Professori universitari

Il perché di uno sciopero: la vera storia degli scatti stipendiali dei professori universitari

Non arriviamo a titolare Il MIUR, i Professori Universitari e la MalaP.A.: tutti “Peppino” di fronte allo sciopero sugli scatti? Ma, come le repliche dei film di Totò che affollano i palinsesti televisivi nella calura agostana, così ROARS ha deciso di ritrasmettere questo brillante resoconto di Nicola Casagli, risalente a più di due anni fa, che merita di essere letto e/o riletto da quanti vogliano avere ben chiara la vicenda sottostante allo sciopero degli appelli dei professori universitari proclamato a settembre.

Il contributo fotografa fedelmente cosa è accaduto, contestualizzando con grande accuratezza i fatti che hanno costretto alla protesta (oggi, quando sono trascorsi altri 2 anni e mezzo di inerzia da parte del Governo). Va letto lentamente, grassetto dopo grassetto.

E si conclude producendosi in una ragionevole proposta di modifica costituzionale, che, in effetti, si presterebbe ad interpretare assai bene il tentativo di giustificare sul piano giuridico la situazione venutasi a creare, a dispetto degli scivolosi distinguo operati dalla Corte Costituzionale.

Trattati in questa vicenda come Peppino nella celebre scena delle 40.000 lire scambiate fra i fratelli Capone, in Totò, Peppino e la Malafemmina, i professori universitari sfrutteranno a settembre l’occasione per dimostrare di essere stanchi della parte che hanno recitato finora? O continueranno a ripetere sommessamente: “e abbiamo detto tutto”? 

Post scriptum: nei commenti all’articolo sono stati pubblicati i grafici che descrivono e quantificano gli effetti reali che il blocco degli scatti manifesterà nel tempo sulla retribuzione dei professori universitari.

Gli scatti e la risposta

Non è bello parlare di soldi – lo so – però la storia degli scatti stipendiali dei professori universitari è talmente interessante, nella sua straordinaria assurdità, che voglio provare a ricostruirla passo per passo.

La materia è complicatissima e lo studio della questione richiede capacità giuridiche – che certamente non ho – per orientarsi nel ginepraio delle norme, dei cavilli e delle eccezioni. Mi scuso in anticipo per eventuali errori e imprecisioni.

Siamo nell’anno 2010, la crisi economico-finanziaria del 2008 sembra acqua passata e l’ottimismo del Governo è alle stelle.

Lo rimarrà ancora per molto, tanto che nel novembre dell’anno successivo il Presidente del Consiglio rilascerà la celebre dichiarazione sui “ristoranti sempre pieni”.

Eppure nel maggio del 2010 il Governo sente il bisogno di bloccare gli scatti stipendiali di tutti, ma proprio tutti, gli impiegati statali.

Sono quasi 3,5 milioni gli interessati e il risparmio per la spesa pubblica ammonterebbe a circa 3 miliardi di Euro per ciascun anno.

Il 31 maggio 2010 viene conseguentemente emanato il decreto-legge n. 78 Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica, poi convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.

È uno dei soliti guazzabugli di norme disparate che si riveleranno evidentemente inutili per gli scopi prefissati, ovvero per la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica del nostro sciagurato Paese.

Il decreto-legge blocca gli incrementi stipendiali del pubblico impiego per gli anni 2011, 2012 e 2013.

MA VA BENE COSI’. Esperti e illustri economisti già prospettano scenari ben peggiori e il calmieramento degli stipendi degli statali è da molti considerato una misura di buon senso.

Uno però potrebbe pensare: “Sì, ma che c’entrano i professori e i ricercatori universitari?”.

L’Università gode infatti di autonomia garantita dalla Costituzione e ben definita dalla legge n.168/1989:

Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge, le università sono disciplinate, oltre che dai rispettivi statuti e regolamenti, esclusivamente da norme legislative che vi operino espresso riferimento.

Un decreto-legge concernente la stabilizzazione finanziaria e la competitività economica non è, fino a prova contraria, una norma legislativa che opera espresso riferimento all’Università.

Sembra però che già con la Sentenza n.22/1996 la Corte costituzionale avesse precisato che l’autonomia dell’art. 33 della Costituzione non attiene allo stato giuridico dei professori universitari, i quali sono legati da uno specifico rapporto di impiego con lo Stato e sono, di conseguenza, genericamente soggetti alla legge statale.

MA VA BENE COSI’. La situazione delle finanze dissestate del nostro Paese richiede il contributo di tutti e, quindi, è giusto accettare un piccolo sacrificio senza troppi sofismi.

