Il confronto tra i contenuti de La carta di Genova e un suo concreto esempio di realizzazione, il test psicoattitudinale realizzato da Sorprendo.it permette di trarre ulteriori conferme sulla vacuità della “tecnopedagogia”. Un pletorico dispositivo teorico, privo di alcun contenuto significativo in relazione all’esperienza concreta dell’insegnamento, che, quando deve tradurre nei fatti le proprie asserzioni, non può che dare luogo a pratiche grottesche. Resta il fatto che, sostenuto da un imponente apparato mediatico, tale impostazione abbia una notevole efficacia comunicativa, facendo leva in modo demagogico sulle legittime preoccupazioni delle famiglie, in merito alla futura occupabilità dei loro figli in un contesto economico di crisi prolungata e con un mercato del lavoro sempre più competitivo ed escludente. La critica a tale disegno, e il mascheramento della sua pochezza, è sempre più necessaria per mettere in luce un progetto ideologico in atto da molto tempo, finalizzato non solo a consegnare un diritto costituzionale fondamentale (quello all’istruzione) a soggetti privati che vogliono plasmarlo in base  a loro specifiche esigenze che certo non corrispondono all’interesse generale, ma anche a creare soggettività servili e manipolabili, incapaci di esercitare una critica legittima in grado di contribuire in modo progressivo al rafforzamento delle istituzioni democratiche.

 

 

 


L’esperienza “orientamento scolastico “ riportata da Roars recentemente -una  profilazione psicoattitudinale in una classe di 12-enni – propone una riflessione sul cinismo e l’impreparazione del pedagogismo o della tecnopedagogia che dir si voglia. Ovvero rivela come dietro un ingente armamentario teorico –in realtà retorico perché privo di fondamenta epistemologiche significative- si nasconda sostanzialmente il “nulla” sul piano pratico. Richiamandosi a Nietzsche, si potrebbe dire che dietro questa presunta strategia didattica innovativa, che vorrebbe imporsi in base a oggettivi riferimenti empirici, non vi è altro che una “volontà di potenza”, ovvero l’intenzione da parte di soggetti esterni di appropriarsi delle istituzioni formative per finalità corporative (nel caso dei pedagogisti, che diventerebbero l’unico soggetto deputato a fornire formazione) o per effettive logiche di profitto e di egemonia culturale (è il caso delle imprese), delegittimando gli insegnanti rispetto alla loro capacità professionale di poter autonomamente impostare il processo di trasmissione del sapere. Quando però tali soggetti intendono passare dalla teoria alla pratica, quando cioè fantasiose ed astruse teorie intendono offrire autentici modelli di innovazione didattica, la montagna partorisce il classico topolino, e si vedono realizzazioni francamente sconfortanti sul piano intellettuale, o perché si presentano come l’inveramento dell’ovvio, spacciato però per innovazione, o perché le strategie suggerite sono di assoluta inconsistenza, al limite francamente del risibile.

Nel caso dell’articolo in oggetto il tema è quello dell’orientamento, a cui faremo anche noi riferimento in queste righe. Ma si potrebbero citare molti altri esempi, in alcuni casi già approfonditi da Roars: in merito ai corsi di formazione, alle UDA (Unità Didattiche di Apprendimento),  o alle esperienze PCTO, dove spesso soggetti formativi esterni invadono l’ambiente scolastico, per dimostrare la loro maggiore capacità formativa e di coinvolgimento, lasciando in alcuni casi perplessi gli stessi studenti i quali, anche se a volte riottosi, pure sanno distinguere l’autentica qualità dell’insegnamento.

Venendo al caso concreto, ovvero il documento intitolato Carta di Genova, esso si propone , come si legge già nel primo paragrafo, di «strutturare un sistema efficace di orientamento». Tale obiettivo appare talmente prioritario da qualificare di per sé «la scuola delle regioni», che questo documento intenderebbe rappresentare. Che l’orientamento sia una priorità nel mondo della scuola è già di per sé discutibile, almeno per come l’intende la Carta.

