Sui dottorati, il Presidente dell’ANVUR, Andrea Graziosi, ha perso il consenso anche dei suoi colleghi storici. «Le recenti linee-guida [per l’accreditamento dei dottorati] […] 1) Inaspriscono i criteri di valutazione e selezione dei collegi docenti […] con l’effetto di pregiudicare lo svolgimento dell’attività didattica dottorale. 2) Assegnano un carattere improprio alle cosiddette “riviste di fascia A”, limitando la tradizione scientifica dell’ambito storico e umanistico. 3) Introducono criteri contraddittori per l’individuazione dei “dottorati innovativi”, ai quali saranno tuttavia destinate risorse ingenti. 4)  Prefigurano il rischio che l’eccessivo peso dato a indicatori quantitativi renda di fatto “bibliometrico” l’ambito della ricerca storica e umanistica in genere, che non può che essere valutata qualitativamente. […] Il pericolo, già in atto, è di snaturare i metodi di organizzazione e disseminazione della ricerca e di limitare ulteriormente le possibilità per le future generazioni di studiosi e ricercatori storici.». Sono ben sei le società scientifiche – SISMED, SISEM, SISSCO, SIS, SISI, CUSGR e persino la SISSCO la società già presieduta da Graziosi – che scrivono alla Ministra, all’ANVUR, al CUN e alla CRUI per esprimere «la più viva preoccupazione per le nuove disposizioni per l’accreditamento dei dottorati e sui dottorati innovativi».

Avevamo già discusso le nuove linee guida per l’accreditamento dei dottorati evidenziandone le criticità (Il circo Barnum dell’accreditamento del dottorato di ricerca) e il pericolo di un’ulteriore riduzione dei corsi di dottorato accreditati  (“Tesoro, mi si è ristretto il dottorato”. Il taglio imposto dalle nuove linee guida per l’accreditamento).

Ricordiamo che il testo licenziato ad aprile dal MIUR  differiva in maniera peggiorativa da quello noto dal febbraio 2016 sul sito di ANVUR tanto è vero che avevamo commentato così:

Leggendo la nota, qualcuno poteva sperare che preludesse a una presa di distanza dalle cervellotiche numerologie anvuriane. Mai speranza fu più mal riposta.

Nel perenne gioco di rimpalli tra MIUR e ANVUR non è facile individuare i responsabili. Le voci di corridoio narrano di un ammorbidimento da parte del MIUR di una iniziale proposta targata ANVUR che, se possibile, era persino peggio di quella infine pubblicata. Sarà vero?

Comunque sia, sembra che le analisi e le preoccupazioni che avevamo riportato su Roars siano condivise anche da diverse società scientifiche di area 11.

Un documento redatto dal Coordinamento delle Società Storiche (CUSGR, SIS, SISEM, SISI, SISMED, SISSCO) in merito agli interventi regolativi dei Dottorati di ricerca  è stato recentemente inviato alla Ministra Valeria Fedeli, al sottosegretario MIUR Vito De Filippo, al presidente dell’Anvur prof. Andrea Graziosi, al rappresentante area 11 prof. Paolo D’Angelo, al coordinatore dell’Area 11 del CUN prof. Rosario Sommella e al presidente e vicepresidente della CRUI proff. Gaetano Manfredi e Lucio d’Alessandro.

Segue il testo del documento.

Le Società scientifiche dei medievisti (SISMED), dei modernisti (SISEM), dei contemporaneisti (SISSCO), delle storiche (SIS), degli internazionalisti (SISI) e la Consulta per la storia greca e romana (CUSGR) esprimono la più viva preoccupazione per le nuove disposizioni per l’accreditamento dei dottorati e sui dottorati innovativi.

