In un articolo del Foglio a firma di Andrea Ichino del 19 Febbraio, in risposta all’appello per la libertà della ricerca apparso su Roars, si sostiene non solo che la valutazione della ricerca sia necessaria, ma che sia anche desiderabile. Per quanto gli argomenti utilizzati sembrino a prima vista esporre con rigore logico delle incontrovertibili argomentazioni a favore della tesi, a una lettura più attenta non si possono non notare numerose contraddizioni interne al discorso, nonché numerose altre affermazioni false o non sostanziate da fatti, fino ad arrivare addirittura a travisare altrui affermazioni. Ma procediamo con ordine.

La prima affermazione che viene fatta è “[…] non vedo per quale motivo dovremmo essere liberi di fare ricerca che interessi solo a noi o che incrementi in modo insignificante l’ammontare di conoscenze che interessano a chi ci paga.” In realtà vi è un motivo molto semplice per garantire questa libertà, citato peraltro nell’appello stesso, ossia l’Art. 33 della Costituzione Italiana, il quale afferma che “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.”. Ci sarebbe poi da domandare all’autore chi stabilisce cosa sia utile e cosa inutile, cosa sia un incremento “significativo” della conoscenza e cosa uno “insignificante”: Dio? Zorro? La Mano Invisibile (sperando non sia la stessa che regola il mercato)?

Continua poi dicendo  “Chiedo ai firmatari dell’appello se davvero pensano che a noi professori universitari possa essere concesso il diritto di fare quel che più ci piace senza alcun controllo e a spese di chi paga le tasse. Credo (o per lo meno spero) che non lo pensino, e quindi il problema non è se valutare, ma come valutare.” Non voglio nemmeno sprecarmi a sottolineare come la prima parte dell’affermazione rappresenti una mistificazione del contenuto dell’appello. Voglio invece prendere momentaneamente per buona la seconda parte  della frase, per quanto non possa non rimandare il Prof. Ichino a una lettura attenta dei lavori di Michael Foucault e al più recente, per l’aggiornamento bibliografico, libro di Valeria Pinto “Valutare e punire” (Cronopio, 2019).

Rispetto ai metodi di valutazione, vengono presi in considerazione due modelli, definiti rispettivamente come “modello USA” e “modello europeo”: secondo l’autore, il modello USA sarebbe contraddistinto per una valutazione effettuata dagli studenti, che con le loro tasse universitarie permettono la sopravvivenza solo dei migliori centri, e si contrapporrebbe a quello europeo, nel quale il legislatore decide i parametri di valutazione.

Rispetto al primo modello, l’autore dimentica alcuni passaggi fondamentali: innanzitutto che le università americane, anche le più prestigiose, non sopravvivono con le sole tasse pagate dagli studenti, ma ricevono cospicue donazioni da privati (nessuna filantropia, si tratta molto più prosaicamente di accedere ad agevolazioni fiscali) e ricevono inoltre cospicui fondi di ricerca dai vari dipartimenti dell’amministrazione statunitense. Dimentica inoltre che la dipendenza da queste tasse e dalle donazioni private ha condotto, soprattutto in tempi recenti, a una serie di scandali nei quali le università falsificavano i test d’ingresso dei figli dei ricchi donatori, proprio in virtù della posizione di ricattabilità.

Il Prof. Ichino sostiene inoltre che gli autori dell’appello si scagliano contro il sistema della peer review anonima. Anche se non sono riuscito a trovare il punto dell’appello in cui questo viene detto, mi permetto comunque di rispondere che l’anonimato è un problema: non può esistere valutazione tra pari se il giudice non ci mette la faccia. Non mi risulta che esistano processi in cui il giudice è anonimo.

Si arriva  quindi alla parte più imbarazzante del testo, quando il Prof. Ichino dice: “[…] non è chiaro in base a quale evidenza scientifica l’appello di Roars possa affermare che i sistemi bibliometrici sono “numeri e misure che di scientifico, lo sanno tutti, non hanno nulla e nulla garantiscono in termini di qualità della conoscenza”. Ad esempio Régibeau and Rockett (Research assessment and recognized excellence: simple bibliometrics for more efficient academic research evaluations, Economic Policy, 2016)[…]”.