Se poi si va a leggere bene il decreto-legge si scopre che vengono stanziate ingenti risorse per infrastrutture, grandi opere, Expo di Milano, sussidi alle imprese e così via.

MA VA BENE COSI’. È giusto sacrificare gli incrementi stipendiali degli statali per finanziare gli investimenti strategici per la ripresa.

Alla fine di quell’anno 2010 arriva poi la controversa riforma universitaria, la legge 240/2010 che, tra le altre cose, disciplina gli scatti stipendiali dei professori e dei ricercatori universitari.

L’art. 8 comma 1 della legge dispone che la progressione di classi e scatti stipendiali dei docenti universitari passi da biennale a triennale.

Le progressioni economiche vengono inoltre condizionate a una valutazione di merito e non sono più assegnate automaticamente in base all’anzianità in ruolo.

Sarebbe logico pensare che la nuova norma specifica (L. 240/2010) sostituisca quella vecchia generica (DL 78/2010) sulla base del principio del Diritto: lex specialis derogat generali.

Invece no. Le nuove disposizioni sugli scatti e sulla valutazione restano inapplicate – e lo sono tutt’oggi – perché, contrariamente alla ragionevolezza, questa volta la norma più vecchia e generica prevale su quella più nuova e specifica.

Il comma 19 dell’art.29 della legge 240/2010 si premura infatti di specificare la salvaguardia del DL 78/2010, seppur individuando le risorse per elargire un incentivo una tantum, sulla base di rigorosi criteri di merito stabiliti dalle singole Università.

La storia dell’incentivo e delle stravaganze burocratiche che gli Atenei sono riusciti a mettere in piedi per la sua distribuzione è stata già discussa in più riprese.

Si tratta nella sostanza di una mancia estemporanea per distogliere l’attenzione dalla vera questione delle progressioni stipendiali.

MA VA BENE COSI’. Non sarebbe bello che gli universitari venissero visti come dei privilegiati perché beneficiati da una riforma ad hoc così specifica.

Non tutti però ci stanno ad accettare passivamente il sacrificio nel supremo interesse del risanamento dei conti pubblici nazionali. E infatti c’è chi fa ricorso al TAR.

In particolare, a seguito dei ricorsi di un gruppo di magistrati ordinari in servizio negli uffici giudiziari, ben 15 ordinanze di rimessione vengono sottoposte all’esame della Consulta dai TAR della Campania, Piemonte, Sicilia, Abruzzo, Veneto, Trento, Umbria, Sardegna, Liguria, Calabria, Emilia-Romagna e Lombardia.

Pare proprio che tutta l’Italia giuridica si sia unita, nel nome della giurisprudenza, per pretendere giustizia.

In data 8 ottobre 2012, la Corte costituzionale emette la Sentenza n.223/2012 che riconosce l’illegittimità costituzionale degli articoli 9, commi 2, 21 e 22 e 12, commi 7 e 10 del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 – ovvero del blocco delle progressioni e degli adeguamenti stipendiali – ma solo e soltanto per il personale di Magistratura.

MA VA BENE COSI’. La Magistratura è un ordinamento cardine dello Stato repubblicano ed è giusto che sia preservata dai sacrifici richiesti al resto del Paese per il risanamento delle finanze pubbliche.

Ma alcuni professori non trovano giusta tale eccezione e allora ci provano anche loro con i ricorsi e le questioni di legittimità costituzionale.

Questa volta le ordinanze di remissione sono solo 9, emesse dai tribunali amministrativi di Calabria, Lombardia, Piemonte, Trentino-Alto Adige, Umbria e Puglia.

La Consulta a questo giro risponde picche: la sentenza n.310/2013 del 10 dicembre 2013 dichiara infatti la “manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale”.

Nelle motivazioni i giudici della Corte costituzionale si arrampicano invero sugli specchi per giustificare la diversità di trattamento fra i loro colleghi magistrati e tutti gli altri pubblici impiegati:

La dichiarazione di illegittimità costituzionale del comma 22, anche nella parte in cui non esclude che a detto personale sia applicato il primo periodo del comma 21, va quindi ricondotta alle specificità dell’ordinamento della magistratura, specificità non sussistenti nella fattispecie in esame.

Cioè sarebbe a dire che l’ordinamento della Magistratura, essendo specifico, è specificatamente protetto dalla Costituzione repubblicana dalle conseguenze di una norma generica rivolta genericamente al pubblico impiego.

Tutti gli altri, non essendo specifici, ma palesemente generici, non possono godere della specifica protezione costituzionale.

