Come è noto, il Consiglio di Stato, accogliendo il ricorso sottoscritto da un centinaio di docenti del Politecnico di Milano, ha annullato la delibera del Senato Accademico che imponeva l’erogazione esclusivamente in lingua inglese della didattica di tutti corsi di laurea magistrale.

Il 5 aprile scorso, su uno spazio a pagamento nelle pagine milanesi del Corriere della Sera, è stato pubblicato un testo, firmato dall’Advisory Board dell’ateneo, che rivendica l’insegnamento in inglese come mezzo per favorire il diritto al lavoro.

Il giorno dopo, un membro del board, intervistato dal Corriere, ha dato una ripassata -fortunatamente solo verbale – ai docenti che avevano sottoscritto il ricorso.

Scelta «tafazziana», «autolesionista», «suicida». O, ancora, «provinciale», «sciovinista». Addirittura «revanscista». […] «Perché come si possono definire, senza eccedere con il linguaggio, quei cento professori (126, ndr) che hanno portato le loro istanze conservative a una sentenza del Consiglio di Stato da “parrucconi”?» […] un modello quasi antropologico dell’intellettuale che si dichiara antico e provinciale, incapace di aggiornarsi e mettersi al passo con i tempi e che inoltre si segnala come tale, firmando ricorsi al Tar e lettere a Mattarella [la lettera aperta “L’italiano siamo noi“, NdR]. […] A che cosa puntano gli irriducibili anti-inglese? «A una baronia allo stato puro, a una rendita di posizione, a una difesa di un passato che non trova riscontro non solo nel futuro ma neppure nel presente. Senza lungimiranza né curiosità. Con altre persone e altri approcci si sarebbe potuta intavolare una discussione diversa invece stiamo parlando di individui di poca virtù professionale, che non hanno alcuna intenzione di guardare avanti».”

I toni sono apparsi talmente sopra le righe da indurre Maria Gabriella Mulas, una docente che non aveva partecipato al ricorso, a scrivere una lettera al Corriere:

«indignazione» è il termine che descrive la mia reazione all’intervista dell’architetto Lissoni […] l’Advisory Board non è previsto né dalla legge nè dallo Statuto. È un organo cui, se si vuole, si possono chiedere pareri ma certo non insulti.

Non è la prima volta che vediamo atenei gestiti come feudi, insofferenti del controllo di legalità. Desta sensazione che a rivendicare una sorta di extraterritorialità sia il Politecnico di Milano e che un importante quotidiano si sia prestato docilmente a un’operazione punitiva nei confronti della dissidenza interna.

Quale altra definizione si può dare della pubblicazione, senza contraddittorio, delle sguaiate accuse di Lissoni nei confronti di chi ha visto riconoscere le sue ragioni in entrambi i gradi del giudizio amministrativo, con l’avallo decisivo dei Giudici delle Leggi di questo Paese? Può un Rettore tollerare senza fiatare una simile aggressione nei confronti di un centinaio di docenti del suo ateneo?

Noi crediamo di no. Non solo l’aggressione viene da un membro di un organo dell’ateneo, ma le interviste di Lissoni e del Rettore Ferruccio Resta sono state pubblicate una accanto all’altra. Il rettore Resta non può fare a meno di chiedere le dimissioni di Piero Lissoni. Non farlo vorrebbe dire legittimarne le intemperanze e sdoganare l’intimidazione delle minoranze come metodo di governo.

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6 aprile 2018: pag. 4 di Corriere della Sera – Milano:

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24 aprile 2018: pag. 13 di Corriere della Sera – Milano:

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26 Commenti

  1. Atenei sempre più simili a caserme. Comunque, è del tutto innovativo il ricorso all’advisory board per manganellare i dissidenti e invocare l’esenzione dal dover applicare le sentenze. Non si finisce mai di imparare. Se il vostro rettore vuole istituire un advisory board, cercate di fermarlo prima di trovarvi malmenati dai suoi pretoriani.

    • Fa impressione il Corriere della Sera che pubblica l’intervista a Lissoni senza dare alcuno spazio ai docenti oggetto dell’attacco verbale. È vero che il giorno prima l’Advisory Board aveva acquistato uno spazio a pagamento, ma questo non dovrebbe dare il diritto a disporre dei giornalisti del Corriere come se fossero il proprio ufficio stampa.