 

1.“Orientare” fin da bambini

L’orientamento, ovvero la capacità dello studente in uscita dalla scuola secondaria superiore di saper individuare il percorso a lui più congeniale, in base alle sollecitazioni che l’esperienza scolastica appena conclusa gli ha suggerito dovrebbe essere in larga misura dipendente dal senso critico acquisito, che gli consente di cogliere potenzialità e limiti di un’offerta universitaria sempre più confusa e spesso non trasparente nella comunicazione agli studenti del proprio progetto didattico; nonché valutare in modo equilibrato il rapporto possibile tra proprie aspirazioni intellettuali e le possibilità future di realizzazione professionale.

L’orientamento così come inteso nella Carta –ma in tutti i documenti ministeriali degli ultimi decenni- è vincolato invece unicamente alla preoccupazione dell’occupabilità, sulla base delle esigenze del mercato del lavoro e delle imprese. Non è affatto valorizzata la centralità dello studente, bensì quella delle imprese, ai cui ritmi di lavoro il futuro lavoratore si deve adeguare, probabilmente non capendo neanche perfettamente le ragioni per dover rinunciare alle sue autentiche aspirazioni.

Tomaso Montanari, in un’intervista video che anche Roars ha riproposto, esprime perfettamente tale valutazione:

«L’orientamento è un parola chiave nel discorso di profilazione. Il delegato del mio ateneo si chiama delegato all’orientamento e al disorientamento, l’ho voluto chiamare così. L’Università deve dis-orientare, i giovani sono fin troppo orientati a diventare un altro mattone nel muro, per citare una canzone che parlava di scuola ed è stata profetica. Abbiamo bisogno di rompere i muri e riportare alla vita i mattoni. Dunque disorientare, più che orientare

Il merito dello storico dell’arte è quello, dunque, di sottolineare il nesso, tutto ideologico, tra “orientamento” e “disciplinamento”, tra orientamento e falsa “inclusione”, ovvero cooptazione in un sistema di potere nel quale diventa necessario integrarsi, senza avere le carte intellettuali per metterlo in discussione.

A partire da tale punto di vista è giusto esaminare il testo della Carta di Genova. Ci soffermeremo solo su alcuni aspetti (per altri rimandiamo all’articolo di Rossella Latempa); il rischio è di riproporre valutazioni identiche a quelle che abbiamo svolto anche su questo portale in diverse occasioni, pure in riferimento a problematiche differenti, comunque interne al medesimo disegno ideologico: ovvero il piegare la scuola e la problematica dell’istruzione\apprendimento a una logica esclusivamente economicistica, peraltro fortemente orientata in senso ideologico a difesa dei principi del neoliberismo; una priorità assegnata, anche e soprattutto in ambito educativo, alle imprese, sia come soggetto formativo, sia come modello di comunità; un chiaro intento di intervenire, secondo una logica totalitaria, sui processi di soggettivazione.

Quello che invece ci interessa ora evidenziare è una valutazione in realtà non nuova, ma che si presta secondo noi a ulteriori considerazioni, proprio in base al “combinato disposto” tra la Carta di Genova e le prove psicoattitudinali organizzate da Sorprendo.it, presentate negli interventi precedenti. Si tratta infatti della dimostrazione del carattere teoricamente inconsistente, vicino all’impostura, di tutte le elucubrazioni teoriche prodotte dalla cultura pedagogistica; e che ricevono da questo accostamento un’evidenza empirica.

