Opinioni

L’Università che vorrei

Passeggiando per la città di Thomas More, Saverio Regasto ci accompagna nella scoperta di una Università ideale, adeguatamente finanziata da un Paese che crede risolutamente nella propria crescita culturale. Dove l’effettività dell’accesso all’istruzione universitaria senza distinzioni di reddito è un valore fondativo del sistema. Dove si apre una stagione di profondo ripensamento sulle inaccettabili pratiche valutative perseguite da ANVUR. Dove alla valutazione della didattica da parte degli studenti si assegna un peso con modalità tali da non risultare controproducenti. Dove la dignità professionale dei professori universitari è riconosciuta nei fatti e i professori non devono scioperare, dopo averla vista calpestare da un blocco degli scatti retributivi profondamente ingiusto. Dove, in sintesi, si pratica quotidianamente una “Rivoluzione della Normalità” ispirata ai valori fondanti proclamati nella nostra Carta costituzionale.

Le passeggiate, si sa, fanno bene. Combattono il decadimento del corpo. E, soprattutto, quello dello spirito.

 

L’Università che vorrei è il luogo della ricerca scientifica di qualità, della formazione di una coscienza critica per migliaia di giovani, del trasferimento delle regole, giuridiche e non solo, del vivere civile in un contesto democratico e pluralista fondato sulla Costituzione e sul rispetto delle leggi, dell’innovazione tecnologica e, da ultimo e non per ultimo, del divenire luogo privilegiato del libero confronto delle idee fra i componenti di quella che un tempo si chiamava “Accademia”.

Il sistema universitario, dunque, non è un’appendice di questo o quel governo, non è neppure una caserma in cui indottrinare generazioni di (presunti) indisciplinati giovani e, soprattutto, non è il luogo dove l’organizzazione del lavoro fordista può avere cittadinanza. Al contrario, l’Università rappresenta il principale fattore trainante della crescita, soprattutto culturale e sociale, dell’Italia.

Altri Paesi, come ad esempio la Germania, hanno deciso di investire enormemente sulla creazione delle future classi dirigenti: hanno praticamente abolito le tasse universitarie, eliminando alla radice quella distinzione per censo (reale o presunta, qui da noi, anche a causa di fenomeni endemici della elusione e della evasione fiscale) che, già di per sé insopportabile, è destinata a creare, nel tempo, enormi sconquassi sociali.

Un Paese che vuole investire sul futuro dei propri giovani deve garantire un accesso potenzialmente di massa agli studi universitari e soprattutto non consentire che le Università (almeno quelle pubbliche) siano autorizzate a chiedere fino a duemila euro annui ai propri iscritti. Pagheremo, temo, nel tempo questa disgraziata decisione di rendere l’Università difficilmente accessibile per ragioni economiche e, soprattutto, di aver trasformato gli Atenei in luoghi di bassa mobilità (reale e sociale).

L’Italia è anche il Paese in cui l’attività di ricerca dei docenti e ricercatori universitari è valutata da un’Agenzia esterna, autonoma e indipendente, l’Anvur, che qualche giorno fai ha occupato le pagine di importanti quotidiani nazionali perché pare che, per l’ennesima volta, tale Agenzia abbia dapprima presentato al competente Ministero dati sbagliati (sulla scorta dei quali quest’ultimo ha distribuito i denari pubblici alle Università), poi ha più volte corretto questi dati sostenendo in maniera poco credibile che si sarebbe trattato di “errori materiali che hanno provocato conseguenze per qualche migliaio di euro”). Pare che le “correzioni” siano state numerose e anche piuttosto significative e pare anche che l’Anvur, evidentemente mal diretta, sia incappata in strafalcioni simili anche in passato.

In ogni caso, autorevolissimi ricercatori (come, ad esempio i fondatori del sito “Roars”) hanno più volte denunciato tali errori e, soprattutto, hanno più volte segnalato che i criteri adottati dal nostro Paese per la valutazione della produzione scientifica dei docenti e ricercatori siano molto discutibili e da tempo abbandonati per inaffidabilità da altri Paesi come il Regno Unito!

