In questo ricordo biografico di un momento topico di un passato ancor recente, in occasione del quale l’Università italiana nel suo complesso non seppe mostrare la capacità di unirsi fino in fondo per opporsi a quello che sarebbe seguito all’approvazione della riforma Gelmini, Tommaso Greco svolge considerazioni sulle quali tutti i professori universitari dovrebbero svolgere una riflessione nella propria coscienza. Da chi nell’Università è entrato con i vecchi concorsi nazionali, a chi lo ha fatto con i concorsi locali della riforma Berlinguer, fino a chi, nonostante tutto, lo ha fatto o prova a farlo con il sistema che la legge Gelmini ci ha lasciato in eredità. Buona lettura.


 

Nei giorni scorsi, su Facebook, molti ex studenti hanno giustamente e orgogliosamente ricordato con post e foto la ricorrenza della incredibile assemblea anti-Gelmini tenutasi a Pisa l’8 ottobre di dodici anni fa (dodici e non dieci: d’altra parte, perché devono essere celebrati solo i decennali?). L’assemblea era stata convocata nell’aula magna del Polo Carmignani (la più grande dell’ateneo pisano: capienza 330 posti) ma l’enorme partecipazione consigliò di spostarsi nella vicina Piazza dei Cavalieri, dove si riunirono più di cinquemila tra studenti e docenti.

La manifestazione fu l’esito di una mobilitazione che durava da mesi contro il ddl Gelmini, e aveva alle spalle le proteste contro il decreto Tremonti (il cosiddetto “decreto affossa-università”). Ma fu purtroppo solo un episodio esaltante di una battaglia, che fu persa soprattutto per responsabilità dei docenti. Nonostante i timori assai diffusi un po’ ovunque, anche in questa occasione essi furono maestri nel passare dal “non la faranno mai, una riforma come questa” all’“ormai non si può fare più niente, e quindi è inutile protestare”. Le cose poi andarono come andarono e ci siamo ritrovati una Università sui cui mali ognuno oggi versa le sue lacrime, più o meno innocenti.

Sulle ragioni per le quali i docenti fanno così tanta fatica a prendere le difese del sistema universitario, e quindi anche della loro categoria, non è il caso di soffermarsi troppo. Se ne è scritto più volte, e naturalmente ognuno avanza la sua spiegazione: eccessiva abitudine al privilegio, convinzione di essere intoccabili, egoismo (o al contrario, incapacità di vedere davvero i propri interessi), corporativismo, pavidità, eccetera eccetera. A me piace aggiungere che se ci fosse un po’ più di orgoglio e di autostima forse tante cose, piccole e grandi, non passerebbero così facilmente, come invece sono passate e continuano a passare. La considerazione può risultare strana, e in effetti la reazione naturale è quella di una mia amica che si stupisce di sentir dire che i docenti universitari hanno poca autostima. Ma io invece non riesco a trovare una spiegazione più convincente: se avessimo piena consapevolezza del ruolo che rivestiamo, se possedessimo quello spirito che weberianamente dovrebbe appartenere ad ogni categoria, difficilmente accetteremmo alcune delle cose che succedono nei nostri dipartimenti.

La situazione tra l’altro si è aggravata proprio a causa della legge che avremmo dovuto contrastare. Per capire cosa è successo da allora in poi sarebbe utile rileggere il Capitolo IV del Principe e analizzare il passaggio dalla situazione che Machiavelli descrive a proposito della Francia a quella che egli ritiene tipica della Turchia: perché a ben vedere siamo proprio passati da un sistema che era fondato sulla presenza di un Principe e di Baroni, pronti a difendere il loro grado, a un sistema che si governa invece «per un Principe, e tutti gli altri servi, i quali come ministri per grazia e concessione sua aiutano governare quel Regno».

Ricordo che in quella assemblea dell’8 ottobre 2008 intervenni per dire che se l’Università — e principalmente i suoi docenti — non si decideva(no) a fare letteralmente come i camionisti (che in quel periodo erano in agitazione, e si facevano sentire), mettendosi di traverso, non avremmo vinto quella battaglia. Proposi di bloccare le lauree, forse l’unico strumento possibile per far sentire davvero la nostra voce, creando tra l’altro molto meno disagio rispetto ad altre misure, ma facendo molto più rumore. Le risposte che ricevetti sono facilmente immaginabili: “non possiamo fare una cosa tanto grave”; “sicuramente verremmo precettati, e dunque a cosa servirebbe”, “non si può venir meno a un servizio pubblico essenziale”…

Come se certe battaglie vitali che servono al bene comune non dovessero passare, in occasioni particolari, anche dalla capacità di fare un po’ di resistenza civile, che ahinoi significa talvolta saper stare sul confine della legge (non necessariamente contro la legge). Se avessimo minacciato di far saltare le lauree — e bastava lo facessero i docenti delle facoltà di giurisprudenza, con l’appello di ottobre alle porte, appello fondamentale per chi allora doveva iscriversi all’albo degli avvocati — forse il governo si sarebbe seduto ad un tavolo e avrebbe cominciato a discutere. E invece nulla. Le cose andarono in un altro modo e la conclusione fu quella che sappiamo.

