Sorvegliato dall’Anvur e illuminato da indicatori bibliometrici e regole di valutazione, il nuovo corso del reclutamento dei professori universitari è in pieno dispiegamento col progressivo concludersi dei lavori delle commissioni giudicatrici delle abilitazioni nazionali. I candidati (ed anche chi aveva magari scelto di partecipare al prossimo turno) discutono indiscrezioni ed esiti ufficiosi rallegrandosi o rammaricandosi – in modo più o meno colorito, in attesa della pubblicazione ufficiale dei risultati da parte del Ministero. E’ opinione diffusa, all’esterno delle università, che finalmente verrà fatta pulizia nei corridoi baronali, e che solo i “puri di cuore” saranno ammessi nel “regno dei cieli”. Ma siamo sicuri che le nuove regole funzioneranno?

A parte le considerazioni etico-filosofiche su un “bene” che sia imposto, il punto è che, se siamo arrivati al livello di sviluppo odierno, è proprio perché l’umanità non ha mai accettato supinamente di piegarsi alle condizioni imposte dall’esterno: sarebbe altrimenti rimasta a procacciarsi cibo a mani nude e a consumarlo freddo nel buio di una caverna. Le persone sono (fortunatamente e ancora) più intelligenti di qualunque sistema di regole e di indicatori costruito con il supporto della tecnologia per costringerle a comportarsi bene: il fenomeno è noto nelle scienze sociali come Legge di Goodhart: “Quando un indicatore sociale o economico diventa strumento per attuare una politica sociale o economica tende a perdere il contenuto informativo che lo rendeva adatto a tale scopo”.

Pensiamo alla rapidità con cui l’essere umano è giunto a comprendere i punti deboli di molti sistemi informatici, basati su sofisticati algoritmi e complesse basi di dati, e a sfruttarli a proprio vantaggio.

Abbiamo iniziato con le tecniche di promozione dei siti web per ottimizzarne la posizione nei risultati generati dai motori di ricerca. Poi abbiamo letto dei falsi profili sui social network (83 milioni quelli su Facebook secondo le stime fornite dalla stessa società in occasione della sua quotazione in borsa usati per promuovere eventi e personaggi). Più recentemente è arrivata la notizia che anche per le recensioni dei libri il meccanismo del “mi piace” sta venendo piegato dalle esigenze commerciali. E allora, perché per soddisfare aspirazioni intellettualmente più nobili dei bisogni primari gli esseri umani dovrebbero comportarsi diversamente? Perché illudersi che, se un sistema sociale è deviato, l’unico modo di riportarlo sulla retta via sia quello di imporre automatismi dall’esterno?

Questo non significa che l’informatica e le sue tecnologie siano prive di utilità per meglio governare la società umana. Tutt’altro. Dal mio punto di vista, saranno proprio questi fattori ad avere un impatto sempre più rilevante sul futuro dell’umanità: solo l’invenzione della stampa ha avuto nel passato effetti forse avvicinabili a questi. Ma questo impatto dovrà rispettare la natura umana nella sua pienezza: la potenza e la velocità con cui le tecnologie procedono alla raccolta e alla correlazione dei dati devono essere finalizzate al solo scopo di fornire alle persone un più ricco insieme di elementi sulla base dei quali formulare il giudizio. E non il giudizio in sé.

Insomma, la responsabilità ultima deve restare sempre dell’essere umano. Diventa indispensabile, dunque, riequilibrare il binomio tecnologie e responsabilità, soprattutto quando le decisioni che ne conseguono producono un impatto collettivo. E’ per me preferibile sapere che Paolo è arrivato in cattedra non perché il suo “indice-h” è 23, ma perché i miei colleghi Maria, Piero, Cristina e Marco lo hanno giudicato idoneo. E conoscere quali elementi oggettivi, includendo gli indicatori costruiti mediante strumenti informatici, sono stati presi in considerazione e quali motivazioni sono state formulate. E poi verificare, a sufficiente distanza di tempo (5-7 anni), l’evoluzione di carriera di quei candidati che sono stati ritenuti idonei e l’affidabilità dei commissari che li hanno sostenuti, usando ancora l’informatica come ausilio per la raccolta, il filtraggio e l’analisi dei dati rilevanti a tal scopo.

