Nei giorni scorsi ha suscitato abbastanza clamore la richiesta di certezze rivolta da un ministro italiano agli scienziati. Vale la pena riportare il passaggio per intero [2]

Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema. Chi ha già avuto il virus, lo può riprendere? Non c’è risposta. Lo stesso vale per i test sierologici. Pretendiamo chiarezza, altrimenti non c’è scienza. Noi politici ci prendiamo la responsabilità di decidere, ma gli scienziati devono metterci in condizione di farlo. Non possiamo stare fermi finché non arriva il vaccino.

Il passaggio ha attratto molta attenzione per la visione eccezionalmente schematica – per non dire parziale, sia dei meccanismi di funzionamento della scienza sia di quelli di relazione fra scienza e decisione politica. È quella del ministro una posizione che trascura l’importanza per la scienza di permettere a diverse teorie e strategie di confrontarsi in una fase di formazione della conoscenza. Trascura anche l’imperativo per gli scienziati di comunicare con la massima trasparenza ai politici la propria incertezza, proprio perché scelte politiche prese in una decisione di sostanziale incertezza non vengano trasformate o mascherate come scelte tecniche dettate dalla scienza. In questi frangenti la scienza ha il dovere di produrre “tre o quattro opzioni per ogni tema”, perché la scelta fra le opzioni è appunto la responsabilità del politico. Di più, le diverse caratteristiche dei diversi paesi e le loro diverse strategie, successi e fallimenti consentono un confronto che aiuta i cittadini di ciascun paese a giudicare i propri decisori.

A nostro avviso ancora più sorprendete che dei tecnici come Roberto Satolli, Luca Carra, e Sergio Cima vengano in soccorso al ministro [3] notando che “Molti si sono improvvisati epistemologi per sfottere [sic] la fede del ministro nella capacità della scienza di dispensare verità”. Aggiungono quindi che basterebbe sostituire la parola ‘certezza’ con la parola ‘consenso’ per rendere l’argomento del ministro inoppugnabile. L’esempio adotto – quello dell’“IPCC con i suoi mastodontici report sul cambiamento climatico” ci sembra ignorare una letteratura che sottolinea i limiti dell’operazione di consenso operata dall’IPCC – operazione che inevitabilmente ha portato nel corso di tre decadi ad una tormentata relazione fra IPCC e incertezze [4][5]. La pandemia è un soggetto per la politica come lo è per la scienza, e costringere la stessa scienza del COVID-19 all’ interno di un organismo votato al consenso aggraverebbe la confusione, invece di ridurla.

Gli errori non sono evidentemente da una parte sola – quella dei politici. Molti tecnici sembrano parlare molto ‘in libertà’ dei rapporti fra scienza e politica. Walter Ricciardi, che rappresenta l’Italia all’OMS ed è advisor del ministro Speranza, parlando in un contesto di scuola di politiche [6][7], esprimeva considerazione quali

  • Il compito degli scienziati è “dire la verità”;
  • Questo compito risulta particolarmente ingrato perché i politici “non volevano capire”;
  • La soluzione consiste nel (i) lasciar decidere i medici, (ii) punire chi non rispetta le regole (e “buttare la chiave”), (iii) tracciare tutti secondo modello cinese (“una piccola intrusione nella privacy”; “io sarei per il modello cinese spinto”) [7].

Questa interazione ambigua tra politica e tecnica, in cui la seconda sostituisce la prima e, così, facendo, la solleva anche dalle sue responsabilità, non è certo inedito né rappresenta un’esclusiva italiana. Offre però l’opportunità per alcune riflessioni più strutturate.

È bene ricordare che siamo di fronte a un’emergenza sanitaria ma le cui conseguenze sono anche politiche e sociali – tra le altre. Valutare se un’intrusione nella privacy è grande o piccola, trovare un bilanciamento tra diritti costituzionalmente tutelati, valutare l’efficacia di un certo modello di gestione sanitaria (Finlandia o Taiwan? Svizzera o Germania?) sono valutazioni politiche, legittime in democrazia, ma problematiche se fatte col cappello dell’esperto.

Da ultimo, ma non meno importante, l’assunzione (implicita o esplicita) di alcune delle dichiarazioni menzionate è che la democrazia sia un orpello lento e fastidioso che impedisce ai medici competenti di salvare il mondo e li costringe a interagire con rappresentati istituzionali inadeguati. Dalle evidenze scientifiche (o supposte tali) si possono derivare molteplici decisioni, che vengono prese dalla politica in base a priorità e sensibilità valoriali e politiche.