  2. Abbiamo perso il senso della misura e trasformato l’Università in una (brutta) copia dell’agone politico: uno comanda e gli altri obbediscono…
    Super poteri ai Rettori (eletti per un unico mandato), depotenziamento del Senato, possibilità di istituire altri organi che, di fatto, sostituiscono quelli rappresentativi di docenti e ricercatori, suggerimenti e/o minacce per chi disobbedisce o presenta ricorso (potreste per favore spiegare ai Rettori che la tutela dei propri diritti in ambito giurisdizionale è previsto dalla Costituzione!), ora l’insulto (perfettamente in linea con quelli della politica nostrana nazionale o, peggio locale). No, questa non è l’Università che avevo immaginato quando, giovane studente, idealizzavo la figura del “Professore Universitario” (persona colta, sempre pronta al dialogo, rispettosa della dignità altrui).
    Mala tempora currunt…

  3. Per capire meglio di che cosa si sta parlando, ho fatto un salto sul sito web del Politecnico.
    Ricerco con parole chiave “advisory board”: nessun risultato. Ma potrebbe essere colpa mia, o del mio browser.
    Con Goole trovo il link alla pagina corretta (!), e leggo che “È composto da 15 ex-allievi eccellenti […]”. Già comincio a capire meglio.
    Scorro poi la lista dei componenti.
    Primo nome: Roger Abravanel, molto noto ai lettori di Roars.
    Tredicesimo nome: Giorgio Squinzi, già presidente di Confindustria.
    Mi sembra (ma potrei sbagliare) che quasi tutti i membri facciano parte del mondo dell’imprenditoria o del mangement di alto livello.
    Adesso è più chiaro?

  4. La cosa assurda è che l’accademia, nei suoi vari organi e componenti, debba continuamente derogare (volente o nolente) le proprie decisioni a TAR e Consiglio di Stato che chiaramente dovrebbero essere meno qualificati dell’accademia stessa a decidere come l’accademia debba organizzarsi e quali servizi debba offrire e con quali modalità.

    Questo approccio giuridichese e burocratese è solo lo specchio di interessi particolari, un po’ patetici, e un generale infantilismo dell’accademia vista nel suo complesso.

    Se l’accademia non è in grado di decidere da sola se debba insegnare i corsi magistrali in inglese, ci si dovrebbe in primis chiedere se l’accademia sia all’altezza di erogare un’istruzione universitaria. Se all’accademia è data, come è ovvio, l’autonomia e la responsabilità di offrire l’istruzione universitaria, risulta poi ridicolo e patetico che la stessa accademia non abbia l’autonomia e la responsabilità di decidere se erogare i corsi magistrali in lingua inglese. Se c’è bisogno della balia del TAR ogni due per tre, l’infantilismo mi pare evidente. E non si capisce perchè le tasse degli italiani debbano finanziare un’accademia infantile.

    • Prendo la scia del commento per suggerire una misura concreta (di quelle che roars non fa mai): aboliamo il TAR, il consiglio di stato e visto che ci siamo anche la corte costituzionale. Questo avrebbe come effetto di far uscire l’università italiana dal suo infantilismo.

    • e soprattutto eviterebbe che l’accademia “debba continuamente derogare” le proprie decisioni a TAR e Consiglio si Stato. Anche se, a difesa dei magistrati, devo dire che (seppur “meno qualificati dell’accademia”) probabilmente sanno cosa significa “derogare”.


    • Assolutamente d’accordo con A. Baccini. Inoltre, come già aveva detto qualcuno, invito chi perora la causa dell’inglese nei corsi universitari italiani, a prescindere dal dettato della Costituzione, dal Consiglio di Stato, dalla Corte Costituzionale … di scrivere sempre in inglese. Tanto lo capiamo. Di essere, cioè coerente.

    • Secondo la stessa logica, dovremmo fare a meno dei vigili urbani e della polizia stradale. Infatti, se un automobilista non è in grado di decidere da solo se passare o non passare con il rosso, si dovrebbe in primis chiedere se sia all’altezza di guidare. Se al guidatore è stata concessa la patente, risulta poi ridicolo e patetico che non abbia l’autonomia e la responsabilità di decidere se passare con il rosso. Se c’è bisogno dei vigili urbani ogni due per tre, gli automobilisti non usciranno mai dal generale infantilismo in cui versano.

