La ricerca è alla base dell’innovazione che a sua volta favorisce lo sviluppo economico. Ma la ricerca è anche il frutto di un sistema d’istruzione, inferiore e superiore, che crea quelle competenze che sono la precondizione del processo che collega ricerca a sviluppo economico. E se lo sviluppo economico non avviene, se il paese si trova immerso in una crisi ormai decennale, di chi è la “colpa”? La risposta che la politica, o meglio i “think tanks” che dettano l’agenda politica, ha trovato è molto semplice: del sistema formativo che è alla base della formazione delle competenze. Di qui dunque la necessità di modellare il sistema formativo, a tutti i livelli, per renderlo più adatto al mondo del lavoro, cioè per forgiare quelle competenze di cui si avrebbe realmente bisogno.

La riforma Gelmini con tutte le successive integrazioni, la riforma della Buona Scuola, con l’introduzione dell’alternanza scuola-lavoro, sono dunque il maldestro tentativo di cambiare il sistema formativo ai differenti livelli: sono cioè la risposta della politica al problema della crisi economica e in particolare della disoccupazione giovanile. Si tratta però di una risposta sbagliata e è sufficiente guardare qualche numero per capirlo.

I laureati fanno fatica a entrare nel mondo del lavoro, ma in Italia la percentuale di laureati è la metà che nell’Europa del centro-nord; su dieci ragazzi che lasciano il paese nove hanno la laurea; i ricercatori italiani sono ancora capaci di vincere i più ambiti e ricchi progetti europei, ma sempre più spesso scelgono di svolgere la loro attività di ricerca all’estero. Malgrado il fatto che laureati siano pochi, la politica dell’ultimo decennio si è focalizzata sul taglio di risorse nel settore dell’alta formazione con il risultato, ad esempio, di ridurre, nell’ultimo decennio, i finanziamenti per la ricerca di base dell’80% e del 45% i corsi di dottorato. Tuttavia la qualità del sistema formativo, che ovviamente può essere sempre migliorato, non è “il problema” centrale del mancato sviluppo del nostro paese.

(Cortesia di Daniela Palma)

La presenza di un’attività di ricerca che sia di livello internazionale, è infatti una condizione necessaria ma non sufficiente per lo sviluppo economico. Il sistema formativo deve creare delle conoscenze e delle capacità che rappresentano il potenziale indispensabile per poi riuscire a innovare e a dare così impulso al sistema economico. Tuttavia queste capacità, se non sono inserite in un sistema imprenditoriale e industriale adeguato, non possono di per sé generare sviluppo economico. Il problema del nostro paese è, infatti, un altro: quello di essere il fanalino di coda nella quota di occupati nei settori ad alta conoscenza, cioè quei settori ad alta intensità tecnologica che rendono possibile lo sviluppo di beni che più difficilmente sono prodotti anche da altri paesi. Così come l’Italia “eccelle” nell’occupare la penultima posizione per quanto riguarda la spesa in ricerca e sviluppo delle imprese.

(Cortesia di Daniela Palma)

 

(Cortesia di Daniela Palma)

(Cortesia di Daniela Palma)

 

Dunque la motivazione degli stravolgimenti in atto nelle politiche dell’istruzione è di formare personale che si possa rapidamente adeguare a un sistema produttivo a bassa intensità tecnologica, che a sua volta non richiede dal sistema formativo competenze qualificate, generando in tal mondo un circolo vizioso al ribasso per quel che riguarda la formazione: altro che economia della conoscenza! In questa situazione la spesa pubblica in ricerca e sviluppo è vista come uno spreco che va ridotto: esattamente quello che hanno fatto i governi nell’ultimo decennio. In questa maniera si è preferito puntare su un’economia basata sulla competitività del costo del lavoro (e di qui il Jobs Act e tutte le altre misure volte ad abbassare i salari e le tutele dei lavoratori) piuttosto che puntare a una economia che guardi alla competitività tecnologica.

Solo con un coordinamento tra politiche della formazione, di ricerca e sviluppo e politiche industriali volte a potenziare la presenza di settori tecnologicamente innovativi si potrà evitare all’Italia di andare incontro ad una emarginazione dal contesto competitivo internazionale e dunque a una regressione economica ancora più marcata di quella cui abbiamo assistito negli ultimi anni. Delle politiche, cioè, che invece di puntare a formare manodopera di basso livello formativo per lavori a basso costo, ripunti a formare quelle capacità di conoscenza che rappresentano l’unico potenziale di uno sviluppo solido, come ci insegnano non solo gli Stati Uniti e la Germania ma da qualche tempo anche la Cina che ha triplicato l’investimento in ricerca e sviluppo in un decennio.

(Una versione ridotta di questo articolo è stato pubblicato su Left del 30.09.2017)

 

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6 Commenti

  1. Ottimo post, complimenti.
    Esattamente il contrario della fuffa mediatica che starnazza intorno all’ultimo rapporto OCSE.
    Che a ben leggerlo dice cose simili (per es. fig 31 e fig 39)con spese per R&S risibili ed un numero doppio di laureati sottoqualificati rispetto ai sovraqualificati da parte di imprese che non investono e non innovano.

    Quello che mi pare preoccupante è che le politiche miopi sono supportate dalla visione politica OCSE, testimoniata dal supporto alle politiche governative italiane precarizzanti, di procedere verso una maggiore quota di manodopera di basso livello formativo per lavori a basso costo.

    Invertire la rotta sembra obbligatorio se si vuole aumentare il benessere e distribuirlo in modo più equo ma non mi pare sia attualmente l’indirizzo della visione politica comune.

    • “Quello che mi pare preoccupante è che le politiche miopi sono supportate dalla visione politica OCSE, testimoniata dal supporto alle politiche governative italiane precarizzanti, ”

      L’ho scritto malissimo ma spero sia chiaro cosa intendevo:
      Le politiche miopi italiane tipo il “GIOBATCS” vengono da lontano ,se non nella sostanza almeno nella teoria economica.

  2. FSL eccellente e lucido come sempre: le diagnosi ormai le conosciamo in molti, le terapie meno (nel senso che non basta ipotizzarle ma occorre trovare dei soggetti politici che se ne facciano carico: io non ne vedo all’orizzonte)

  3. Complimenti per il post.

    Quello che a me pare veramente preoccupante è che quanto qui lucidamente descritto da FSL sarebbe dovuto essere di dominio comune sin dagli anni 90, quando l’economia cinese ha iniziato la crescita che l’ha portata dov’è ora.

    Inoltre, mi pare deprimente comparare la assenza di reazione a questa perdita di competitività con quanto invece avvenuto nel dopoguerra e fino a circa gli anni 70, da un punto di partenza ben peggiore. Non è certo stato il prodotto di imprenditori colti e tecnologicamente sofisticati! Quindi una reazione dell’imprenditoria del paese è teoricamente possibile; perché non avviene? Troppi soldi nelle tasche?

    Se proprio dobbiamo cercare un colpevole dell’attuale stato delle cose lo cercherei nell’imprenditoria che è stata capace solo di chiudere o de-localizzare, quando ha dovuto affrontare la riduzione dei profitti. Anche una riduzione dei salari, come misura transitoria verso una produzione meno soggetta alla concorrenza sul prezzo, mi sarebbe sembrata una reazione migliore rispetto alla chiusura o alla de-localizzazione.

    Quale politica industriale potrebbe modificare questa pluri-decennale assenza di reazione?

    Per restare in ambito roars: l’unica certezza mi pare che sia che adeguare al ribasso il sistema della ricerca è togliere anche la speranza di una reazione.

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