Concludendo, ci son tre capisaldi:
– avere, nei momenti di scelta, trasparenza del processo e responsabilità degli individui, e darne il massimo di pubblica evidenza;
– usare l’informatica con i suoi strumenti per stabilire correlazioni ed individuare tendenze;
– far assumere alle persone la responsabilità di definire il significato di ciò che viene osservato e misurato.

Non ci sono scorciatoie: la possibilità di un futuro migliore, per l’università come per la società, dipende molto più dalle persone che dai meccanismi, anche se sempre più sofisticati.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano)

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30 Commenti

  1. Bene, benissimo, condivido. E traggo le conseguenze, alcune conseguenze.
    Trasparenza ecc.: giusto. Ma dove avete visto trasparenza in tutto il bailamme che è stato orga-nizzato finora. Ma specialmente, trasparenza vuol dire confronto, discussione e non imposizione meccani-ca e burocratica di valutazioni e decisioni segrete, assunte con motivazioni segrete e per lo più, ridicole. Ma anche, fondate su un’idea della universalità della scienza, che è una sciocchezza mostruosa. Tra un biochimico e un filosofo c’è di mezzo un oceano, nel senso (per citare solo un punto) che il biochimico analizza e porta risultati concreti, pratici, visibili e … ripetibili. Il filosofo porta idee, per loro natura non pratiche (non necessariamente), non visibili, non concrete (benché concretizzabili). Del biochimico dunque si può anche (forse) valutare “oggettivamente” il risultato almeno perché nella peggiore delle ipotesi se non puoi ripeterlo c’è qualcosa che non va. Nel filosofo al massimo puoi valutare il metodo, e anche quello è soggettivo, ma i risultati non in quanto tali. Può, però, accadere che i risultati non siano “graditi” o comunque condivisi e allora il filosofo rischia di trovarsi a mal partito, indipendentemente dalle sue capacità effettive.
    Giustissimo usare l’informatica per individuare tendenze, ecc. Ma allora si deve trattare di proce-dure aperte e non burocratico/ministeriali, cioè autoritative. Poi ognuno che dovrà decidere, si baserà, o meno, sulle valutazioni di questa o quella agenzia, magari privata.
    La responsabilità, appunto. Nel vecchio vituperato sistema, il barone (ammesso che esista, perchè non va confuso il barone con il delinquente!) faceva magari male, ma “ci metteva la firma”. Ora, ciascuno è valutato da una macchina attivata da burocrati, o da un tizio che conosce chi “giudica” ma non è conosciuto dal giudicato: il contrario esatto della cultura.
    Illudersi, però, che a qualcuno venga in mente di cambiare questa bruttura folle e autolesionistica, è, appunto, pura illusione. Nessuno lo farà perché: a.- fa comodo e costa molto e quindi permette di distribuire tante prebende (una volta si diceva clientelismo) b.- permette egualmente qualunque porcheria perché comunque c’è quel margine di discrezionalità (o, come dice l’autore, di capacità di aggirare le macchine) che è inevitabile e pernicioso.

  2. “la responsabilità ultima deve restare sempre dell’essere umano”…perfetto! In pratica come? Come si può realmente “responsabilizzare” una commissione? Quali sono le reali proposte? Senza una vera responsabilizzazione della classe giudicante non vi è, ovviamente, la base per tutto il resto!

    • Giudicando che giudica. Il problema dei vecchi concorsi era che si dovevano fare valutazioni comparativa e le commissioni scrivevano buono, ottimo, sufficiente e non comparavano niente. Ora sono curioso di leggere i verbali della nuove abilitazioni per vedere cosa scrivono le commissioni….