Una politica responsabile è, in ultima analisi, una politica in grado di assumersi il peso di queste scelte. Lo scriveva in maniera molto efficace alcuni giorni fa Ferruccio De Bortoli sul Corriere della Sera [8], auspicando una governance dell’emergenza responsabile, «senza l’alibi della risposta certa della scienza che non potrà mai venire allo stato attuale. La scelta sarà solo politica. Una responsabilità piena, non condivisa, non condizionata».

Forse però non è giusto nemmeno prendersela con i politici e i tecnici fin qui citati. Questi vizi e queste distorsioni sono comuni e condivise, e la crisi del coronavirus ha il triste pregio di renderle evidenti.

Tra le rappresentazioni più significative di queste dinamiche c’è la reazione, in un video di un minuto [9], di Anthony Fauci, immunologo di fama mondiale e direttore del National Institutes of Allergy and Infectious Disease, all’insistenza di un membro del congresso statunitense nel pretendere testardamente (“I know you can’t predict but”) stime numeriche puntuali sui contagi US. Dopo alcuni tentativi argomentativi, il medico americano sbotta: “There is no number answer to your question”. Lo stesso Fauci, tuttavia, in altre occasioni, ha fatto delle esternazioni in parte sovrapponibili a quelle criticate su.

Su queste dinamiche, efficace la sintesi della scienziata italiana Patrizia Caraveo, che nota come i politici “vorrebbero delle risposte a comando, come se fosse, il coronavirus, un’equazione da risolvere” [10].

Riconoscere che i fatti, inclusi quelli scientifici, sono spesso incerti, «le poste in gioco elevate, i valori in conflitto e le decisioni urgenti» è l’assunzione che ha dato vita, già negli anni ’90, a un approccio che va sotto il nome di scienza post-normale (PNS) e che suggerisce un cambio di marcia nella nostra comune relazione con la scienza normale [11].

In un recente lavoro sulle “Pandemie post-normali”, disponibile in diverse lingue [12][13], compreso l’italiano [14],  un gruppo internazionale di studiosi prende le mosse dal paradosso fra due immagini della scienza: una di apparente onnipotenza, una scienza più che mai necessaria, capace di offrirci immagini accurate della struttura del virus, di studiarne le proprietà e offrire terapie in tempi lampo; un’altra di una scienza impotente di fronte alla domanda di soluzioni nette, quei numeri a volte assurdamente precisi prodotti da modelli molto sicuri di sé [15], e quelle diagnosi risolutorie (e assolutorie) che la politica richiederebbe, come discusso sopra, per evadere la responsabilità di scelte dolorose.

L’approccio PNS mette in luce come la scienza sia, a sua volta, intrinsecamente politica, negli effetti che produce e nelle motivazioni che la muovono. Saltano così alcuni dei meccanismi elusivi menzionati, per restituire ai policy makers da un lato e ai cittadini dall’altro un ruolo che viene talvolta usurpato, quando non ceduto spontaneamente.

La robustezza è ricercata qui principalmente nella strategia di policy e non nell’evidenza fattuale: quali policy sono utili indipendentemente da quale fra le divergenti interpretazioni scientifiche dell’evidenza fattuale sia corretta [5].

[…] La diagnosi della PNS richiede più, non meno democrazia deliberativa. Richiede a tutti quelli coinvolti in una situazione di crisi di mobilitarsi e impegnarsi in una «comunità allargata di pari [16]», in grado di promuovere azioni individuali e collettive per un apprendimento di nuove conoscenze e pratiche sociali [14].

Detto altrimenti, il tema di cui si parla è l’urgenza di democratizzare la scienza. Non nel senso di raggiungere per via plebiscitaria un consenso sulle conclusioni scientifiche, ma di favorire processi di trasparenza e accessibilità delle pratiche scientifiche [17].

Non fa un buon servizio alla scienza chi le chiede di assumersi responsabilità che non le competono o chi, utilizzando stili comunicativi propri più della religione che della scienza (la verità rivelata?), la riduce a scientismo. Fra le tante cose che possono cambiare con questa crisi è forse il tempo di ripensare il rapporto scienza-politica-cittadini, in una chiave più trasparente e meno dogmatica, che possa tutelarci dai “chierici della scienza” [18] e dalle domande antiscientifiche.

Ringraziamenti: Gli autori ringraziano Monica Di Fiore e Francesco Spanò per gli utili suggerimenti forniti in fase di scrittura.