In un posto normale si terrebbe conto di queste circostanze e anche del fatto che i docenti universitari hanno aspramente criticato le metodologie, a dir poco grottesche, adottate per queste valutazioni. In un Paese normale, parrebbe opportuno ricordarlo, chi modifica atti che formano parte integrante e sostanziale di un provvedimento amministrativo compie un illecito. Se con dolo persino un reato. E in un Paese normale non ci si innamora follemente di pretestuose logiche della qualità, se criteri e indici di giudizio non sono ritenuti dalla comunità scientifica mondiale di ferrea e cristallina correttezza.

Non mi pare che sulla Valutazione della Qualità della Ricerca si sia fatto un buon lavoro, al contrario. Aridi numeri, per quanto oggettivi, non possono misurare con pienezza la qualità in un settore così delicato e difficile come la ricerca. Per le attività didattiche, poi, sempre qualche buontempone dell’Anvur ha ben pensato di suggerire agli Atenei, anche in spregio dei pareri dell’Autorità Garante della Privacy (era il 1997 e Presidente ne era Stefano Rodotà) di consentire la pubblicazione delle singole schede di valutazione che gli studenti anonimamente compilano quando seguono le lezioni (certo mi preoccuperei se agli studenti fosse consentito di giudicare un insegnamento che non hanno neppure frequentato!).

Ci mancava solo questa gogna mediatica che non tutela l’anonimato degli studenti e, soprattutto, che rischia di giudicare i docenti sulla base dei sentito dire o, peggio, in ragione dell’esito degli esami. Non nascondo che in alcune circoscritte situazioni docenti e ricercatori universitari hanno dimostrato, per così dire, un’ampia predisposizione professionale all’ozio, una considerazione assai ampia di sé stessi e una certa allergia ad esser considerati “dipendenti pubblici”, ma far di poche decine di fannulloni su 50.000 dipendenti e passa la
regola mi sembra davvero una insopportabile forzatura.

Eppure la qualità della ricerca italiana, nonostante la carenza di finanziamenti e gli stipendi da fame, resta ottima, se solo la si paragona agli altri Paesi occidentali, realtà in cui gli investimenti (pubblici e privati) sono decisamente più sostanziosi, anche nell’ordine di decine di volte. C’è stato un tempo in cui gli stipendi dei professori universitari erano leggendari, in particolare prima dell’adozione dell’euro, ma oggi essi si collocano al limite basso del ceto medio.

Un ricercatore di prima nomina, peraltro a tempo indeterminato, percepisce circa 1800 euro mensili netti, un professore ordinario, grado più alto della carriera universitaria, percepisce con l’immissione nel ruolo circa 3000 euro netti mensili. Non sono in assoluto stipendi da fame, ma di sicuro sono del tutto inadeguati al ruolo e alle funzioni. Se poi non si riconoscono, per ben 5 anni, gli scatti d’anzianità, allora il gioco è fatto!

Per questo, per la prima volta nella storia, un gruppo piuttosto ristretto (circa 5.000 di noi) ha proclamato uno sciopero che ci si auspica possa coinvolgere il più ampio numero di colleghi possibile: per convincere il governo che non investire sulla ricerca universitaria e sulla didattica (che alla prima è strettamente correlata) è un madornale errore le cui conseguenze si vedranno nel giro di pochi anni. Ma anche questa informazione è stata oggetto di critiche e, in qualche caso, persino di insulti. La stessa Ministra, Signora Valeria Fedeli che temo conosca poco l’Università per non averla semplicemente mai frequentata, si è affrettata a dichiarare pubblicamente che lo sciopero è un errore.

Ah, come cambiano gli atteggiamenti quando si sta dall’altra parte della barricata con un  lauto stipendio e tutta una serie di benefit legati alla carica: quando invece si era sindacalisti (la Signora Fedeli di mestiere faceva la sindacalista dei tessili della CGIL prima di esser nominata Ministra e prim’ancora di esser nominata parlamentare) si facevano sventolare le bandiere della protesta rivendicando i diritti dei lavoratori e denunciando “il modello degradante ostentato da una delle massime cariche dello Stato, lesivo della dignità delle donne e delle istituzioni”. Ora degradati si sentono decine di migliaia di docenti e ricercatori, rappresentati come sono da un vertice che non conosce neppure l’Università, per il trattamento economico in godimento (si fa per dire) e anche per l’abuso che si compie nel presentare dati relativi alla loro attività di ricerca colpevolmente errati.

