Per provare ad immaginare come sarà la scuola che ci attende, in un futuro in cui la pandemia avrà allentato la sua morsa sulle nostre vite, possiamo cominciare a ragionare su cosa è accaduto in quest’ultimo anno. Mai la scuola è stata così centrale nel dibattito pubblico, così oggetto di attenzione, osservazione e considerazione. La scuola è stata protagonista di un racconto che mentre parlava dell’emergenza dell’oggi, costruiva un preciso orizzonte politico. Proviamo allora, sinteticamente, a rileggere il discorso pubblico sulla scuola cercando di guardare ai fatti nel loro costruirsi giorno per giorno; tentando di tenere insieme i nessi causali tra le cose e osservare le convergenze  tra i vari attori in gioco: politica, associazioni di categoria, fondazioni private, media.

La prima fase del dibattito pubblico sulla scuola, nella primavera 2020, è subito caratterizzata da un diffuso entusiasmo digitale (“un’occasione unica” per la scuola: la didattica “a distanza”), oltre che un’ immediata – e quindi pregiudizievole-  diffidenza nei confronti del lavoro docente. Lo testimoniano i continui interventi pubblici della Fondazione Agnelli, alla quale va dato il merito di aver lavorato fianco a fianco delle scuole durante tutta la fase di emergenza, producendo commenti, suggerimenti, indicazioni politiche ben precise (formazione obbligatoria, carriera docenti, attenzione alla “risorse preziose” della stagione riformatrice, come Alternanza scuola lavoro e test INVALSI..). Numerosi e significativi sono anche i documenti istituzionali di questo primo periodo (quello dell’Associazione Nazionale Presidi, ad esempio), fino alla pausa estiva, in cui la pubblicazione delle Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata, da parte del Ministero,  segna uno spartiacque rilevante. Con uno spostamento semantico significativo, la didattica digitale da  strumento di emergenza diventa “integrata”: una “metodologia innovativa di insegnamento e apprendimento”, così si scrive, complementare a quella in presenza.  Con l’avvicinarsi della ripresa di settembre,  e nonostante il lavoro della Task Force presieduta dal Ministro Bianchi allo scopo di mettere a punto strumenti funzionali allo svolgimento delle attività didattiche in presenza, si apre una fase successiva del dibattito sulla scuola. Da subito, infatti, appare evidente che la didattica su piattaforma a distanza o integrata – sarebbe stata ancora una realtà quotidiana per milioni di studenti. In alcune regioni, la sola realtà possibile.  Assistiamo, allora, da un lato ad un progressivo cambio di tono, che abbandona l’enfasi della svolta digitale, finalmente resa obbligata dalla contingenza  (i docenti “volenti o nolenti”, scriveva la Fondazione Agnelli, avrebbero dovuto piegarsi all’uso di tecnologie digitali), dall’altro, si va consolidando una precisa chiave di lettura, che già era emersa nella prima fase del discorso pubblico. Il fallimento della “didattica a distanza” non viene presentato come dovuto alla povertà del mezzo comunicativo, in alcuni casi l’unico disponibile, per periodi anche prolungati. Piuttosto, sarebbe imputabile alla preparazione degli insegnanti, che non se ne servirebbero nel modo adeguato, oltre che alle rigidità e all’arretratezza dell’organizzazione scolastica, spesso associata a corporativismi o pretese sindacali. Emergono inoltre nuovi nessi e false urgenze: in particolare, il nesso scuola-crisi economica-crescita del PIL del Paese. A cominciare, come spesso accade quando si parla di scuola,  è un articolo di due economisti della Fondazione Agnelli, su un sito di economia e finanza (“Anche il capitale umano paga un prezzo alla pandemia“) che, nell’estate scorsa, pretende di stimare i costi della chiusura delle scuole, i quali causerebbero una potenziale perdita del Prodotto Interno Lordo del Paese. Tuttavia, non importano tanto i presupposti teorici (la banalizzazione dell’istruzione-capitale umano, da misurare solo tramite test INVALSI) o metodologici  di quell’articolo. Ciò che conta è chi lancia l’allarme: quali voci parlano, quali precisi interlocutori nello scenario delle politiche scolastiche. Ecco che allora l’articolo fa il giro dei maggiori quotidiani nazionali, che rilanciano prontamente la notizia, caricandola di urgenza (“la generazione perduta del covid”, “dramma per il lavoro”..). E poi ancora trasmissioni radiotelevisive, canali social: un vero e proprio corto-circuito informativo che costruisce e progressivamente consolida il nesso scuola-a distanza/perdita economica. Parallelamente, e non a caso, parte una vera e propria campagna mediatica a sostegno del ripristinò dei test standardizzati INVALSI, cancellati nella prima fase della pandemia. Tale campagna è costante e pervicace. Dura mesi. A partire dalla pausa estiva e fino al febbraio-marzo 2021, con enfasi dopo l’insediamento del governo Draghi, su tutti i quotidiani nazionali – e in parallelo sugli altri canali informativi – non c’è commento o editoriale che manchi di sottolineare la necessità di ripristinare i test INVALSI,  nonostante le condizioni di assoluta emergenza e completa disomogeneità in cui la scuola sta lavorando. “Nessuno sa come stiano veramente le cose”, scrivono l’onorevole Fusacchia – che ricordiamo tra gli autori del documento “La Buona scuola: facciamo crescere il Paese” – e Paolo Mazzoli, ex Direttore Generale INVALSI. La scuola sarebbe “malata” e, senza test standardizzati, le negheremmo la “medicina per curarla”. Torna la metafora del test come strumento di cura ( i test come “ristori educativi”, leggiamo da autorevoli commentatori via twitter), utile, incidentalmente, anche per stanare i docenti non meritevoli, ci suggeriscono gli economisti bocconiani Boeri e Perotti: “il voto agli insegnanti non è un tabu”, e ovviamente il voto potrebbe essere associato agli esiti dei test INVALSI, perché una valutazione “imperfetta” è sempre meglio di “nessuna valutazione”. In una situazione storica senza precedenti,  la nostra classe politica e intellettuale e il nostro “principato multimediale” non sanno far altro che proporre, come strumento d’emergenza, la somministrazione dello stesso test per tutti gli studenti, come accade da 10 anni a questa parte.

