In queste poche pagine mi limito a indicare solo dei punti programmatici che andrebbero sviluppati analiticamente e con maggiore articolazione.

PREMESSE

  1. L’Università è prima di tutto un “luogo”: non una “istituzione” o una “organizzazione”, anche se il suo “corpo” comprende sia l’uno che l’altro elemento.

2. L’Università è un luogo di

a) “incontro” fra studenti e studenti, fra studenti e docenti e fra docenti e docenti;

b) “confronto” fra le esperienze culturali delle persone che la compongono;

c) “dialettica” fra i diversi saperi, metodi, prospettive, orientamenti;

3. L’Università si configura come uno “spazio vitale” per la crescita educativa, culturale, sociale, politico-democratica.

4. Come mostra la storia, l’Università non è dunque un ente qualsiasi, intercambiabile o modificabile a piacimento, bensì un “luogo istituzionale” specifico, essenziale per il processo di crescita della cultura e del sapere critico.

5. In questo senso si compone di luoghi, persone, organi, strumenti, riti, linguaggi, procedure proprie che si sono perfezionati e codificati durante un processo millenario della cultura occidentale. Da questo è sorta la coessenzialità fra Università come luogo vitale e sapere critico.

6. “Luogo”, “processo” e “scopo” si identificano nel loro percorso. Come non si può celebrare la giustizia al di fuori del luogo del Tribunale, così non si può conseguire un sapere critico e un’educazione culturale al di fuori dell’Università.

PROCESSI IN CORSO

7. L’economia del capitalismo avanzato tende a de-localizzare non solo l’economia, mediante la divisione e dislocazione delle fasi di lavoro e la separazione fisica dei lavoratori e dirigenti, ma anche le altre strutture sociali, fra cui l’Università cui vengono applicati analoghi processi.

8. La scelta “politica” della de-localizzazione è rivolta a frammentare il “corpo” dell’Università e si manifesta, da decenni, nella scomposizione delle sue componenti essenziali: sede unica, aule in sequenza, biblioteca centrale o specialistica, uffici, organi di gestione, ecc. Le necessità urbanistiche non sempre giustificano queste scelte. Il caso più evidente è la moltiplicazione e dispersione sul territorio dei comuni italiani di corsi universitari del tutto isolati dal complesso della struttura universitaria.

9. Questo processo segnala un’evidente mutazione genetica della natura originaria dell’istituzione che è nata quale “universitas personarum” cui era aggregata una “universitas rerum”.

10. In questo processo si possono riscontrare alcuni passaggi storici graduali e una fase recente dirompente.

11. Dal medioevo ad oggi:

a) perdita dell’autonomia statutaria (quella attuale concessa dallo Stato è solo una parvenza di quella originaria, ed ha scopi prevalentemente finalizzati a controlli finanziari), limitazione dei poteri degli organi propri di governo, di amministrazione e di giurisdizione (per secoli sono esistiti i tribunali universitari);

b) ridimensionamento progressivo del patrimonio autonomo stabile dell’Università (in genere sono rimasti solo gli edifici);

c) soppressione dei gloriosi collegi studenteschi e loro riduzione a “convitti per studenti”;

d) eliminazione della vita comune dei docenti attorno alla sede universitaria;

e) progressiva statalizzazione delle Università.

12. Nella fase attuale questa mutazione genetica dell’Università si accompagna con una ridefinizione esplicita della sua natura e del suo funzionamento.

13. I passaggi chiave di questo processo recente si fondano sulla premessa teorica che la scuola e l’Università devono essere considerati una “azienda” (anche nei manuali e trattati di diritto amministrativo si nota sempre più di frequente questa tendenza).

14. Alla “azienda” Università si applica necessariamente la logica economica-aziendale fondata sui criteri dell’efficienza, del minor costo, della produttività, del gradimento sociale, ecc.

15. La nuova “categorizzazione” aziendale dell’Università si rende particolarmente esplicita nel linguaggio e nei criteri impiegati dalla burocrazia ministeriale e locale:

a) criterio dell’efficienza identificato con il numero dei laureati e del termine temporale di conseguimento del titolo;

b) procedure di controllo a monte e a valle della “qualità” dei docenti mediante indicatori meramente statistici;

c) denominazione economicistica dei “prodotti” delle opere di ingegno;

d) visite ispettive di organi burocratici di controllo nazionali che seguono criteri valutativi presi a prestito dalle aziende americane (protocolli per valutare ad es. la funzionalità degli ospedali);

e) introduzione della prassi dei concorsi telematici;

f) informatizzazione delle verifiche e degli esami degli studenti;

g) dematerializzazione delle lezioni: uno degli aspetti più gravi ma pienamente coerenti col lungo processo che si è tentato di descrivere. Si è impudicamente introdotta la distinzione fra “didattica in presenza” e “didattica a distanza”.

CONCLUSIONI

16. Siamo di fronte ad un evidente processo di tecnicismo aziendale finalizzato a smaterializzare il “luogo” e il “corpo” dell’Università, ad eliminare le componenti personali e comunitarie della istituzione nonché a trasformarla in un’azienda che produce anziché in una struttura vitale educativa e formativa per i singoli e per la società.

17. È prevedibile che la recente introduzione della didattica a distanza, causata dall’emergenza del Codid19, verrà istituzionalizzata, sebbene gradualmente, e andrà a sostituire l’esperienza singolare e straordinaria che tiene uniti, da un millennio, docenti e studenti in un percorso dialettico convergente di assimilazione critica del sapere, di confronto delle opinioni, degli orientamenti di pensiero e delle metodologie scientifiche.

18. La didattica a distanza prelude alla fase successiva della “informatizzazione” del sapere: un processo in atto che investe la ricerca (pensiamo alla trasformazione delle biblioteche cartacee in biblioteche virtuali) e che investirà sempre più anche la didattica, concepita ormai come “autoapprendimento” dello studente facilitato dai nuovi strumenti tecnologici (con interessi e spinte enormi delle multinazionali dell’informatica) e da una progressiva funzionarizzazione, emarginazione e riduzione del numero dei docenti.

19. L’esito finale sarà la degradazione della natura dell’insegnamento da “processo reale sociale” localizzato in uno spazio vitale ad un insegnamento concepito come una “realtà esclusivamente virtuale”.

20. La nuova Università a distanza realizzerà l’ideale (si fa per dire) di un sapere concepito non più come dimensione critica e dialettica, essenziale per la formazione della persona e per garantire il pluralismo della vita civile e democratica nella società, ma come semplice assimilazione e riproduzione di concetti e conclusioni spesso preconfezionate, che verranno erogate universalmente attraverso il web. Il futuro dell’Università rischia di prospettarsi come un “non luogo” e il sapere da essa proveniente come un complesso di “istruzioni per l’uso” destinate a favorire la tendenza all’omologazione culturale.

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2 Commenti

  1. d’accordo, ottima analisi, peccato che l’ing. a capo del ministero della non università (non ha nemmeno un sito suo) non la leggerà né la condividerà mai – disintossichiamoci e proviamo a resistere?

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