In Italia il numero dei laureati e dei dottori di ricerca è nettamente inferiore che negli altri Paesi ad economia avanzata. Nella società dell’informazione e della conoscenza il segmento formativo del dottorato è determinante per reggere il passo nella ricerca scientifica e tecnologica, e per rafforzare il ruolo-cardine svolto dalla cultura. Nel nostro Paese, nell’ultimo decennio, si è scelto invece di disinvestire dall’Università, riducendo i posti di dottorato del 44,5% e concentrandogli in poche sedi: 10 Atenei garantiscono il 42% dell’offerta dottorale (fonte: rapporto 2016 ADI). In un Paese come l’Italia, il cui patrimonio storico e culturale è unico al mondo e disseminato ovunque, si tratta di scelte che penalizzano particolarmente i settori umanistici.

Le recenti linee-guida modificano sensibilmente criteri valutativi che dovrebbero essere resi noti con largo anticipo, in modo da orientare le scelte su base pluriennale, e accentuano pericolosamente tale tendenza. In particolare:

1) Inaspriscono i criteri di valutazione e selezione dei collegi docenti, applicando griglie valutative concepite per altro scopo, con l’effetto di pregiudicare lo svolgimento dell’attività didattica dottorale.

2) Assegnano un carattere improprio alle cosiddette “riviste di fascia A”, limitando la tradizione scientifica dell’ambito storico e umanistico.

3)  Introducono criteri contraddittori per l’individuazione dei “dottorati innovativi”, ai quali saranno tuttavia destinate risorse ingenti.

4)  Prefigurano il rischio che l’eccessivo peso dato a indicatori quantitativi renda di fatto “bibliometrico” l’ambito della ricerca storica e umanistica in genere, che non può che essere valutata qualitativamente.

Le Società scientifiche dei medievisti (SISMED), dei modernisti (SISEM), dei contemporaneisti (SISSCO), delle storiche (SIS), degli internazionalisti (SISI) e la Consulta per la storia greca e romana (CUSGR hanno sempre sostenuto la necessità della valutazione della ricerca e chiedono al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e all’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca di aprire un serio e aperto confronto nazionale a riguardo. Il pericolo, già in atto, è di snaturare i metodi di organizzazione e disseminazione della ricerca e di limitare ulteriormente le possibilità per le future generazioni di studiosi e ricercatori storici.

 

 

prof. Fulvio Cammarano, Presidente della Società italiana per lo studio della storia contemporanea (SISSCo)

prof. Lucia Criscuolo, Consulta Universitaria per la Storia Greca e Romana (CUSGR)

prof. Simona Feci, Presidente della Società Italiana delle Storiche (SIS)

prof. Stefano Gasparri, Presidente della Società Italiana degli Storici Medievisti (SISMed)

prof. Luigi Mascilli Migliorini, Presidente della Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna

prof. Leopoldo Nuti, Presidente della Società Italiana di Storia Internazionale (SISI)