MA VA BENE COSI’. Sarebbe di cattivo gusto allargare troppo la rosa degli esonerati in un momento come questo di drammatica crisi economica e finanziaria del nostro Paese.

Poi si viene a sapere che anche gli avvocati dello Stato sono equiparati ai magistrati nell’esenzione dal blocco delle progressioni stipendiali.

MA VA BENE COSI’. È pur vero che essi sono dei privilegiati – e non solo per questa piccola cosa – ma sono molto specifici e sono in tutto solo poche centinaia, non come noi generici professori e ricercatori universitari che siamo quasi 60 mila.

Nel nostro straordinario Paese sembra però che non ci sia limite all’incredibile.

Nel 2013, 45 mila genericissimi insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado si trovano a sorpresa riconosciuto in busta paga lo scatto stipendiale.

È un pasticcio del Ministero e la faccenda diventa argomento di discussione politica.

Il MEF non vuol sentire ragioni: pretende i soldi indietro, o dagli insegnanti o dal MIUR.

La Ministra del MIUR difende a spada tratta gli insegnanti.

Il segretario del partito di maggioranza è perentorio:

Se il Ministero dell’Economia richiede indietro 150 euro agli insegnanti, io mi arrabbio. Non stiamo su ‘Scherzi a parte’. Non puoi dare dei soldi e poi chiederli indietro.

Risolve il Presidente del Consiglio e lo scatto stipendiale viene definitivamente riconosciuto, pare per circa un milione di generici insegnanti.

MA VA BENE COSI’. Gli insegnanti delle scuole superiori sono notoriamente sottopagati e, seppur evidentemente generici, svolgono un lavoro specifico di importanza cruciale nel nostro Paese. È quindi giusto esentarli dai sacrifici ineluttabili richiesti dal difficile momento di crisi.

Alla fine del 2013 gli effetti del blocco triennale stabilito dal famigerato decreto-legge 78/2010 dovrebbero cessare.

Il Governo però si accorge che la crisi economica e finanziaria non è affatto terminata e si affretta – con il DPR del 4 settembre 2013 n. 122 – a prorogare fino al 31 dicembre 2014 le disposizioni in materia di scatti stipendiali.

MA VA BENE COSI’. Che volete che sia un altro anno di pazienza se l’obiettivo comune è così importante per la prosperità della Nazione?

All’inizio del 2014 cambia il Governo e pare che la Scuola e l’istruzione superiore siano finalmente fra le somme priorità dell’esecutivo, anche per il rilancio della nostra stentata economia.

Verso settembre il Ministro per la Pubblica Amministrazione si accorge però che non ci sono i soldi per gli statali. Annuncia quindi che gli scatti stipendiali per il pubblico impiego resteranno congelati anche per tutto il 2015, cioè per il quinto anno consecutivo.

Esplode allora vigorosa la protesta delle forze di Polizia, con grande eco su tutti i mezzi di comunicazione.

Il Presidente del Consiglio sbotta irritato che non accetta ricatti da nessuno.

Ma con la legge di stabilità 2015 vengono ripristinati gli scatti automatici di stipendio legati all’anzianità di servizio, nonché le promozioni, per circa mezzo milione di militari e forze di Polizia.

Il Ministro degli Interni giustifica:

Agli operatori di Polizia è riconosciuta una specificità.

Tutti gli altri statali che rimarranno con lo stipendio bloccato – difficile quantificarne il numero a questo punto – iniziano a chiedersi se nel nostro Paese non ce ne siano un po’ troppe di queste specificità.

MA VA BENE COSI’. La Sicurezza Nazionale è un bene di tutti ed è giusto riconoscere la peculiarità delle nostre Forze Armate e di Polizia. Non possiamo continuare a chiedere anche a loro i terribili sacrifici indispensabili per il riassetto delle finanze della Repubblica.

Nel frattempo si scopre che sfuggono al blocco degli scatti stipendiali anche i medici delle Aziende Sanitarie e il personale delle carriere prefettizia e diplomatica.

Per queste categorie sono infatti mantenuti invariati i rispettivi trattamenti contrattuali.

MA VA BENE COSI’. Medici, prefetti, ambasciatori e consoli hanno, ognuno nel suo genere, una propria specificità e non sarebbe giusto accomunarli ai generici statali del grande e generico calderone del pubblico impiego. Solo a questi ultimi devono essere riservati gli specifici sacrifici essenziali per la salvezza del Paese.

Alla fine del 2014 poi scoppia un nuovo caso sul tetto degli stipendi dei dipendenti della Camera e del Senato: commessi, barbieri, baristi, stenografi, uscieri, elettricisti, centralinisti.