 

2. Le “innovazioni” didattiche: dalla teoria alla pratica

 Come detto, ciò non rappresenta affatto una novità per noi docenti; siamo abituati a constatare la scarsa capacità professionale di tali soggetti esterni, che giungono a scuola senza alcuna effettiva esperienza di insegnamento nelle classi, spesso con atteggiamento spocchioso, ritenendo di possedere un carisma maggiore di quello dei docenti. L’ambito del PCTO è uno dei più privilegiati sotto questo aspetto, con banali lezioni, p.es., sul public speaking, incredibili per la loro ingenuità. E che vengono interpretate da tali pseudo educatori come straordinarie scoperte per gli studenti, ignorando il lavoro che sul piano linguistico viene svolto nel corso della didattica ordinaria.  Ma anche il curricolo d’Educazione civica, che si presenta con obiettivi tanto roboanti quanto improbabili (soprattutto perché pretenderebbe di invadere  l’ambito comportamentale), e che si è poi concretizzato in uno spezzettamento tra argomenti divisi tra i vari curricoli. Vedremo cosa accadrà per le ancora più fumose non cognitive skills, alle quali abbiamo già dedicato alcune analisi.

Insomma, quando tali soggetti vogliono passare dalla teoria alla pratica, quando propongono attività didattiche concrete che dovrebbero dimostrare la superiorità dei metodi cosiddetti “innovativi”, i risultati sono proprio imbarazzanti. Per la semplice ragione che un’inconsistenza teorica non può dare origine a una prassi virtuosa. Gli insegnanti sinora hanno lavorato, in tutti i campi citati sopra, per diminuire i danni, cercando compromessi per forza di cose al ribasso ma accettabili, pagando però con una perdita di continuità della loro programmazione e di un costante abbassamento qualitativo delle loro condizioni di lavoro. Bisogna persistere a evidenziare tali lacune e povertà educative, per mostrare quanto meno l’irrazionalità evidente dei processi in corso.

Venendo ora alle performance di “sorprendo.it”, si può ragionevolmente affermare che, rispetto alle richieste proposte agli studenti dodicenni, al limite dell’assurdo, l’attore privato in questione abbia agito in maniera improvvida e con scarsa professionalità. E che altri soggetti forse sarebbero intervenuti in maniera più accorta e credibile. Ma questa eventualità conta fino a un certo punto. A nostro parere l’azienda ha interpretato bene lo spirito della Carta di Genova, mostrandone tutte le manchevolezze e assurdità. Ed è bene sottolineare questo nesso, perché quel documento è concepito per riscuotere, demagogicamente, un facile consenso. Facendo leva sul tema della disoccupazione, sulle preoccupazioni dei genitori in merito al futuro professionale dei loro figli, che fa loro erroneamente credere che una struttura del processo formativo esplicitamente professionalizzante, fin dai primi anni di scuola, li metta in condizioni di maggiore competitività; quando invece -è il nostro parere- li priva di alcune capacità essenziali per affrontare in modo critico le sfide che il mondo contemporaneo comporta.

Quindi, al di là che forse è mancata un po’ di furbizia e di malizia nel formulare in modo più accorto le domande, la nostra tesi è che Sorprendo.it abbia diligentemente compreso le finalità della Carta di Genova, svelandone involontariamente il sotteso ideologico. E che ciò valga per tutte gli pseudo concetti e le pseudo teorie che fanno riferimento al pedagogismo, diligentemente introdotti nei processi di riforma, e che tanto hanno pregiudicato in questi anni la qualità del lavoro didattico.

Uno degli aspetti che maggiormente “sorprende” (è proprio il caso di dirlo!) è che tali domande siano state poste a studenti di appena dodici anni; e che, nonostante questa destinazione, l’azienda si sia spinta fino a consigliare carriere così specifiche che, in molti casi, sono risultate, oltre che improbabili, anche offensive persino per quei giovani allievi.  Eppure la Carta di Genova rivendica questo riferimento a un’età ancora in formazione proprio all’inizio:

«Le Regioni ritengono essenziale strutturare un sistema efficace di orientamento alla scelta del percorso formativo nei confronti dei giovani in uscita dal primo ciclo e frequentanti le ultime annualità dei percorsi del secondo ciclo […]»