Uso qui il termine “imbarazzante” come eufemismo, sia chiaro: imbarazzante innanzitutto perché l’articolo chiamato in causa dal Prof. Ichino ha ricevuto appena 10 citazioni in 4 anni, una miseria, e dunque poco attendibile secondo gli stessi parametri apprezzati dal professore; imbarazzante poi perché esiste un’ampia letteratura scientifica che mostra gli enormi problemi derivanti dall’uso scriteriato della valutazione bibliometrica (si veda ad es. “Citation gaming induced by bibliometric evaluation: A country-level comparative analysis”, citato già 13 volte in 3 mesi, oppure “Evaluation practices and effects of indicator use—a literature review”, citato 158 volte in 4 anni); infine, imbarazzante perché, da fisico, vorrei dare per scontato che un economista conoscesse la legge di Goodhart (“When a measure becomes a target, it ceases to be a good measure.”): sempre recentemente, un articolo apparso su ArXiv dal titolo “DR. STRANGELOVE OR: HOW I LEARNED TO STOP WORRYING AND LOVE THE CITATIONS” ha messo ben in mostra, in modo satirico, tutte le cattive pratiche che gli scienziati della mia generazione, e non solo, sono costretti a mettere in pratica per la loro sopravvivenza, e che sono anche il motivo per cui ho sentito il bisogno di rispondere all’esimio professore.

Vorrei chiudere questo lungo discorso facendo i miei migliori auguri al Prof. Ichino per il suo periodo di congedo dall’Università di Bologna e la sua attività allo European University Institute, dove potrà svolgere un ottimo lavoro tra un carico didattico minimo e i fondi europei non vincolati da parametri bibliometrici e soglie di produttività.

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9 Commenti

  1. Un docente universitario che pensi che la ricerca sia giustificata solo quando “incrementi in modo significante l’ammontare di conoscenze che interessano a chi ci paga” dimostra unicamente l’opinione che ha di se stesso del proprio lavoro. Non merita ulteriori comenti.
    Il vero problema sono quelli che gli danno spazio su queste perle di autocoscienza.

    • Forse uno in più ne merita: se il docente universitario di cui sopra lavora al servizio di chi lo paga, come facciamo a essere certi che quanto scrive sia, in scienza e coscienza, la sua migliore approssimazione alla verità, e non invece quanto gli detta l’interesse di chi lo paga, cioè di chi è al potere? Come facciamo a prendere sul serio il suo articolo in una discussione scientifica? E perché il contribuente nel cui nome molti pretendono di parlare dovrebbe finanziare un sistema di ricerca pubblico agli ordini di chi è al potere, e dunque, in scienza e coscienza, completamente inaffidabile?

      Avendo il Foglio pochissimi lettori, c’è solo da augurarsi che l’articolo non finisca sotto gli occhi di qualche complottista in grado di trar profitto dal formidabile argomento che
      regala al pensiero anti-scientifico.

    • Qualche giorno fa hanno mandato in onda “Il mio amico Einstein”, film della BBC sul rapporto di collaborazione tra A. Einstein e A. Eddington, che durante la I guerra mondiale vivevano in paesi in guerra tra loro. Ad un certo punto, la vita diventa difficile per entrambi:
      _________
      “[…] a Cambridge, Eddington [obiettore di coscienza] e il suo gruppo religioso diventano bersaglio della rabbia di un gruppo di contestatori xenofobi e anti-pacifisti, che vorrebbero i quaccheri in prima linea come gli altri giovani inglesi. Intanto, a Berlino, lo scienziato Fritz Haber sta procedendo con una dimostrazione degli effetti di un gas tossico sui piccioni. Einstein rimane profondamente disgustato dall’idea che la scienza venga messa al servizio della guerra e, non volendo avere alcun ruolo in tutto questo, rifiuta di riconvertire la sua cittadinanza da Svizzera a Tedesca e di aggiungere la sua firma al “Manifesto al mondo civile”, un elenco dei più illustri intellettuali tedeschi sostenitori della guerra.”
      https://it.wikipedia.org/wiki/Il_mio_amico_Einstein

  2. Nelle asn i giudizi non erano anonimi, ma chi ha dato giudizi incongrui, non ha avuto nessuna conseguenza, a parte le chiacchiere che non portano a niente. Neanche quelli che non hanno letto i materiali. Si tratta di onestà intellettuale o onestà semplicemente.

  3. Andare dietro e osannare il mercantismo bocconiano ci ha fatto sbagliare tutto quello che potevamo sbagliare; scelte politiche, economiche e sociali.
    Questo mentecattismo ottuso di stampo ragionieristico ci ha portato a vincolare la ricerca scientifica libera alle necessità degli interessi NON tanto di chi ci paga (della società in generale) ma agli interessi di parte dei potentati economici e finanziari.

    La menzogna insita nelle penna ottusa dei ragionieri bocconiani consiste nel far finta di non capire quali siano gli effettivi interessi di chi ci paga e, con un trucchetto da mediocri prestigiatori d’avanspettacolo, sostituirli con quelli dei potenti di turno.