Rileggendo in controluce e a distanza di tempo la serie di articoli e interventi susseguitisi nel corso di questi mesi, ci si chiede a cosa sia dovuta questa autentica offensiva mediatica.  La costruzione di un discorso ad una sola dimensione  – quella della perfetta continuità con le politiche della stagione riformista ormai decennale – che estromette completamente la voce del mondo della scuola, dei suoi lavoratori – insegnanti in particolare – e che ignora  qualsiasi interlocutore critico nella scena pubblica, riducendolo al silenzio e quindi all’ insignificanza. Una possibilità, per spiegare il battente intervento sulla scuola, è offerta dalle contingenze politiche: l’accesso ai fondi europei del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, il nuovo riposizionamento del governo Draghi, in carica dal Febbraio scorso. Il dibattito sulla scuola, allora, in una fase storico-politica come quella in cui attualmente siamo, deve essere inequivocabile. Deve fornire un chiaro indirizzo politico, supportare una precisa agenda di interventi. Per questo gli economisti dell’istruzione, le Fondazioni, la Confindustria, la macchina mediatica si muovono compatti e occupano ogni spazio disponibile. La posta in gioco è cruciale: consolidare un “senso comune” diffuso che renda legittima l’affermazione di un preciso progetto, presentato nel dibattito come inevitabile e necessario, ma in realtà affatto innovativo né frutto della straordinarietà storica.  Un progetto di lungo corso e tenuta trasversale, nel cui solco le proposte del Ministro Bianchi sembrano essersi già inserite.

 

Di seguito, alleghiamo il contributo proposto al corso di formazione per insegnanti organizzato da ANPI, Proteo Fare Sapere e Coordinamento per la Democrazia Costituzionale di Brescia, il 29 Marzo 2021.

 

 

La scuola e il suo Futuro_ def_1

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