    • Tre risposte, e nessuna nel merito. Chissà di cosa è sintomatico. Oltre a un tizio che ha tempo da perdere facendo finta di non sapere cosa sia il T9.

    • In effetti, commentare i post di Roars con un cellulare che usa il T9 (“Text on 9 keys”) è a dir poco eroico. Oppure da nostalgici che caricano sul proprio smartphone la App che emula il T9 .


  5. “Advisory Board”: grazie a Roberto Mandrioli per aver indagato sulla sua composizione. “Advisory board” significa in italiano “Comitato consultivo” che anzi suona meglio di AB perché allitterante. L’allitterazione è stata molto usata nell’antica poesia germanica, inglese e non. Questo di AB anziché CC è molto ma molto più provinciale del cd provincialismo denunciato dall’AB. E’ tipico dei semidotti usare parole altisonanti, della propria lingua o di una lingua straniera, per dire le cose più semplici, sbagliando spesso. Lasciamo stare board che non dice niente, ma advisory è lievemente minaccioso, ricorda avvertenza, avvertimento, avviso “comunicazione scritta attraverso la quale si notifica formalmente qualcosa a qualcuno”.

  6. Le leggi vanno rispettate, così come le sentenze. Trovo altresì assurdo che si provi a fare un’operazione del genere senza avere una ragionevole certezza che la cosa sia legittima. Detto questo, non ritenete che l’insegnamento in lingua inglese sarebbe un valore aggiunto alla formazione degli studenti, visto il mondo in cui andranno a lavorare? Senza entrare nel dettaglio degli studi scientifici sulla valenza dell’insegnamento in lingua straniera, non basterebbe questa considerazione per valutare positivamente la cosa? Mi chiedo se i 100 e passa docenti abbiano fatto ricorso per profondo rispetto della costituzione o per ritrosia a dover faticare un filo di più…

    • Tesi affascinante: 100 docenti ricorrono al TAR sperando nell’intervento della Corte Costituzionale perché “non vogliono faticare un filo di più”. A me ricorda quella secondo cui l’uomo non è mai arrivato sulla luna…

    • la trovo meno affascinante di 100 docenti universitari che ricorrono per grande amore della costituzione, ad onor del vero. La motivazione didattica, a quanto ho capito, non sussiste, visto che ci sono studi che dimostrano l’efficacia dell’insegnamento in lingua (oltre agli ovvi benefici sull’apprendimento della stessa).

    • moebius1927: “ci sono studi che dimostrano l’efficacia dell’insegnamento in lingua”
      _______________
      «Teaching in English arguably decreases the quality of teaching. The Rectors’ Conference of German Universities, in a widely disseminated resolution, pointed out this risk. […] In the end, what matters most in the job market are the technical skills acquired by students and these are best acquired through the mother tongue».


      ______________
      https://www.timeshighereducation.com/blog/why-teaching-english-may-not-be-such-good-idea

    • Lo studio citato è però ben distante dall’insegnamento di un corso. Il caso riportato è quello di una conferenza, che peraltro parlava di cose in cui gli studenti non erano esperti. Si aveva quindi da un lato una certa mancanza di lessico specifico della materia, dall’altro mancava il fattore feedback e sopratutto lo studio seguente alla lezione. Insomma è più vicino al far seguire un film in lingua originale e uno doppiato che ad un corso universitario.
      A parte questo, il ministero stesso ha previsto che nella scuola italiana sia presente il CLIL (insegnamento in lingua di altre materie) e quindi bisognerebbe chiarire che direzione vogliamo far prendere all’istruzione.