    • “Giudicando chi giudica”. Perfetto al quadrato. Come giudichi chi giudica? Vedendo se il suo giudizio è stato un “buon” giudizio o un “cattivo” giudizio. In altri termini: io Mr. Y sono un giudice e credo, attesto e firmo che Mr. X sia in grado di fare il PO rispetto a molti altri (comparativa), quindi, essere in grado di fare ricerca e didattica almeno sopra la media (di norma si tende ad alzare la media e non ad abbassarla). Se ho “visto” bene (così dovrebbe essere in linea di massima essendo io appunto un giudice scelto per le mie note caratteristiche di ricerca e didattica) e Mr. X dopo 5 anni (una data valida per fare una prima valutazione) conferma di essere un “buon” PO, allora io Mr. Y riceverò in “premio” (a) la possibilità di essere ancora giudice (avendo fatto bene) e (b)denaro per la mia struttura/ricerca/dottorato/etc. Ma se invece, Mr. X è un “cattivo” PO e, quindi, io Mr. Y ho sbagliato giudizio, sarà corretto che (a) non faccia più il giudice e (b) venga privato di un “tot di fondi” per la mia struttura/ricerca/dottorato/etc. Credo che “incentivi” di questo genere sarebbero da “stimolo” per migliori concorsi! PS Giusto per concludere, in UK si fa così!

    • Giusti i dubbi. In ogni caso qui su ROARS si fanno numerose critiche condivisibilissime ma pochissime indicazioni su come cambiare il sistema e, le poche modifiche proposte, sono di piccolo cabotaggio, comunque contestabili e sicuramente parziali.

      Cambiare, certo. Come? Non ci si riesce a mettere d’accordo.

  3. La responsabilità deve essere dell’essere umano, e i componenti di una Commissione Giudicatrice devono applicare delle regole non meno di quei Collegi Giudicanti che, nella Sfera dell’Ordinamento Giuridico, devono applicare le Norme Positivamente poste e valide.

    Le regole devono consistere in un saggio combinato di criteri e metodi procedurali che guidino la valutazione lungo una Retta Via e verifichino che tutti i Commissari ne utilizzino le norme.

    Tutto il resto è feccia materialistica.

    • Condivido pienamente quanto scritto da “Renzo Rubele”. Nei vecchi concorsi locali vi erano delle regole procedurali precise da seguire. Poi nessuno le seguiva e nessuno è stato sanzionato per questo. La regole base era che si trattava di “valutazioni comparativa” e che dovessero essere stabilite delle ragole a priori della commissione che sarebbero poi state seguite. Questo non avveniva.

  4. Mi pare che alla fine diciamo tutti la stessa cosa, magari parlando di giudizio sui giudici, che è il nodo reale.
    Il punto centrale è, dunque: poste delle regole di base (che so un minimo di produzione), il giudizio deve essere sempre e univocamente trasparente e di metodo e pertanto capace di definire la “responsabilità”, non penale o civile ma etica, di chi giudica nei confronti di chi è giudicato.
    Ribadisco: una volta forse i “baroni” mettevano in cattedra la cameriera, ma in nessun caso mai o quasi mai (purtroppo fino all’entrata in carriera di molti “sessantottini”) distruggevano qualcuno solo perché nemico, o di altro gruppo di potere. Perché? perché se lo facevano, facevano una figura di m… e chiunque nell’ambiente lo avrebbe ricordato e nessuno nell’ambiente lo avrebbe votato di nuovo.
    Ciò, ripeto, non escludeva le porcherie, ma le esponeva al confronto. Erano famosi i medici che si riunivano e “decidevano” i prossimi dieci concorsi. Non era bello, ma pochi se ne lamentavano, perché le scelte erano attendibili e difendibili, culturalmente.
    Poi (potenza del “68” democristiano: il 18 politico, gli esami di gruppo, i programmi ridotti a bignami, ecc.), dalle cameriere si è passati ai figli, nipoti e clienti vari e il sistema è franato.
    Ora si consolida la frana: nessuno giudica più, nessuno è responsabile di nulla: il sogno dei burocrati. Ma si decide ancora prima: ammettendo qualcuno a pubblicare, a pubblicare in “certe” riviste, ecc.
    Altro che “baroni”: clientelismo allo stato puro.

