In tempo di Coronavirus anche le scuole e le università si attrezzano per reagire all’emergenza e adeguarsi costruttivamente alle recenti disposizioni di sospensione delle attività didattiche. In rete, sulle pagine dei quotidiani, nelle trasmissioni radiofoniche e televisive, nei siti universitari e scolastici dominano, da alcuni giorni, parole-chiave come “smart working”, “distance learning”, “business model”, “soft skills”, “Massive online open courses” e altre espressioni che evocano l’universo dell’insegnamento e del lavoro virtuale. Una scelta obbligata, insomma, per evitare che le necessarie direttive del Governo si trasformino in una traumatica interruzione dei rapporti tra docenti e studenti.

L’eccezionalità della situazione che stiamo vivendo ci ha fatto anche capire l’importanza di un coordinamento nazionale e i pericoli che si potrebbero correre consegnando l’istruzione e il servizio sanitario all’arbitrio delle singole Regioni. Sin qui niente di strano. Ma il dato preoccupante riguarda invece alcuni recenti interventi che in maniera enfatica considerano l’epidemia come una straordinaria occasione per rilanciare con più forza l’“educazione digitale” e le potenzialità virtuali ad essa connesse. Una calorosa adesione, lungo la scia tracciata dalle numerose direttive internazionali che da alcuni anni inondano le scrivanie di rettori e dirigenti scolastici, alla cosiddetta “didattica del futuro”, fondata su modelli pedagogici in cui vengono depotenziati la “lezione in aula” e il contatto diretto tra professori e allievi. In «tempi di peste», ricordava saggiamente Albert Camus, sembra inevitabile sacrificare ogni cosa «all’efficacia».

Ma questa regola vale anche in tempi “normali”? Purtroppo, da almeno tre decenni, scuole e università corrono sempre più il rischio di sacrificare l’educazione al virtuale e a una pedagogia mercantilistica. In un mondo globalizzato, in cui l’istruzione viene considerata soprattutto un mezzo per acquisire un mestiere e non per formare cittadini liberi e colti, l’allarme è legittimo. Riconoscere l’indispensabilità della tecnologia (specialmente in circostanze estreme come questa) è una cosa. Pensare, invece, che si possa fare a meno del libro e delle relazioni umane tra professori e studenti è una follia. Non è vero che leggere l’Orlando furioso in digitale è lo stesso che leggerlo in formato cartaceo (alcuni neuroscienziati sostengono che, pur essendo identico il testo, il dispositivo distrae e non facilita l’attenzione necessaria alla comprensione!). Così come non è vero che essere perennemente connessi favorisca i rapporti umani (il virtuale, oltre a banalizzare l’amicizia confinandola su Facebook in un facile clic, sta creando una nuova forma di terribile solitudine!). E, alla stessa maniera, non è vero che la lezione a distanza abbia il medesimo effetto della lezione in classe: stiamo dimenticando che per secoli il sapere è stato condiviso tra docenti e discenti grazie a un rapporto diretto, in praesentia, in cui i professori, armati di passione e conoscenza, sono riusciti a sedurre e a entusiasmare i loro allievi. Chi fa dell’insegnamento (e della ricerca) la sua missione principale, sa benissimo che oggi la soglia d’attenzione dei nostri studenti (non certo per colpa loro) è molto bassa: mantenere vivo il loro interesse richiede fatica e preparazione straordinarie, richiede una relazione diretta che non può prescindere dagli sguardi e dai gesti di interazione tra chi parla e chi ascolta. Solo nell’incontro in aula si sviluppano quelle necessarie alchimie che permettono agli studenti di imparare dai professori e ai professori di imparare dagli studenti.

Veramente pensiamo che una piattaforma digitale, un computer o una lavagna connessa possano cambiare la vita di uno studente? Ma siamo sicuri che l’utilitarismo delle “competenze” sia più importante della conoscenza in sé? Siamo veramente convinti che l’incontro in aula con i docenti debba essere finalizzato esclusivamente a stimolare le “abilità individuali” e il “saper fare”? E ancora: come giustificare il progressivo spostamento di investimenti dalla docenza agli strumenti per la didattica digitale? Come si possono demotivare e depotenziare i professori (in numero sempre più esiguo e mal pagati) e immaginare, nello stesso tempo, notevoli risorse per macchine e computer? Proprio in questo momento di crisi stiamo prendendo coscienza degli effetti devastanti che i pesanti tagli budgetari hanno avuto nei settori dell’istruzione e della sanità (i due pilastri su cui si fonda la dignità umana: il diritto alla conoscenza e il diritto alla salute).

Lo scopo dell’educazione non è l’acquisizione di un diploma. È soprattutto l’esperienza umana e intellettuale che si compie, ogni giorno, in un mondo fatto di incontri e scambi concreti tra professori e studenti. Ridurre questa esperienza a una relazione virtuale significherebbe trasformare l’istruzione in uno sterile mercato di lauree e diplomi e gli studenti in clienti da fidelizzare. Significherebbe dar credito alle illusorie promesse di volare alto con finti ippogrifi che, al contrario, non riuscirebbero a sollevarci di un centimetro al di sopra della nostra ignoranza. Gestiamo adesso l’emergenza con la didattica a distanza. E pensiamo anche – non solo per quegli studenti che, impossibilitati a connettersi, non potranno godere dell’insegnamento telematico o per coloro che, iscritti a corsi di laurea scientifici, saranno penalizzati dalla soppressione dell’esperienza diretta nei laboratori – a un piano straordinario per recuperare comunque le lezioni in aula durante l’estate. Trasformare però l’eccezione in una regola, dimenticando la centralità del rapporto umano nell’insegnamento e l’autentica missione della scuola e dell’università, sarebbe un errore gravissimo.