Questo Paese avrebbe semplicemente bisogno di una “Rivoluzione della Normalità” per mettere al centro le parole d’ordine che la Costituzione repubblicana fin dal 1947 ci aveva suggerito: “dignità”, “solidarietà”, “merito”, “disciplina”, “onore”, “eguaglianza” e “libertà”. Diversamente, non avremo altro futuro che quello delle patinate e colorate pagine dei settimanali di pettegolezzo!

(testo apparso anche su Brescia Oggi)

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13 Comments

  1. Paolo L. Bernardini says:

    Gentilissimi,
    sono solo parzialmente, da libertario, d’accordo con quanto scritto, ma apprezzo l’impegno e la passione, l’università italiana ne ha bisogno!

  2. Armaroli80 says:

    Non so se portare la Germania ad esempio sia costruttivo. Ricordate che solo chi ha l’Abitur, la maturità liceale, può iscriversi all’Università. E la possibilità di fare il Gymnasium è decisa alle elementari. Complica parecchio la vita a dei genitori incolti o stranieri. Credo che la quota di laureati in Germania sia poco sopra della nostra. Mi pare che nei dati dell’OCSE riportati da Roars, la Germania sia spesso assente. Non vorrei che diminuire le rette fosse un modo di lasciare dei soldi in tasca a chi ne ha già ed esporre i costi delle infrastrutture e del personale al pubblico ludibrio (funzionari fannulloni e cattivi, spesa pubblica brutta: già sta succedendo). E i funzionari non possono in Germania scioperare.

    Bisognerebbe smetterla con questa persecuzione staliniana del dipendente pubblico e essere orgogliosi di esserlo, pretendendo le migliori condizioni.

  3. braccesi says:

    L’Università che vorrei è quella in cui ognuno possa esprimersi attraverso il lavoro e non debba essere costretto ad inseguire i disonesti che vanno in giro per congressi a pubblicare e a farsi amici per avere citazioni. L’Università che vorrei è quella che non si inventa corsi di laurea assurdi, con pochi studenti, e per questo viene giudicata eccellente da alcuni indicatori che non hanno senso. L’Università che vorrei è quella in cui i vincitori di concorso non siano sempre e soltanto i locali. L’università che vorrei è quella che non illude i giovani facendoli fare anni di servizio portaborse e scribacchino di pubblicazioni, strumentalizzandoli e chiamandoli precari. L’Università che vorrei non è quella, in sintesi, in cui per fare tutte le cose che non vorrei, ci si traveste da uomini di sinistra e si dà la colpa alla destra che in Italia, specie nell’Università, non è mai esistita.

  4. indrani maitravaruni says:

    Mi spiace, l’articolo sarà lodevole ma non lo trovo del tutto corretto.
    Innanzitutto in Germania l’accesso all’università è regolato dal tipo di diploma, che viene scelto molto precocemente (in genere a 12 anni). I Tedeschi hanno fatto del precariato universitario una regola ferrea: si vive a progetto, gli strutturati sono pochissimi e un quarantenne deve ancora aspettare il progetto successivo per sapere che fine farà: ho molti amici in queste condizioni (idem nei Paesi Bassi). Ciò rende la posizione accademica piuttosto debole e ricattabile: la Germania ha fondazioni private ricchissime ma università sempre più povere, divise in due fasce. Il tutto realizzato sulla base di progetti ‘manageriali’ implementati da una ventina d’anni a questa parte.
    2000 euro l’anno non sono una cifra esagerata di tasse (un i-phone costa 700 euro). Buttarla sull’uguaglianza di tutti fa molto ’68, ma non vedo grandi parole spese sugli attuali criminosi progetti di ridimensionare la scuola superiore e in particolare i licei.
    Aver avuto un liceo di buona qualità è ciò che ha permesso a molti studenti italiani di famiglie non abbienti di raggiungere un titolo di studio universitario tra gli anni ’70-’90. Oggi non è più così e mi stupisce vedere come questa semplice realtà sia occultata da tutti: mi sembra evidente che solo i più ricchi o i più introdotti siano avvantaggiati in una sistema che porta il diploma superiore a valere molto poco.
    Su ANVUR, stipendi e sciopero non posso ovviamente che sottoscrivere.