    • Il problema è un altro: una volta i posti c’erano. Quindi c’era un doppio canale: uno bravo e uno raccomandato (non sempre proprio al 50 %). Ora che i posti sono drammaticamente diminuiti che succede? chi entra?

  5. Non mi risulta, ma posso sbagliare, che un barone che metteva la firma pagasse mai per gli errori. Per questa tendenza in-naturale a una memoria selletiva, che tanta fortuna ha portato agli sperimentalisti, nessuno sembra ricordare e una sorta di indulgenza plenaria avvolge il passato, di cui nessuno parla più…e poi, come se niente fosse….nuovo giro e nuova corsa. L’abilitazione nel bene (molto) e nel male (meno) impone una cesura e sulla base di criteri, chiari e a tutti noti, discrimina. Il ritorno a una qualsiais forma di concorso azzera questo importnte e sicuramente migliorabile lavoro e rimanda a quei giudizi che alcuni sembrano preferire. Ma qualcuno si ricorda i giudizi comparativi? ma veramente si ha nostalgia di quel mondo? Lista unica nazionale di abilitati da cui i dipartimenti attingono, perchè non va bene?

  6. Miei cari, dovremmo essere tutti ricercatori maggiorenni e maturi. E dunque, caro Marcello x, non facciamo facili agitazionismi. Il vecchio sistema, nel quale nessuno forse pagava (perché, oggi paga qualcuno, come i membri dell’ANVUR…non sono loro che sono super pagati e non rispondono di nulla a nessuno?) nessuno lo rimpiange, anche se, intanto, bisognerebbe sapere quale “vecchio”: ce ne sono decine.
    Porcate se ne sono sempre fatte e se ne faranno.
    Nulla osta ad una qualche valutazione oggettivizzata in formule più o meno astruse, ma l’idea della formula matematica che distingue il fesso dal genio, è infantile.
    Ricordo sempre che tal Wittgenstein (noto come il maggior logico di tutti i tempi…o quasi) andò in cattedra con tre articoli nemmeno tutti pubblicati, se non ricordo male: in Italia oggi, non ci andrebbe, oggettivamente!
    Nulla da ridire dunque ad un qualche metodo quantitativo, ma molto sulla sua burocratizzazione da parte di un Ministero (ignorante e superficiale) che risponde solo a se stesso. Facciamo tutte le valutazione “oggettive” che vogliamo, ma aperte, confrontabili e non uniche e autoritative.
    Ma poi, e dopo il confronto fra di esse, ciascuno (comprese le agenzie di valutazione) si assuma la propria responsabilità in trasparenza: io giudico te e tu sai che io ti ho giudicato. E così possiamo discutere del giudizio. Il giudizio, a quel punto, deve essere fondato, motivato: non basta dire buono, cattivo o, peggio, 3 o 5…non si fa più nemmeno alla scuola elementare e lo volete fare all’Università?
    Oggi non solo non è così, ma è tutto molto automatico e nascosto e quindi poco scientifico, per nulla culturale. La cultura è confronto, altrimenti (specialmente quella umanistica) ha un altro nome, mio caro Marcello. Si chiama: totalitarismo. E qui in Italia, ne abbiamo tutte le premesse, nessuna esclusa.
    Questo solo volevo dire e continuerò a dire, certo, purtroppo, di non essere ascoltato.
    Ma almeno non diciamo che “all’estero si fa così”. Non è vero. All’estero esistono vari centri di valutazione che si calibrano, e poi il confronto è con uno che ha un nome e un cognome. Inoltre, e non è poco, c’è una etica, da noi, purtroppo, inesistente da vari decenni.
    Non è un problema di nostalgia, ma di valore etico delle scelte, controllato, ma libero e chiaro.

