzione scientifica, i ricercatori, le strutture per distribuire le risorse in base ai risultati della valutazione, premiando e punendo di conseguenza: una ricetta che veniva da lontano, dall’onda del new public management del governo di Margaret Thatcher ed entusiasticamente rafforzata dal governo Blair.

2) Con l’introduzione della Abilitazione Scientifica Nazionale (ASN), svolta anch’essa da professori eccellenti. E governata nei fatti da ANVUR che definisce i parametri quantitativi per diventare commissari e per essere ammessi alla procedura come candidati abilitabili.

3) Con lo svolgimento di concorsi locali, dove non tutti i docenti possono fare i commissari. Ma solo gli ordinari ordinari eccellenti certificati da ANVUR, secondo i parametri di cui al punto precedente.

4) Riducendo l’autogoverno democratico delle Università, con la trasformazione del Rettore da primus inter pares a sovrano per sei anni, uomo solo al comando dell’ateneo. Riducendo il potere del Senato accademico e rafforzando i poteri dei Consigli di Amministrazione, ora popolati da membri non-accademici.

A oltre 10 anni dalla riforma, i risultati sono sotto gli occhi di tutti:

a) si è verificata una riconfigurazione del potere universitario dai “baroni pre-Gelmini” ai “baroni post-Gelmini”. Questi ultimi sono certificati eccellenti da ANVUR e fanno il bello e il cattivo tempo, ognuno dentro il proprio settore disciplinare. Le regole dell’abilitazione e dei concorsi hanno ormai reso i settori disciplinari gabbie rigidissime, con ferree regole di appartenenza;

b) si è rafforzata la gerarchizzazione dei ruoli: con un esercito di dottorandi e precari (assegnisti di ricerca, ricercatori a Tempo determinato) il cui destino dipende dal boss di riferimento. Nel mondo educato dell’accademia il boss si chiama Principal Investigator ed il suo potere si misura dal numero di sottoposti che popolano il suo gruppo di ricerca;

c) si è verificata una crescita enorme delle schiere di figure precarie, meno costose e facilmente sostituibili. La precarietà è giustificata con l’argomento che la ricerca non è un mestiere per tutti e richiede un lungo apprendistato. Chi non è tagliato per il lavoro non può occupare posti che non merita. La legge Gelmini ha abolito la figura del ricercatore a tempo indeterminato: riottoso e indipendente perché con il posto garantito;

d) si è attuata una rigida determinazione delle carriere accademiche. Nei cosiddetti ‘settori bibliometrici’ esse dipendono dalla quantità di pubblicazioni fatte e dalle citazioni ricevute. Nei settori non-bibliometrici dalla quantità di pubblicazioni, e in particolare da quelle apparse su riviste di Fascia A. (L’aberrazione di questa distinzione in aree è un fenomeno tutto italiano).

Le conseguenze di queste “innovazioni” cominciano ad essere verificabili, dati alla mano.

1) Riduzione della varietà dei temi di ricerca a quelli utili per pubblicare ai fini della carriera; la ricerca innovativa, quella volta a replicare il lavoro di altri per verificarlo, la ricerca cosiddetta ‘curiosity driven’, e anche la c.d. ricerca di base (di cui pure a Presa Diretta si è episodicamente parlato) deve lasciare il posto alla ricerca utile per la carriera, quella condizionata da programmi di ricerca finanziati perché si assumono utili per le imprese.

2) Aggiramento sistematico e fraudolento delle regole per ottenere l’abilitazione. Con il diffondersi di fenomeni noti agli addetti ai lavori come gaming: autoraggi di comodo; pubblicazioni su riviste ‘predatorie’; doping citazionale; club citazionali; controllo sistematico delle pubblicazioni sulle riviste di fascia A.

Nel frattempo accade che le risorse scarse dedicate a università e ricerca vengono concentrate su pochi gruppi eccellenti e su pochi atenei, tutti, è ovvio, certificati da ANVUR. Un fenomeno per il quale Gianfranco Viesti ha coniato l’espressione “compressione selettiva e cumulativa”. La versione italiana dell’effetto San Matteo: le Università e i gruppi già ricchi diventano sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri e ai margini del sistema.

La perversa combinazione della scarsità di risorse iniettate nel sistema, delle regole per la loro ripartizione e del meccanismo contabile dei c.d. punti organico (PO) spingono gli atenei a preferire sistematicamente i candidati locali, che costano meno rispetto agli esterni (con un milione di euro si fanno 10 professori ordinari “esterni”, o in alternativa 33 progressioni di carriera di “locali” e si assumono 20 RTDa). E rafforzano il potere dei gruppi vincenti locali.

La legge Gelmini e la sua attuazione bipartisan non hanno salvato l’Università italiana dai baroni, come si era dichiarato di voler fare. L’hanno semplicemente consegnata ad una élite di ordinari spesso contigui alle stanze ministeriali. Che cantano le lodi di valutazione e meritocrazia. E celebrano i successi della riforma.

Fuori dai gruppi vincenti, chi può fugge. E chi non può fuggire, esce dal sistema o si adatta a sopravvivere in un clima sempre più tossico.

Per invertire questa ormai consolidata deriva non basta un qualche maquillage delle regole concorsuali o dell’abilitazione, come suggerito ieri dalla Ministra, che in anno di reggenza finora non ha fatto nulla e che ha preferito dare la colpa al Parlamento per giustificare la sua inazione.

Servono risorse crescenti e diffuse.

Serve liberare i precari della ricerca dal ricatto della precarietà.

Serve ridurre la concentrazione del potere accademico nelle mani degli ordinari, ripristinando forme di governo democratico degli atenei.

Serve liberare l’Università dalla pervasiva macchina della valutazione anvuriana.

Prima che sia troppo tardi.

O forse è già troppo tardi?

Send to Kindle

3 Commenti

  1. Condivido l’analisi. Gli ordinari hanno fatto quel che hanno voluto e tuttora lo fanno. Bloccano carriere, altre le fanno avanzare a passo di bersagliere.
    Molti di noi sono stati sfruttati per decenni, ma senza alcun avanzamento. È andato a vantaggio dell’istituzione? No, dei predestinati.
    Basterebbe liberare l’istituzione dalla mafia…e dai metodi mafiosi.

  2. Vorrei anche dire che non è affato vero che i locali sono avvantaggiati. Nella mia università è tutto il contrario! Considerate che per vincere sulla scacchiera nazionale devono fare ‘favori’ a baroni di altre università…. che vogliono sistemare i propri allievi. E siccome l’ordinario ha una lunga memoria, se hai vinto e uno dei loro ha perso, paghi a distanza di decenni.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.