Certo che si può fare.

Lo hanno fatto i tedeschi con il consorzio DEAL rifiutando le condizioni poste da Elsevier. Il Presidente della Conferenza dei Rettori che conduce le trattative ha comunicato oltre alla cancellazione del contratto con Elsevier da parte di 200 istituzioni ed enti di ricerca tedeschi, anche la decisione di alcuni colleghi di dimettersi dai board delle riviste dell’editore.

E ora anche i francesi, con il consorzio Couperin (www.couperin.org), hanno deciso di non rinnovare il nuovo contratto con l’editore Springer:

“In 2018, French researchers will no longer have access to Springer Nature journals: the consortium Couperin.org is not renewing the previous national agreement with this publisher.”

Il comunicato stampa è molto chiaro sulle motivazioni:

“The development of open-access, author-funded publications at an international level has created a noticeable increase in the number of free, open-access articles published in paid subscription journals distributed by Springer Nature. According to a study carried out by the Couperin.org consortium, open-access articles represented 8% of total content in Springer journal subscriptions in 2017, compared to 3% in 2014.

The increasing number of open access published articles makes it untenable to maintain the policy of continued rises in subscription costs. This is the rationale for Couperin.org’s demand for a reduction in those costs.”

L’aumento degli articoli ad accesso aperto rende dunque poco sostenibile quello che è noto in letteratura come double dipping (le istituzioni pagano perché i lavori dei loro autori siano accessibili da tutti, ma continuano a pagare anche per gli abbonamenti senza che venga fatto un riequilibrio dei costi)

L’editore giustifica l’aumento dei costi del contratto con un aumento degli articoli da processare (3% ogni anno), ma il consorzio pare leggere il dato diversamente

“At the same time, the utilization of Springer journals is declining and is focused within only a third of the collection. This is a paradoxical phenomenon, since the number of available articles is growing, leading us to reasonably question whether there has been a change in the quality of the publications’ content. It confirms the widely expressed opinion of researchers on the dangers associated with the steady increase in the number of journals and articles being published. Scientists regularly denounce the general decline in the quality of content as resulting from the uptick in the volume of scientific publications.”

L’interruzione del contratto Springer da parte delle istituzioni francesi rappresenta una perdita secca per l’editore di 5 milioni di euro, e una perdita consistente rispetto all’impatto di queste pubblicazioni (in termini di citazioni) e rispetto alle submissions.

“Higher education and research institutions are no longer willing to accept the open-ended growth of their subscription expenses. The development of open-access content and the existence of alternative means to access information diminish the dependency of researchers, thereby reducing their willingness to pay the increasingly astronomical prices demanded to gain access to the information that they themselves produce and validate, for the profit of publishers. The development of open access, the undeniable future of scientific communication, should in no way accompany or justify further skyrocketing costs.”

Anche l’Italia conduce le proprie trattative per le risorse elettroniche tramite un consorzio (CRUI CARE). Le (a dire il vero poche) informazioni sulle sue attività sono reperibili qui. 

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4 Commenti

  1. CRUI CARE! Ah, quanto mi piacciono questi acronimi! Finalmente c’è qualcuno che si ‘care’ delle nostre esigenze, nelle dieci accezioni date dal dizionario cartaceo comprato a caro prezzo (non è vero, sto mentendo, da Google traduttore): un vero mammo. Parlando seriamente, finalmente si sono accorti che la diffusione e l’acquisizione delle informazioni sono radicalmente cambiate nell’era della digitalizzazione, anche per chi non è nato con lo smartphone in bocca. In che consisterebbe l’abbassamento della qualità dei ‘prodotti’ prodotti dagli ‘addetti alla ricerca’ a livello mondiale? Ricordo un felice momento paradisiaco di una quindicina d’anni fa, quando in un’università olandese (dove penso che nel frattempo la maggior parte dei docenti sia stata sostituita dai power-points creati e diffusi su ‘piattaforme’ via intranet, a chi paga, ovviamente), calcolando meticolosamente (l’ho letto in rete, quasi non ci credevo, per cui ora esagero di nuovo) quanto tempo si dovesse dedicare alla didattica, quanto agli esami (ora via computer, col puntatore del topo che mette le crocette, il tutto verificato in nanosecondi), quanto al tutoraggio (che ora sarà intelligentemente robotizzato), quanto all’assumere cibo, quanto al riposo e alle vacanze, quanto alla famiglia, si concludeva che tra week-ends e vacanze si poteva predisporre per la pubblicazione un lavoro di cca 30 pagine all’anno. Nel quale venissero presentati con agio le premesse, gli interrogativi, le metodologie, i tentativi di soluzione del problema se la si trovava, le note e la bibliografia. Adesso da quell’unica arancia maturata col tempo e colla pazienza, che si potrebbe ‘consumare’ con altrettanta pazienza, devi fare tredici spremute per raggiungere faticosamente le ‘soglie’ come uno che affogasse, annacquate, adulterate (ma non troppo, perché se sanno appena appena di interdisciplinarità, non rientrano nell’algoritmo), ritinte in vari colori, con qualche aggiunta qua e là di spezie diversificate ad arte (scil. citazione da qualcuno che ‘conta’ o che tutti fanno finta di conoscere), di vari volumi, mascherate come per carnevale sotto titoli diversi ma accattivanti, per cui se rimescolassimo le 13 spremute ne verrebbe fuori qualcosa di indigeribile e di insensato. E per raggiungere questi risultati strepitosi bisogna pure pagare prezzi astronomici e rimetterci la salute?

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