Si sapeva già che avevano stipendi fuori ogni misura e logica e che i nuovi Presidenti del Parlamento erano intenzionati a rivedere sostanzialmente il loro trattamento economico, perché oggi – come ripetono – non è più tempo di privilegi.

Si scopre che i dipendenti delle Camere beneficiano di scatti di anzianità e adeguamenti all’inflazione, che sono incredibilmente passati indenni ad ogni blocco.

Pare infatti che le Camere, in quanto organi costituzionali, godano di piena e totale autonomia e che, essendo così specifiche, non possano essere genericamente assimilate al pubblico impiego.

Mi torna per un attimo in mente quel passaggio dell’art.33 della Costituzione sull’autonomia dell’Università, ma capisco subito che nel nostro caso deve trattarsi di autonomia generica mentre, nel loro, è certamente un’autonomia specifica.

Si assiste anche alle proteste dei loro numerosi sindacati per fare presenti le specificità del loro mestiere.

Sull’esito della vicenda è calata una fitta cappa di silenzio. Ma c’è da scommettere che le progressioni stipendiali per anzianità del personale di Camera e Senato sopravvivranno all’ennesimo tentativo di razionalizzazione.

MA VA BENE COSI’

Anzi no. No, collega… mai stato così lontano dallo stare bene. BENE COSI’ NON VA…

Non è bello parlare di soldi – lo so – però aderisco lo stesso all’appello promosso dai colleghi del Politecnico di Torino e di Roma Tre:

https://sites.google.com/site/controbloccoscatti

Tanto questo Paese di furbi e di azzeccagarbugli, di caste e di corporazioni, di specifici e di generici, non uscirà mai dalla crisi in cui è sprofondato, proprio perché non è capace di darsi una regola semplice e comprensibile, e di farla rispettare da tutti.

Firenze, 24 gennaio 2015

Nicola Casagli

(professore ordinario e, in quanto tale, orgogliosamente generico)

P.S. Proposta di modifica dell’art.3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, ad eccezione di quelli per cui sussistono specifiche specificità non meglio specificate.

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10 Comments

  1. … si però alla fine la nostra autonomia e specificità è stata finalmente riconosciuta … agli altri gli scatti sono stati ripristinati con decorrenza 2015 a noi 2016 … se non sbaglio …e ho detto tutto …qui ci vorrebbe una chiusa alla pasquale amitrano (?)

  2. Non ce li hanno riconosciuti no…
    Per tutti gli altri statali “generici”, nel momento in cui e’ terminato il blocco, in busta paga si sono cominciati a ritrovare il corrispettivo degli scatti maturati durante il periodo di blocco. Quindi, al di la’ della durata del periodo di blocco, per loro la busta paga attuale e’ la stessa che se il blocco non ci fosse stato. Han perso soldi negli anni di blocco, e nessuno glieli restituira’ mai, ma poi la loro retribuzione e’ tornata ad essere quella prevista dal loro contratto, come se il blocco non ci fosse stato.
    Invece a noi permane il mancato avanzamento degli scatti che sarebbero maturati durante il periodo di blocco, e tale mancato avanzamento si ripercuotera’ per tutte le nostre future buste paga, TFR e pensioni!
    Noi continueremo a pagare lo scotto degli scatti mancati da qui all’eternita’…
    Con un danno cumulato che per me, che ho 58 anni, ha un valore attualizzato di circa 108.000 euro. Ma per un giovane di 32 due anni vale oltre 150.000 Euro!
    Al confronto, il mancato pagamento degli scatti per 5 o 6 anni e’ una bazzecola, il vero danno e’ il taglio PERMANENTE che stiamo subendo tuttora, e che durera’ per sempre!
    E’ per questo che stiamo tuttora protestando vivacemente, ed e’ questa la vera anomalia che differenzia gli universitari da tutti gli altri dipendenti pubblici.

  3. La domanda di fondo diventa a questo punto perché l’università è stata discriminata e continua ad esserlo. Una specie di risposta proveniente dal ‘buon sensi comune’ ce l’avrai anche, sebbene questa ‘scoperta’ mi abbia lasciata di sasso. Ho avuto la netta impressione in quell’occasione che la gente comune non abbia idea a cosa serve l’università se non per compiere una sorta di specializzazione post-scuola. Cosa sia la ricerca, la speculazione, il rivoltare le cose, il cosiddetto pensiero critico, tutto questo è reso impentrabile anche dalla cortina burocratica che è stata eretta, per cui lo studente ( e la sua famiglia) ha a che fare soprattutto con moduli, comunicazione attraverso i siti, manager didattici che comunicano altra burocrazia ancora, piani di studio prefabbricati ecc. Per cui quello universitario non è un mondo reale, non ne fa parte, è un non so cosa che serve a non si sa cosa, dove la gente farebbe finta di lavorare.

