Non c’è più nessuno. Sembrano tutti morti ma invece no, per fortuna sono reincarnati in smart working, uomini e donne in piccole stanze, bambini che razzolano e foto di famiglia sul comò. Siamo agli sgoccioli di marzo, via Zamboni 32, Bologna. Nel vecchio palazzo sono rimasti il custode, la signora della portineria e l’ultimo docente che si ostina a far lezione dai locali della più antica università del mondo occidentale. Si sente un po’ l’ultimo giapponese, armi in pugno, che si nasconde nella giungla e presidia valorosamente l’isola del Pacifico dopo che la guerra è finita, e anche perduta. In realtà il dipartimento è ancora aperto per chi ci lavora, dunque legalmente raggiungibile, e il distanziamento sociale garantito: scale e corridoi deserti, luci accese, server che ronzano, l’eco dei passi che rimbalza sui voltoni in uno scenario da brutto film hollywoodiano, quando edifici e oggetti persistono dopo una misteriosa fine del genere umano. In queste settimane le analogie apocalittiche si sprecano, in fondo il nostro immaginario è quel che è. Ma quel sopravvissuto sono io, e sono completamente solo. Schiavo come tutti della replica compulsiva del visibile, faccio anche un video in soggettiva del tragitto che conduce al mio studio al terzo piano, con tanto di respiro ansimante dietro la mascherina. «A futura memoria», commento ad alta voce. Anch’io avrò qualcosa da raccontare, come i narratori di Conrad. Piccole storie che si formano nelle pieghe degli stati d’eccezione. Ognuno ha l’epos che si merita. E sono uno di voi. […]

La didattica a distanza continua a sollecitare ragionamenti e riflessioni. Di seguito, pubblichiamo il primo capitolo dell’ebook “Insegnare (e vivere) ai tempi del virus”, di Federico Bertoni, pubblicato per l’editore Nottetempo, in forma di e-book gratuito scaricabile da questo link:

https://www.edizioninottetempo.it/it/news/view/i/solidarieta-digitale-due-ebook-nottetempo-gratuiti-ogni-settimana

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1. L’ultimo giapponese

Non c’è più nessuno. Sembrano tutti morti ma invece no, per fortuna sono reincarnati in smart working, uomini e donne in piccole stanze, bambini che razzolano e foto di famiglia sul comò. Siamo agli sgoccioli di marzo, via Zamboni 32, Bologna. Nel vecchio palazzo sono rimasti il custode, la signora della portineria e l’ultimo docente che si ostina a far lezione dai locali della più antica università del mondo occidentale. Si sente un po’ l’ultimo giapponese, armi in pugno, che si nasconde nella giungla e presidia valorosamente l’isola del Pacifico dopo che la guerra è finita, e anche perduta.

In realtà il dipartimento è ancora aperto per chi ci lavora, dunque legalmente raggiungibile, e il distanziamento sociale garantito: scale e corridoi deserti, luci accese, server che ronzano, l’eco dei passi che rimbalza sui voltoni in uno scenario da brutto film hollywoodiano, quando edifici e oggetti persistono dopo una misteriosa fine del genere umano. In queste settimane le analogie apocalittiche si sprecano, in fondo il nostro immaginario è quel che è. Ma quel sopravvissuto sono io, e sono completamente solo. Schiavo come tutti della replica compulsiva del visibile, faccio anche un video in soggettiva del tragitto che conduce al mio studio al terzo piano, con tanto di respiro ansimante dietro la mascherina. «A futura memoria», commento ad alta voce. Anch’io avrò qualcosa da raccontare, come i narratori di Conrad. Piccole storie che si formano nelle pieghe degli stati d’eccezione. Ognuno ha l’epos che si merita. E sono uno di voi.

Da settimane faccio lezione guardando in faccia una webcam e declamando nel vuoto di un vecchio dipartimento deserto. Fino all’ultimo ho tentato di farlo dallo spazio fisico e architettonico dell’università, non proprio dall’aula, come prescritto nei primi giorni dell’emergenza, ma almeno dallo studio in cui faccio esami e ricevo gli studenti. Mi sono ostinato perché a casa ho una connessione precaria e un bambino piccolo in spazi ristretti, ma forse per un altro motivo che mi si è chiarito a poco a poco: è doppiamente stonato fare una lezione universitaria da solo e da un luogo privato, con rumori domestici e soprammobili sullo sfondo, per di più su una piattaforma proprietaria come Microsoft Teams (ci tornerò: cfr. § 5). Sarà il mio senso

dell’istituzione, la percezione del confine tra pubblico e privato, o forse solo un frivolo vezzo estetico – tutte cose spazzate via dalla violenza cieca del disastro. Pignolerie, lascia perdere.

Del resto il setting non cambia: aula o tinello, cravatta o ciabatte, in ogni caso parli da solo davanti a una macchina e ricodifichi l’alchimia emotiva della lezione (i colleghi sanno cosa intendo) in una scansione frenetica di impulsi elettronici: la lucina ipnotica della webcam, le icone colorate sullo stato delle connessioni, le notifiche in chat con sorrisi e cuoricini. Per chi è abituato a fare lezione in classe, circondato da volti e corpi, all’inizio è un’esperienza straniante: imposti la voce, scandisci le parole, ti rimiri nello schermo dove non sei esattamente il più bello del reame. Ma poi ci prendi la mano, l’interfaccia è a prova di idiota informatico, fai anche qualche battuta e ti chiedi se dall’altra parte si mettono a ridere o se invece sbadigliano, scorrono Instagram, cucinano il ragù. E inevitabilmente ti concedi un po’ di pathos: «ragazzi, mi mancano molto le vostre facce in aula».

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