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7 Commenti

  1. Questo documento a mio avviso è realmente esemplare dei motivi per cui la comunità scientifica italiana è stata sconfitta, e difficilmente ruscirà a risollevarsi. Illustri rappresentanti delle scienze storiche, infatti, indignati di fronte a un fatto – mi viene da sospettare, ma probabilmente sono troppo malizioso – del tutto contingente, quale l’esclusione di qualcuno di loro dai collegi di dottorato, decide di prendere una posizione ‘forte’ e ‘condivisa’, ma riesce a partorire solo il topolino di un documento debole, contraddittorio e ambiguo. Almeno tre dei quattro punti sollevati soffrono di questa ambiguità: il primo, infatti, allude all’applicazione impropria ai dottorati di “griglie valutative concepite per altro scopo”, ossia le pubblicazioni su riviste in classe A. Mi chiedo: perché mai queste ‘griglie’ sarebbero pertinenti per l’ASN e non lo sarebbero invece per poter entrare nei collegi di dottorato? Forse semplicemente perché di questi ultimi fanno parte essenzialmente professori ordinari, che non accettano si applichino loro criteri che invece per i comuni mortali sarebbero ‘pertinenti’? Il secondo punto sollevato è un corollario (o, meglio, una ripetizione) del primo: si dice che viene assegnato “un carattere improprio alle cosiddette “riviste di fascia A””, facendone un ‘filtro’ per l’ingresso nei collegi di dottorato. E quale sarebbe invece il “carattere proprio” di questo elenco di riviste? Utilizzarlo come filtro per l’abilitazione? In quale altro paese del mondo ciò avverrebbe?
    L’ultimo punto dichiara che i nuovi criteri finirebbero per rendere “di fatto “bibliometrico” l’ambito della ricerca storica e umanistica in genere, che non può che essere valutata qualitativamente”. Questa mi pare l’argomentazione più discutibile: quale sarebbe, infatti, l’ambito della ricerca che non deve, per definizione, essere valutato solo “qualitativamente”?
    In definitiva, mi pare più la presa di posizione di chi dica: “Va bene tutto: la trovata stregonesca delle riviste di classe A, la ripartizione intollerabile della conoscenza tra ambito ‘bibliometrico’ e ‘non bibliometrico’, l’idea di sottoporci a pseudo-valutazioni con criteri ogni volta diversi, sempre più bislacchi e decisi ex post, ma lasciateci almeno stare nei collegi di dottorato; o, se non tutti, almeno noi ‘non bibliometrici'” Prese di posizione come questa finiscono per rafforzare l’ANVUR, che ha buon gioco nel presentarsi come ‘imparziale’, ‘antibaronale’ e, soprattutto, ‘coerente’. Che non si percepisca tutto ciò, è il segno evidente che l’ANVUR vincerà. Anzi, ha già vinto.

    • Il risveglio dal letargo spesso avviene per gradi. Fino a poco fa nemmeno si osava fiatare.

    • Io ho letto con piacere, ma giustamente si pone in rilievo come la contestazione deve essere globale ed investire tutti i piani.

  2. Ohh…questo testo è da incorniciare proprio come esempio di ciò che è accaduto in Italia, della serie: accettiamo tutto, ogni astrusita’ tirata fuori dal cappello ma lasciateci lavorare. Come possiamo noi rinunciare ai privilegi dei quali abbiamo goduto sino ad ora? Forse in futuro, anzi oggi, l’Università è già morta? Ma che importa, “dopo di noi, il diluvio”.

  3. 3 considerazioni:
    1) giusto che non si applichino i criteri ASN a chi vuole essere membro collegio docenti, ma allora che non si applichino neppure a chi non strutturato deve prendere l’ASN.
    Ho scritto “deve”, perché chi è precario o prende l’ASN o non può neppure sperare di continuare.
    Infatti, è anche vero che nei collegi ci sono vecchi ricercatori R.U. a tempo ind. che hanno forse 2 o 3 articoli. Cacciarli? No. Licenziarli? No.
    Ma allora: o criteri ASN si applicano a tutti (chi è dentro e chi aspira a esserlo)o a nessuno.
    2. L’Anvur non tiene conto dell’illegittimità della Retroattività della classe A (Riviste).
    3. Qualunque componente di qualunque commissione (anche ASN) o agenzia nazionale è ordinario, e qualunque ordinario che si ritrovi in commissione (o che abbia fortemente voluto esserci) ha una sua storia personale, un proprio maestro che lo ha fatto crescere (come è naturale che sia) un proprio raggruppamento o scuola e quindi propri interessi. Questo è naturale, legale, la legge lo permette, non sorprende, ma bisogna tenerne conto. A questo punto, ha senso fare una commissione nazionale o un’agenzia nazionale?

  4. a mio modo di vedere gli storici hanno pienamente ragione.
    Per UN motivo fondamentale: non si può demandare la composizione di un collegio di dottorato all’alea di una valutazione Anvur o a parametri ancora più casuali, costringendo dunque a cambiare la composizione anno per anno ai fini dell’accreditamento.
    E’ una pagliacciata.

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