Di quella giornata, e di quella battaglia (persa) rimane dunque una grande lezione: se i docenti non si faranno carico di difendere l’Università rischiando qualcosina in proprio, oggi come ieri, l’Università ne uscirà sempre sconfitta.

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8 Commenti

  1. Concordo in toto con l’analisi. Purtroppo il problema è trasversale. C’è un deficit di “classe dirigente” nelle aziende come nell’ Università e nelle PA . Il che non toglie nulla alle responsabilità dei docenti universitari che, per primi, dovrebbero insegnare che “classe dirigente” non è un sinonimo di “casta” ma un impegno individuale nel sociale che passa anche per prendere posizione contro decisioni “dall’alto”. Anche se scomodo. Purtroppo il motto corrente è “debole coi forti e forte coi deboli”.

  2. Purtroppo è così. Non si vuole prendere atto che ci sono servizi ben più essenziali (almeno nel quotidiano), dai più visibili come i trasporti, la PA, la scuola, la sanità, ai più invisibili come energia, comunicazioni, acqua e sicurezza, e perfino alla magistratura (sì anche i magistrati fanno sciopero!) e non c’è niente di illegale. Se si può bloccare un’udienza da cui dipende la libertà personale o di lavoro, che ci può essere di terribile nel bloccare attività che può essere recuperata subito dopo lo sciopero (Ferraro docet).
    Mi sembra curiosa l’osservazione che sarebbe bastata la facoltà di giurisprudenza, sia perché ciascuno deve fare la sua parte e non si può pretendere che siano sempre altri a difendere i diritti di tutti, sia perché gli “avvocati del popolo” sono quasi sempre dalla parte del potere consolidato, impegnati semmai a scovare cavilli e codicilli per conservare privilegi e rendite acquisite (v. ad es. i vitalizi). Ben lontani dalla coscienza critica della società che dovrebbe essere il compito primario dell’università, chiamata proprio a mettere quotidianamente in discussione lo status quo sia favorendo la scrematura di leggi, norme e procedure ormai anacronistiche sia l’avanzamento scientifico e tecnologico.

  3. Che orgoglio potremo mai avere dopo esser stati maltrattati sui social, i giornali, dai nostri stessi colleghi, dai politici…
    È mancata coesione. Personalmente ho avuto l’ingenua convinzione che chi lavorava bene non avrebbe avuto conseguenze… Ecco cosa è stato. Ora so molte cose che non ritenevo possibili

    • Non demorda, se è convinta di aver lavorato con scienza e coscienza, non indietreggi, coraggio!

      Gli studenti ti ringrazieranno un domani per l’impegno che trasudi oggi.

  4. Ricordo ai lettori ed elettori che dopo il governo Berluscoi IV (!), che ha varato la cosiddetta legge Gelmini, si sono susseguiti altri 6 governi in 10 anni:
    Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I, Conte II.
    Nessuno di questi governi ha intaccato la suddetta legge né è stato sollecitato a farlo dalla maggioranza o dalla opposizione parlamentare.
    Parlamenti in cui sono stati eletti professori universitari che hanno accettato al MIUR una certa Valeria Fedeli, ministro con poco più di una licenza media inferiore, e sempre in silenzio hanno accettato le dimissioni di un ministro che chiedeva fondi per l’università e la ricerca.
    Purtroppo, c’è poco da fare. Questi professori e questi governi rappresentano la maggioranza assoluta del Paese.

    • Che per la maggiorana del paese l’Università non sia un problema è chiaro. Proprio per questo, chi conosce invece i problemi dovrebbe far pressione sulla politica. Ma la lista di ministri oltre Fedeli include anche due rettori che nulla hanno fatto per “disturbare il manovratore” e anche il terzo rettore, attualmente in carica, non sembra dare particolari segnali di vivacità.

    • Poi, se ci si mette pure il docente di turno che si diverte a postare insulti e polemiche contra personam pur di apparire, l’università ha pochi eroi veri a difenderla seriamente.

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