  5. green_baron says:

    L’articolo di Regasto è lucido, pacato, forte e allo stesso tempo pienamente condivisibile. Mi chiedo perché come Ministro dell’università non ci sia lui o uno come lui, invece delle ultime 3 signore che hanno scaldato la poltrona di Viale Trastevere, lasciando che l’università italiana morisse d’inedia piano piano… come sta accadendo ora.

  6. aristotele says:

    sottoscrivo in pieno i commenti all’articolo, peraltro lodevole in molti punti, di Armaroli80 e indranimaitravaruni: braccesi, stavolta, da uomo di destra, dice cose giuste, ma sbaglia il finale; se la cultura di sinistra ha esercitato una certa egemonia è perché ‘cultura’ a destra è sempre stata sinonimo di ‘culturame’; e oggi, che la sinistra è sparita del tutto e restano solo tante varietà di destra, se ne vedono i frutti più tristi.

  7. “..Per le attività didattiche, poi, sempre qualche buontempone dell’Anvur ha ben pensato di suggerire agli Atenei, anche in spregio dei pareri dell’Autorità Garante della Privacy (era il 1997 e Presidente ne era Stefano Rodotà) di consentire la pubblicazione delle singole schede di valutazione che gli studenti anonimamente compilano quando seguono le lezioni (certo mi preoccuperei se agli studenti fosse consentito di giudicare un insegnamento che non hanno neppure frequentato!)”.
    Sono rimasto realmente basito dalla scarsa considerazione che l’Autore nutre nei confronti degli studenti. Ritengo che il loro parere, la valutazione che danno riguardo le attività dei Docenti sia uno dei pochi elementi concreti ed affidabili per qualità di un corso. Non conosco l’esperienza dell’Autore……nella mia quasi quarantennale attività accademica sia in veste di docente, sia di presidente di corso di laurea sia di preside di facoltà ho avuto modo di verificare quanti( non casi sporadici) Colleghi non dedichino alle attività didattiche l’attenzione che ad esse andrebbe dedicata, quanti arrivino in ritardo a lezione, quanti si facciano sostituire senza avvisare e così via. L’assoluta minoranza fortunatamente. Situazioni che, peraltro, con la inaccettabile pressione che da Anvur viene posta su citazioni, I.H. e così via si sono, come era da attendersi, moltiplicate. Perché un Docente dovrebbe dedicare tempo a preparare le proprie lezioni, ad aggiornarle costantemente, a fornire materiale ai propri studenti se il tempo che a queste attività dedicherà ridurrà quello dedicato alle pubblicazioni, alla compilazione dei bandi, ecc.ecc.
    Concordo su molti dei punti di questo post, ma la valutazione degli studenti, normalmente critici estremamente corretti, deve a mio avviso venir maggiormente considerata, anche rendedone pubblici e discutendone in seno ai collegi didattici i risultati.

  8. indrani maitravaruni says:

    Sui corsi di laurea assurdi: un conto è avere pochi studenti per Fisica o Lettere Classiche, un conto è averne per ‘Scienze della terapia con il cavallo’.
    Caro Braccesi,
    indovini quale di questi corsi è nato dopo la legge Gelmini e viene presentato con compiacimento dall’Ateneo. Indovini
    anche se si investe di più nel reclutamento di un giovane storico o letterato oppure in quello di uno psicologo specializzato nelle questioni di etica della conversazione di genere.
    La cultura di sinistra ha fatto pena, quella di destra non so bene cosa sia (manageriale e aziendale, immagino).
    (Ogni esempio di cui sopra è puramente non casuale).