Immagine in evidenza: <a href=”https://it.vecteezy.com/vettori-gratis/biologia”>Biologia Vettori di Vecteezy</a>

[1]      M. Foucault, Mal fare, dir vero : funzione della confessione nella giustizia : corso di Lovanio, 1981. Einaudi, 2013.

[2]      “‘Dagli scienziati pretendiamo chiarezza,’” L’HuffPost, Apr-2020.

[3]      R. Satolli, L. Carra, and S. Cima, “Ministro Boccia, ecco le nostre 10 ‘certezze,’” Scienza in Rete, Apr-2020.

[4]      I. Hoppe and S. Rödder, “Speaking with one voice for climate science – Climate researchers’ opinion on the consensus policy of the IPCC,” J. Sci. Commun., vol. 18, no. 3, p. A04, Jun. 2019.

[5]      J. P. van der Sluijs, “Uncertainty and dissent in climate risk assessment: A post-normal perspective,” Nat. Cult., vol. 7, no. 2, pp. 174–195, Jun. 2012.

[6]      “Scuola di Politiche,” Scuola di Politiche, 2020. [Online]. Available: https://www.scuoladipolitiche.eu/. [Accessed: 19-Apr-2020].

[7]      “Scuola di Politiche – #ZoomSdP con Walter Ricciardi e Fabio Pammolli,” Facebook, 2020. [Online]. Available: https://www.facebook.com/scuoladipolitiche/videos/zoomsdp-con-walter-ricciardi-e-fabio-pammolli/2578497775810977/. [Accessed: 19-Apr-2020].

[8]      F. De Bortoli, “Gli esperti e la politica: la paura di fare le scelte – Corriere.it,” Corriere della Sera, 20-Apr-2020.

[9]      A. Fauci, “There is no number-answer,” Twitter, 2020. [Online]. Available: https://twitter.com/marioricciard18/status/1237778247011663872.

[10]    C. R. Bruno, “Risorgimento digitale, la scienziata Caraveo: ‘Il problema coronavirus non si risolve con un’equazione,’” Repubblica Tv – la Repubblica.it, 2020. [Online]. Available: https://video.repubblica.it/dossier/operazione-risorgimento-digitale/risorgimento-digitale-la-scienziata-caraveo-il-problema-coronavirus-non-si-risolve-con-un-equazione/358623/359179?ref=vd-auto&cnt=1. [Accessed: 21-Apr-2020].

[11]    S. Funtowicz and J. R. Ravetz, “Science for the post-normal age,” Futures, vol. 25, no. 7, pp. 739–755, Sep. 1993.

[12]    D. Waltner-Toews et al., “Post-normal pandemics: Why COVID-19 requires a new approach to science,” STEPS Centre Blog, 2020. [Online]. Available: https://steps-centre.org/blog/postnormal-pandemics-why-covid-19-requires-a-new-approach-to-science/.

[13]    D. Waltner-Toews et al., “Pandemias postnormales: porqué el Covid-19 requiere una nueva perspectiva sobre la ciencia,” Democracia Sur, Apr-2020.

[14]    D. Waltner-Toews et al., “Pandemie post-normali. Perché CoViD-19 richiede un nuovo approccio alla scienza,” Recenti Prog. Med., vol. 111, pp. 202–204, 2020.

[15]    A. Saltelli, “Statistical versus mathematical modelling: a short comment,” Nat. Commun., vol. 10, pp. 1–3, 2019.

[16]    “Post-normal science,” Wikipedia, 2020. [Online]. Available: https://en.wikipedia.org/wiki/Post-normal_science#Extended_Peer_Community. [Accessed: 20-Apr-2020].

[17]    M. M. Crow, R. Frodeman, D. H. Guston, C. Mitcham, D. R. Sarewitz, and G. P. Zachary, The Rightful Place of Science: Politics. Consortium for Science, Policy and Outcomes at Arizona State University, 2013.

[18]    P. Heritier, Estetica giuridica, vol. I e II. estetica giuridica. Torino: Giappichelli, 2012.

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2 Commenti

  1. A me i due problemi principali sembrano

    1) Il prevalente analfabetismo scientifico che impedisce alla maggior parte delle persone di avere una fiducia consapevole nelle dinamiche del sapere scientifico. Di fatto la fiducia è spesso solo basata sul prestigio della scienza rendendone la posizione nella nostra società comunque molto precaria

    2) Il fatto che una parte importante della ricerca soprattutto in America sia sensazionalistica, propaganda risultati parziali, poco verificati se non semplicemente ipotesi, con l’obiettivo ovviamente di attrarre finanziamenti. Ma questo alla lunga non può non logorare l’immagine del sapere scientifico.

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