Ma a questo proposito, come si legge più avanti, dovrebbero essere soggetti anche i più giovani:

«Già nell’ambito dell’istruzione primaria, con la guida personale di personale docente qualificato e orientatori, gli studenti dovranno confrontarsi con attività didattiche finalizzate alla conoscenza di sé, all’acquisizione di capacità di scegliere e allo sviluppo della curiosità e della volontà di apprendere

Una consueta esplicitazione dell’ovvio su alcune capacità che sono da sempre oggetto dell’osservazione del docente, ma che perdono la loro neutralità e ovvietà se pensiamo che il docente “qualificato” (in che? che cosa vuol dire?) sarà affiancato (un ulteriore passo verso l’accompagnamento, o un ulteriore attacco all’autonomia della professione docente) da un “orientatore” (chi sarebbe? quale curriculum di studi e professionale darebbe luogo a questa qualifica?);ovvero si avrebbe un’osservazione mirata, già preventivamente disposta a segnare un destino professionale per il bambino. Potrebbe essere un ulteriore esempio di superficialità, se non fosse che la volontà d’orientamento dispone verso un inquietante processo di soggettivazione, praticato per di più verso i più piccoli.

Ora, è evidente che il presupposto di quanto scritto ne La carta di Genova –  e di ciò che possiamo aspettarci dal ministero, che continua a richiamare la necessità di “orientare fin dalla scuola primaria” – sia quello di poter intuire in modo quasi definitivo le attitudini e il futuro profilo professionale del ragazzo appena adolescente, se non addirittura del bambino (o meglio, consigliare quest’ultimo in ragione non di una valorizzazione personale, ma di un’esigenza esterna); e, una volta intuite tali doti, potenziarle affinché “la comunità” possa approfittare di tali capacità. Come abbiamo visto dagli esiti professionali suggeriti da Sorprendo.it (baby sitter, facchino, addetto guardaroba..vedi qui)  nella maggior parte dei casi essi appaiono tutt’altro che soddisfacenti, a indicare come al centro di questo progetto dedicato all’orientamento non vi sia per nulla la personalità dello studente.

3. Il mismatching scuola-lavoro

 Un altro presupposto implicito del documento è quello del mismatching, ovvero l’idea che ci sia effettivamente una reale di offerta del lavoro che potrebbe soddisfare buona parte degli alunni in uscita dal percorso scolastico, ma che non viene soddisfatta in ragione delle lacune formative dovute all’inefficienza della scuola («[…] l’obiettivo di promuovere l’occupazione attiva, la crescita personale e professionale e l’inclusione sociale valorizzando nel contempo le esperienze del passato.»). Ovviamente, si tratta di una mistificazione per un doppio ordine di motivi: come già notato da Emiliano Brancaccio, non esiste un’offerta di lavoro come quella millantata dai teorici del mismatching e l’obiettivo politico di una didattica finalizzata all’orientamento, che comporta la rinuncia ad alti processi di acculturazione a favore di competenze pratiche apparentemente più spendibili, si dimostra un’illusione e un inganno, che sfrutta la legittima preoccupazione delle famiglie per una crisi economica le cui cause profonde non sono certo di responsabilità dell’istituzione scolastica.  Dall’altra, se anche tale formazione mirata a una specifica realtà territoriale fosse un’opportunità reale, essa darebbe luogo a una preparazione di corto respiro, destinata a essere superata nel tempo, se non a rivelarsi poi addirittura inutile (come è già accaduto) a causa di crisi aziendali, processi di delocalizzazione e quant’altro.  Certo, la Carta di Genova afferma di mirare a «sviluppare competenze progettuali a breve, medio e lungo termine», ma vedremo se queste ultime, decisamente più importanti, possono essere garantite da un progetto di d’istruzione di così corto respiro.

Un altro presupposto mistificante è la descrizione del mercato del lavoro quale ambiente che stimola la creatività individuale e apre quindi a plurime possibilità di autovalorizzazione.