    • Caro collega, mi hai fatto proprio ridere con i due esempi. Il che fa bene alla salute. “Terapia col cavallo” (animale meraviglioso, senza il quale l’uomo sarebbe niente) : so di una terapia, in cui l’uomo (sia il terapeuta, cretino, sia il paziente, succube) fanno la figura di (mi veniva da dire : asini, me ne scuso) imbecilli. Com’è l’altra? “etica della conversazione di genere”? Ma guardiamo un po’ a chi ci hanno messo come ministri Miur, negli ultimi 15 anni: Moratti, Gelmini, Giannini, Fedeli. Tutte “la” che sarebbe un uso grammaticale massimamente sessista, se non fosse veramente sessista nella sostanza chi le ha scelte e messe lì, soltanto per le quote “rosa” (altra espressione del cavolo), ma di un rosa slavato e vergognoso, screditante, come se non ci fossero donne in gamba a questo mondo. “Conversazione?”, e i fatti? Comunque, nelle amministrazioni universitarie si fanno corsi per un uso non sessista della lingua (basterebbe l’opuscoletto di Alma Sabatini, di 30 anni fa, in rete, ancora esemplare stando ai miei ricordi di allora, l’avevo fatto leggere agli studenti).

    • Francesco Vissani, PhD says:

      Cara Marinella

      solo per ricordarle che c’era anche Chiara Carrozza che ricordo con rispetto e considerazione ma anche
      tre altri che erano “celesti” Fioroni, Profumo e Mussi.

      Dell’ultimo ricordo la pochissima considerazione con cui tratto’ la seguente lettera, che secondo me mantiene una grande validità anche per il dibattito in corso

      http://www.marcocirelli.net/lettera_ministero.html

      Cari saluti,
      Francesco

    • Sì, ha ragione, dimenticavo Carrozza. Non è che i maschi fossero meglio, dalla fine degli anni ’90 in poi. Carrozza ho avuto modo di sentirla a Cagliari, ed è stato illuminante per capire che cos’è un cosiddetto manager accademico, con un PP che si porta in giro per il mondo. Ma alla fine il ruolo dei singoli ministri conta poco se si guarda all’intero processo di ridefinizione dell’istruzione pubblica, e non solo dell’università. Dico ridefinizione per usare un termine neutrale. Altrimenti si dovrebbe dire distruzione per effetto di scosse in serie, in nome dell’aggiornamento storico (tecnolgia, globalizzazione , inglese, precarizzazione) che non si sa per ora dove porterà. Ora come ora siamo come dopo un bombardamento ‘intelligente’. Ho avuto la malsana idea di andare a vedere nel sito del Miur il sito Alternanza svuola lavoro. Lo raccomando a tutti per capire perché il ministro non ha tempo per l’università. Mi chiedo anche quanto è costato. Prego anche di badare allo stile di quando si definiscono le competenze dei dirigenti e tutori.

  9. indrani maitravaruni says:

    Mi viene anche da pensare che la scelta di un ministro non diplomato non sia stata una gaffe, ma una mossa voluta per manifestare disprezzo contro l’istruzione e per mostrare agli Italiani che in fondo un titolo di studio non serve a ‘fare carriera’. Due piccioni con una fava.

  10. Saverio Regasto says:

    Ringrazio per i numerosi commenti, le critiche e i suggerimenti. Naturalmente nello spazio di un articolo non si può sempre articolare, con dovizia di particolari, il proprio ragionamento e di ciò mi scuso. Il mio voleva essere un “contributo aperto” e anche un modo per (ri)mettere al centro il dibattito sul sistema universitario italiano. Quanto alla “politica”… Come ho detto più volte, ho fatto politica in gioventù, ma il miei sogni si sono spezzati sotto un palco di Padova a giugno del 1984. Poi lo scorso anno mi sono candidato Rettore a Brescia e sono stato malamente sconfitto anche grazie alla “politica attiva” di molti esponenti della destra e della sinistra. Questo è quanto, ma non posso certo negare che la mia formazione intellettuale è di un certo tipo ed esse traspare, quasi sempre, anche negli scritti scientifici. Infine una considerazione sulla Germania: non ritengo che essa debba essere imitata in tutto e per tutto, ma forse a volte varrebbe la pena di studiare alcune delle scelte da loro operate (io lo faccio per deformazione professionale, sono un comparatista). Ancora grazie a tutti.

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