    • moebius1927: “Lo studio citato è però ben distante dall’insegnamento di un corso.”
      ________________
      Il materiale citato nell’articolo apparso su Times Higher Education comprendeva:
      1. Sprachenpolitik an deutschen Hochschulen (Documento della Conferenza dei Rettori tedesca sulla politica linguistica delle università tedesche)
      2. Donohue, James P., and Elizabeth J. Erling. “Investigating the relationship between the use of English for academic purposes and academic attainment.” Journal of English for Academic Purposes 11.3 (2012): 210-219. [dall’abstract: “The purpose of this study is to determine whether differences in academic attainment between university students could be correlated with their use of English for academic purposes.”]
      ============
      Infine, non si vede cosa c’entri il CLIL con una delibera che vieta l’insegnamento in italiano in tutti i corsi di laurea magistrale di un ateneo.

  7. Non commento il primo riferimento (non conosco il tedesco), ma il secondo non è assolutamente categorico sull’argomento. Si limita a prescrivere di verificare che l’insegnamento in lingua sia all’interno di una safe zone per docente e studente. Il che vuol dire alcune cose, per come la vedo io: buona conoscenza di base da parte di entrambi, ma sopratutto disponibilità a chiarimenti (eventualmente anche in italiano).
    Il collegamento con il CLIL mi pare evidente, ad onor del vero, perché si potrebbe muovere la stessa obiezione circa la riduzione dell’efficacia nell’insegnamento. Mi sembra invece forzato parlare di divieto di insegnamento in italiano, invece che di scelta dell’ateneo di impartire i corsi in lingua inglese (posto che visto che la legge non lo permette c’è poco da dire).

    • Moebius1927: “Non commento il primo riferimento (non conosco il tedesco)”
      _______________
      Per chi non sa il tedesco, l’articolo di Times Higher Education riassumeva così: «Teaching in English arguably decreases the quality of teaching. The Rectors’ Conference of German Universities, in a widely disseminated resolution, pointed out this risk. […] In the end, what matters most in the job market are the technical skills acquired by students and these are best acquired through the mother tongue».
      ==============
      moebius1927: “Mi sembra invece forzato parlare di divieto di insegnamento in italiano, invece che di scelta dell’ateneo di impartire i corsi in lingua inglese”
      ______________
      Certo, se non è zuppa è pan bagnato.

  8. In Inglese o in Italiano un professore deve possedere contenuti, fare scelte didattiche, offrire guida e strumenti perché gli studenti possano autonomamente accrescere le loro conoscenze.
    Nessuno ha parlato degli studenti: quanti potrebbero seguire con profitto? I docenti potranno tener conto del ritardo e chiedere che ripetano l’esame? L’Università ha le possibilità finanziarie per istituire corsi di Lingua Inglese per chi, per esempio, ha studiato altra lingua?
    Queste sono alcune delle domande che mi fanno pensare che in questo vortice di idee-slogan i diritti di alcuni studenti non siano tenuti in conto e che si stiano ponendo le basi per un numero chiuso che non sortisce esattamente dal merito.
    A mio parere, perché le Università possano programmare i loro corsi al meglio, lo studente deve essere posto veramente al centro, così il territorio in cui viviamo.
    Il TAR, ahimè, sarà chiamato a pronunciarsi sino a che non vi sarà un progetto condiviso per l’Istruzione. Sarà molto difficile ricostruire dalle macerie e distinguendo dagli interessi particolari. Tuttavia, credo che ciò che dovremo chiedere è una sorta di ‘pausa di riflessione’, perciò che riguarda il nostro sistema intero. Per poi poter ripartire.

    • Ok sull’istituire dei corsi di lingua ben fatti, ma la scelta va nella direzione di offrire un servizio diverso, non in quella di punire o mettere in difficoltà. Ci saranno gli studenti che apprezzeranno e quelli che non apprezzeranno, ma se parliamo di attenzione a loro bisognerebbe prima interpellarli e sopratutto valutare il fatto che ci sarebbero comunque tanti altri atenei che offrono corsi in italiano. A mio avviso, per uno studente di ingegneria, una conoscenza di buon livello dell’inglese è un requisito altrettanto fondamentale rispetto alle conoscenze tecniche, sia per affacciarsi sul mondo del lavoro (anche lavorando in Italia, i rapporti con gli stranieri e le trasferte sono quotidiani) che per studiare, visto che in molte aree i testi sono solo (o quasi solo) in inglese: attualmente molti studenti si limitano a studiare sugli appunti (cosa che trovo pessima), anche perché non hanno le competenze linguistiche per comprendere un testo in lingua.

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