 In realtà «il mercato del lavoro dinamico e in continua evoluzione» semplicemente non esiste, si tratta di un luogo in crisi, ultra competitivo e ultra feroce nel selezionare e espellere da sé chiunque non si dimostri in grado di soddisfare le sue richieste, attraverso una concorrenza al ribasso sul piano stipendiale che mortifica e distrugge progetti di vita e genera ansia. Quell’ansia evidentemente considerata positiva dai teorici della Fondazione Agnelli, dal momento che una delle competenze chiave richieste a chi vive la frustrazione di un lavoro dequalificato (come abbiamo visto, tali lavori costituivano la maggior parte di quelli previsti dall’indagine di sorprendo.it) è proprio quella di

 «saper fare un “piano d’attacco”, ossia saper porsi in modo proattivo in ambienti difficili e contraddittori, come quelli caratterizzati dall’incertezza sulla permanenza della propria occupazione.[1]»

Che senso avrebbe chiedere agli studenti se a loro piace «fare lavori poco puliti», se non per il fatto di saggiare la loro disponibilità ad accettare funzioni degradanti, sottomettendosi in toto a una logica di sfruttamento senza scrupoli?

 

4. Il nuovo orientamento e la didattica: tradurre la neolingua

La Carta di Genova e la sua concreta realizzazione di SORPRENDO, in questo  loro impianto ideologico, diventano materiale ermeneutico indispensabile anche per interpretare la neolingua della nuova scuola, e per considerarlo un ennesimo “cavallo di Troia” per rendere più cogenti i presupposti della riforma scolastica in chiave neoliberista. Non a caso il documento interviene a gamba tesa sulla didattica, consigliando quelle innovazioni che hanno contribuito in questi anni a distruggere la scuola, a mortificare il lavoro docente e ad abbassare la qualità della preparazione degli studenti.

«L’orientamento deve essere considerato come parte integrante della formazione dei giovani, per questo sarà necessario superare la rigidità del quadro orario nel rapporto scuola-lavoro individuando spazi innovativi e flessibilità d’approccio. […] La valorizzazione delle aspirazioni e degli interessi dei singoli […] implica il superamento dell’identità tra classe demografica e aula e l’utilizzo di modalità didattiche innovative, che in parte superino le lezioni frontali e incentivino la partecipazione attiva degli studenti

Non intendiamo umiliare l’intelligenza dei lettori spiegando loro quanto nulla c’entrino queste innovazioni didattiche con un eventuale sbocco professionale; sono in grado di coglierlo da soli. Merita però di essere approfondita l’espressione che fa riferimento alle «aspirazioni e interessi dei singoli». La parola «aspirazioni» grida vendetta perché, preoccupandosi unicamente di integrare il soggetto nelle logiche del mercato del lavoro, come abbiamo visto, umilia proprio quelli che sarebbero i desideri di autorealizzazione, a meno che gli stessi vengano circoscritti al raggiungimento di determinate quote stipendiali. D’altronde, la maggior parte dei lavori suggeriti da sorprendo.it sono di bassa qualifica, destinati a un precariato permanente. Altro che ingenuità! Quelli di sorprendo.it hanno perfettamente capito che tipo di soggettività manipolabile (a questo punto fin dalle elementari) vuole formare la scuola piegata a interessi economicistici e di mercato. Ma isolare i singoli dalla comunità (significativa è la dispersione del gruppo classe) equivale a lasciarli impotenti di fronte alla violenza della competitività; come abbiamo già scritto altre volte, quell’auspicato provvedimento impedisce una solidarietà interna e una resistenza comune contro un meccanismo ingiusto, introietta un senso di colpa per la propria inadeguatezza rispetto alle richieste provenienti dall’esterno.