    Sono passati anni dalle crisi sanitarie SARS (2002) e MERS (2012) e la conseguenza del modello ragionieristico degli economisti d’avanspettacolo (di cui i bocconiani sono solo una sottocategoria provinciale) sul finanziamento iper-competitivo della ricerca scientifica, ha avuto come conseguenza il forte rallentamento degli studi su un tema fondamentale per gli interessi collettivi dell’umanità, costringendo molti ricercatori, vincolati alla perenne ricerca di fondi, a rincorrere i finanziamenti diretti verso altri campi di ricerca (la resistenza agli antibiotici ad esempio), rivolgendo quindi il lavoro e le loro energie verso argomenti più appetibili ed interessanti per gli interessati stakeholder mondiali, tralasciando lo studio scientifico e completamente libero.

    Giusto per usare un indicatore cialtronesco, il numero di articoli su Pubmed su un determinato argomento, tanto caro alla ragioneria provinciale, nel 2002 il numero di articoli con la parola “coronavirus” era 129, nel 2003 -699- (1 anno dopo la SARS), ed ha mantenuto questo ordine di grandezza fino al 2019 con 750 articoli; poi magicamente nei primi tre mesi del 2020 sono esplosi a 3591 (fonte: https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=coronavirus).
    Dal 2002 ad oggi non era evidente la necessità di arrivare preparati alla praticamente certa pandemia?

    Ma si dirà: Business is business! C’è il bisogno di salvare vite e quindi dobbiamo studiare in massa questo argomento!
    ORA però, DOPO che i buoi sono scappati si studia in fretta e furia come chiudere la stalla.
    È la mancanza di visione prospettica a decretare il fallimento del modello aziendalistico della ricerca biomedica attuale.

    Se i fondi fossero stati consistenti da permettere la continuazione degli studi su SARS e poi MERS, cioè se la ricerca fosse stata davvero libera -SENZA VINCOLO ECONOMICO- su SARS e MERS, (il che non vuol dire lasciare la libertà ai ricercatori di fare “il -cazzo- che gli pare” con le risorse assegnategli, come meschinamente si tende a suggerire ogni volta che si parla di ricerca libera), questa avrebbe portato nel giro di pochi anni SICURAMENTE ad aumentare le nostre CONOSCENZE (checché ne dicano i mentecatti infatti non esiste bene più prezioso per una comunità biologica) e magari anche a testare un vaccino che oggi, facilmente NON sarebbe stato utile contro il Covid-19, ma sarebbe stato un’ottima base di partenza per svilupparne uno contro il Covid-19, magari in tempo per evitare che si realizzasse la peggiore crisi sanitaria ed economica post-bellica, evitando migliaia di morti nel mondo.

    Ma allora il reale interesse di chi ci paga qual è?

    Morire come mosche perché i ricercatori sono costretti a fare quello che vuole il dio mercato, secondo il mantra dei pretini neoliberisti, oppure sostenere la ricerca libera per provare ad arrivare già preparati alla prossima epidemia?
    Al prossimo terremoto, crisi economica, disastro ecologico…

    Conviene alla società continuare a permettere la transumanza della mandria di ricercatori in cerca di foraggio, fornito da chi ha SUOI legittimi, ma mutevoli, di parte ed esclusivi interessi economici da raggiungere, oppure sostenere la libera ricerca che assicura quello che da sempre la ricerca scientifica -effettivamente libera- ha assicurato, cioè migliorare la vita di tutti, indistintamente, attraverso la conoscenza?

  4. La valutazione da parte degli studenti mi sembra un punto ancora più critico. Gli studenti hanno diritto di protestare se il docente non si presenta a lezione, agli esami, al ricevimento, se non è contattabile. Ma negli ultimi anni abbiamo fornito agli studenti moduli in cui si chiede se sono interessati agli argomenti trattati o se il docente sia in grado di suscitare il loro interesse. I risultati di queste ricerche ci sono richiesti per fare domanda nelle università anche straniere e ne viene penalizzato chi spiega materie più tecniche, più complesse, anche se magari con un notevole valore dal punto di vista formativo (altrimenti non sarebbero state inserite nel percorso di studi).

  5. Concordo con Lozzi Gallo? Vogliamo poi parlare della valutazione del peso del carico didattico rispetto al credito? Del criptico soddisfazione del docente? Del fatto che non siamo neanche sicuri di chi compila i questionari? Con che spirito? Goliardico sembrerebbe…

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