  4. Farina ahimè dice cose giuste. Però se non ho capito male c è anche il fatto che gli universitari hanno ripreso a maturare anzianità di servizio dal 2016 e altri dal 2015.
    Ahimè anche Marinella dice cose verissime …

  5. “Non vedo il perche’ di tutto questo stupore. La P.A. italiana e’ il cancro di questo paese. Eserciti di dipendenti pubblici strapagati per non lavorare e farlo nei ritagli di tempo. Ve la prendete solo con camera e senato? E le partecipate? E i ministeri? E le municipalizzate? Ogni anno solo di partecipate inutili questo paese spende 25 miliardi di euro. La cosa triste e’ che qui dentro a commentare ci sara’ anche qualche parassita della P.A., magari dipendente ATAC o del Poligrafico dello stato..vergognatevi, tutti.”

    Commento di un lettore, che dimentica l’università e la scuola e altri dipendenti “strapagati”, sul Fatto Quotidiano, a margine dell’articolo intitolato

    “Camere, salta il tetto agli stipendi d’oro: il barbiere torna ai suoi 136mila euro. I dirigenti guadagneranno più della Merkel.”

    Da aggiungere: tutto fatto ad agosto…

  6. Questo grafico spiega in modo molto visibile la differenza di trattamento dei docenti universitari rispetto agli altri dipendenti pubblici…
    Il problema non e’ lo sblocco un anno dopo rispetto agli altri (che vale si’ e no 2500 euro), e’ il mancato recupero degli anni trascorsi (che ne vale 100.000 e piu’, tanto piu’ uno e’ giovane e tanto piu’ campera’ a lungo).
    http://asinupress.altervista.org/wp-content/uploads/2017/08/grafico_progressione_stipendi.png

    • Giuseppe De Nicolao says:

      A volte, temo anch’io che molti colleghi non abbiano capito l’entità della cifra che hanno perso. Nel 2010 erano stati fatti dei calcoli precisi sulla base di uno stop di tre anni (poi sono diventati cinque). Riporto di seguito alcune figure che parlano da sole. Per il ricercatore (SENZA tener conto di pensione e buona uscita) sono più di 80.000 Euro e per il professore ordinario sono più di 160.000 Euro. Naturalmente, le cifre cambiano da caso a caso, ma gli esempi mostrano che non sono spiccioli. Da ricordare che, essendo state disegnate sulla base di “soli” tre anni di scatti, la realtà è significativamente peggiore.
      _____________





  7. Marco Bella says:

    Per quanto riguarda la cifra persa, vorrei aggiungere un’ulteriore riflessione. Il danno economico è molto variabile in base alle situazioni personali. Le cifre di cui parla Giuseppe De Nicolao non tengono conto di eventuali passaggi di ruolo. Con le nuove regole, chi passa di ruolo inizia di fatto una nuova progressione di carriera. Il ricercatore che è diventato associato dopo il blocco non riceve un danno consistente, quello che invece non passa le soglie ANVUR lo paga molto di più. Ricordo che non esiste più la ricostruzione di carriera. Con gli assegni ad personam il discorso diventa un po’ più complesso, ma le conclusioni non cambiano sostanzialmente: il modo più semplice per “sterilizzare” il blocco sembra essere proprio un passaggio di ruolo. Quindi, proprio chi non pensa di riceve l’idoneità alla fascia superiore (per non parlare degli ordinari pre-blocco che ovviamente non potranno progredire in nessun modo) o chi per logiche interne non sarà mai chiamato dovrebbe essere il più attivo nello sciopero, perché non solo non progredirà nella carriera, ma riceverà anche un danno economico superiore a quello di tutti i colleghi. Queste persone sarebbero dovute essere in primissima linea nella lotta “#stopVQR”.

  8. simplicio says:

    tranquilli, un modo per recuperare le perdite c’è:
    “Università di Firenze,
    il prof guadagnerà di più
    in base al voto degli studenti” (da Repubblica). Già capite come finirà….

  9. Emilia D'Anna says:

    Non è vero. Ciò che abbiamo perduto non lo recuperemo più se lo sciopero annunciato non sortisce alcun effetto. Quello di cui parla, a proposito di UniFi, Repubblica si riferisce al futuro, ai futuri scatti, che da biennali automatici diventeranno triennali e salvo valutazione positiva(evidentemente anche da parte degli studenti)delle attività didattiche, di ricerca e gestionali

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