Ospitiamo in forma ampliata un intervento di Nuccio Ordine pubblicato il 23 marzo 2020 sul “Corriere della Sera”.

Send to Kindle

7 Commenti

  1. Non sono uno specialista in Didattica. Ho letto e non saprei ritrovare la fonte in tempi brevi, che uno studio riporta che la qualità della didattica a distanza peggiora velocemente quanto più il numero delle lezioni “frontali” con i docenti scende sotto il 40 per cento del totale. Non ricordo nemmeno quali indicatori di qualità usassero in quello studio. Però “qualitativamente” questa informazione che ho in mente mi ha sempre convinto e approvo la sostanza dell’articolo. Grazie all’autore. Purtroppo in questi tempi si va avanti così. Faccio notare che la Svezia, che fino a ora ha rifiutato la chiusura generalizzata (ma che sembra stia cambiando parere) aveva comunque chiuso le Università demandando tutto alla didattica a distanza. Buon lavoro a tutti,

  2. “Lo scopo dell’educazione non è l’acquisizione di un diploma. È soprattutto l’esperienza umana e intellettuale che si compie, ogni giorno, in un mondo fatto di incontri e scambi concreti tra professori e studenti.” Come non essere d’accordo. Naturalmente dobbiamo essere intellettualmente onesti e chiederci se questa indispensabile esperienza umana e intellettuale possa risolversi in un certo numero di lezioni cosiddette frontali e non anche con un contatto continuo e quotidiano con i nostri studenti attraverso esperienze a piccoli gruppi, colloqui diretti e personalizzati anche attraverso il mezzo telematico, disponibilità ad essere riferimento per molti studenti e non per pochi eletti. Anche questo è un tema per l’Università del futuro.
    Nicola Ferrara

  3. Sì. Vero. Incidi di più sui piccoli gruppi. Ma è tutto un tourbillon di lezioni e seminari: gli studenti mi sembrano criceti su una ruota…
    Perché non si capisce che è tutto il sistema che va rivisto? Sono così

  4. Erano anni che non leggevo più interventi così condivisibili. Abbiamo scientemente demandato la didattica (ma anche la ricerca, in verità) e la sua qualità a strani e fantomatici algoritmi, medie, mediane, citazioni, indici e non so cos’altro, da perdere di vista quella che è la funzione principale del sistema universitario: non lo strumento per acquisire un mestiere (a quello dovrebbe pensare la formazione professionale) bensì “formare cittadini liberi e colti” come sostiene Nuccio Ordine. Allora che ben vengano le tecnologie che possano favorire ogni forma di sburocratizzazione, che possano eliminare ogni inutile orpello formale, ma per l’educazione alla cittadinanza e la trasmissione dei valori di libertà e di conoscenza non possono prescindere dalle relazioni umane, auspicabilmente non relegate alle sole lezioni frontali. In questo contesto l’Autore sa, come chi scrive, che il Campus di Arcavacata di Rende – presso il quale insegna Nuccio – è stata una scommessa (non so quanto vinta, per la verità), cocciutamente perseguita dal primo Rettore di quell’Ateneo, Beniamino Andreatta, di interazione continua fra tutte le componenti dell’Università (docenti, studenti, personale tecnico e amministrativo).

  5. Voglio fare eco a Saverio Regasto qui sopra nel ringraziare Nuccio Ordine per l’intervento intenso, appassionato che condivido totalmente. Mentre, ad un certo livello la ricerca funziona anche con strumenti a distanza, il rapporto diretto in praesentia è insostituibile nelle attività di docenza e discenza. Nel caso della ricerca il funzionamento con strumenti insiste su una solida base derivante da rapporti precedenti costruiti in praesentia. D’accordo sull’emergenza, ma questa è una occasione per capire come modificare la direzione presa in passato, rigettare provvedimenti che attaccano la centralità del rapporto umano nell’insegnamento e l’autentica missione della scuola e dell’università” , eliminare enti come INVALSI, INDIRE, ANVUR ( o al più riconvertire parti di essi dove è accettabile) , eliminare l’alternanza scuola-lavoro (o PCTO come adesso si chiamano), per recuperare gli strumenti mirati a formare cittadini liberi e colti, incorporando quelle scelte didattiche e organizzative ad essa coerenti. Ecco esempi concreti: il recupero e predominio della didattica della conoscenze curriculari, anche includendo aspetti didattici “diversi” e innovativi, l’elogio della “lentezza”, l’educazione ad un approccio sistemico, la riscoperta della storia e dell’educazione civica, la sburocratizzazione del sistema scolastico e l’eliminazione dell’autonomia scolastica intesa come “scuola azienda” in competizione con altre scuola, la restituzione di prestigo all figura del docente e la restituzione del preside a ruolo di primus inter-pares e non di burocrate-manager, la sostituzione dell’aziendalizzazione e competizione fra scuole con la collaborazione, la sinergia positiva con l’Università e il mondo esterno integralmente all’interno e a sostegno dei contenuti curriculari , l’uso delle tecniche e macchine come strumento e non come fine.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.