In più occasioni, nel documento, si stabilisce la centralità delle imprese in ambito formativo; e, comunque, si afferma l’idea che mai il docente può agire in autonomia, ma sempre affiancato da esperti più qualificati (i dipendenti di sorprendo.it?), per stabilire gli obiettivi che la scuola deve ricercare nella propria attività formativa. Diamo allora un’occhiata a questa improbabile nuova figura dell’«orientatore», una delle tante novità che andranno a intasare burocraticamente le scuole e a distogliere gli insegnanti da quello che dovrebbe essere il loro principale impegno, ovvero formare una personalità emancipata e di alta cultura, capace di comprendere, prima ancora delle attività pratiche, i processi generali che conducono la struttura sociale a organizzarsi secondo principi gerarchici così diseguali ed escludenti. É bene, per non provare uno scoraggiamento intellettuale, approcciarsi a questo tema con una buona carica di senso dell’umorismo; la facoltà che meglio consente di sopravvivere a scuola di questi tempi e di godersi ciò che ancora rimane di puro nel proprio lavoro.

«Le istituzioni scolastiche dovranno dotarsi della figura di orientatore – inteso come soggetto esperto nel far emergere gli interessi, inclinazioni e talenti dei giovani al fine di individuare il processo formativo più adatto – che si occuperà di definire e progettare percorsi personalizzati di orientamento e di formazione orientativa per gli allievi iscritti. La nuova figura dovrà rientrare nella Riforma del reclutamento dell’organico prevista nell’ambito del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza[…]»

Non ci sembra di essere duri di comprendonio se continuiamo a non capire quale curricolo, esperienze pregresse o percorsi formativi stabiliranno chi potrà forgiarsi di tale titolo.

Cerchiamo di intendere il messaggio reale dietro la classica neolingua ministeriale.

Non si comprende innanzitutto se questa figura sarebbe unica per l’intero istituto (un po’ come l’animatore digitale) oppure no. Se lo fosse, ciò che gli si chiede risulterebbe impossibile da realizzare; ovvero elaborare un percorso personale d’orientamento per ogni singolo alunno. Se fosse una figura interna ai Consigli di classe, costituirebbe un ulteriore aggravio di lavoro per il personale docente (inutile chiedersi con quali risorse retribuito), finalizzato a sfilacciare sempre più la programmazione, a distogliere i singoli docenti dall’insegnamento della loro disciplina per rincorrere un obiettivo tanto aleatorio quanto ideologico. Siamo propensi a credere che tale figura non farà altro che raccogliere proposte d’orientamento provenienti dalle aziende e altre realtà del territorio (un po’ come avviene già oggi per il PCTO; magari la somministrazione di test come quelli di sorprendo.it), dando a tali soggetti però uno spazio, in termini di ore e di responsabilità formativa, ben superiore a quanto sarebbe opportuno. E che la sua funzione si risolverà nella compilazione burocratica di una serie di documenti di pressoché nullo valore formativo, ma che attesteranno l’avvenuta ricezione dell’attività da parte delle scuole. Un ulteriore passo verso la perdita di reale autonomia delle stesse, di ingresso di soggetti privati, di perdita di ruolo della funzione docente.

Una prova ulteriore di ciò che abbiamo affermato all’inizio, ovvero di quanta irrazionalità pratica si nasconda dietro questi documenti, indubbiamente ben impostati per generare un discreto impatto comunicativo verso chi è poco esperto di questioni scolastiche, ma finalizzati a distruggere e mortificare l’autentica attività d’insegnamento. La critica intellettuale e teorica di questi testi da un parte, e la capacità dei docenti di reagire e far comprendere a studenti e genitori quale impatto negativo abbiano tali novità per il loro futuro dall’altra (le reazioni negative dei genitori a sorprendo.it sono un effettivo segnale di speranza), sono gli strumenti con cui cercare di contrastare tale deriva.

[1] AA.VV., Le competenze, a.c. di L.Benadusi, Il Mulino, Bologna 2017, p.78.

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