    • Riprendo solo la sua ultima nota: fino ad oggi, a Sheffield (UK) dopo che sei entrato per cooptazione come FP (10.000 sterline al mese) devi continuamente dimostrare di meritarlo quel posto; se questo non succede, tu sei mandato via e chi ti ha scelto (un direttivo di 3 persone) ne paga “salariamente” le conseguenze. Giusto per la cronaca, questo succede all’estero.

    • Appunto (rispondendo a Risitano). a prescindere dal fatto che entri per cooptazione, il tutto è…trasparente. Si sa chi Ti ci ha portato e se sei non più meritevole (qualcuno, visibile, lo dirà no?) Tu Te ne vai e chi Ti ci ha portato avrà qualche seccatura…quanto salata non so.
      Io non faccio che ripetere che la trasparenza è il segreto, diciamo sostanzialmente la stessa cosa.
      Poi ci si può organizzare in vario modo, ma è la sostanza che conta e non la burocrazia.

    • Concordo con te. La trasparenza è fondamentale. PS solo da noi la parola “cooptazione” è una parolaccia!

  7. Pienamente d’accordo con il valore etico controllato. Come pure sulla responsabilità. Ma – come si evince dalle discussioni in merito – una cosa è auspicarle, un’altra realizzarle (trovando un meccanismo sufficientemente solido). Certo occorrerebbe giudicare i giudici. Ma ad un giudizio deve, necessariamente, seguire una sanzione. D’accordo anche con una valutazione che non deve essere puramente quantitativa (bello l’articolo ironico sui nobel). Meglio scrivere poco ma avere qualcosa da dire. Spesso, come è noto, scriviamo tanto per…, poi ricicliamo la stessa solfa due o tre volte et voilà: per superare la mediana si fa questo e altro.

    • Perfetto, hai (se mi permetti il Tu) perfettamente ragione.
      E dunque, si tratta di costruire qualcosa di serio e utile.
      Ad esempio, svincolare l’orrido ANVUR dal Ministero e lasciarlo diventare privato, e magari in concorrenza con altri.
      Tenere conto della diversità degli argomenti trattati, per evitare i ricercatori monomaniaci che sanno solo quello, e magari nemmeno (nel nostro ambiente, ce ne sono a dozzine!.
      Per i giudici, al di là del controllo “sociale”, beh, se le valutazioni e i giudizi sono trasparenti, diventano suscettibili di discussione e forse c’è da sperare che siano più attenti e accurati. Certo, se tutto avviene come nel PRIN (di quelli qualcuno me ne è capitato, di giudizi VQR nessuno…forse è un caso, chi sa, ma essendo un vecchio incartapecorito ci si potrebbe aspettare di essere “usati” spesso, mah!) se tutto dico avviene come nel PRIN, cioè una votazione numerica con una motivazione di tre righe e segreta, è inutile e forse dannoso (ho visto finanziati PRUN assurdi, chi sa perché!).
      Però, bisognerebbe agire, protestare, strillare, sconfessare i baroni di nomina principesca che “siedono” all’ANVUR, ecc.
      Ma se non lo fate voi giovani, chi lo farà mai, la Gelmnini?

  8. Io ero giovane, ora comincio a essere un po’ più in là (44 anni) e ancora sono al palo: nemmeno ricercatore. Ma continuando a dire ciò che penso, non diventerò mai nemmeno bidello. E’ questo il punto: i giovani non possono parlare. Non possono nemmeno pensare. Devono adeguarsi, e stare buoni buoni, finché non passa il loro giro della giostra

  9. E’ proprio questo il punto. Io sono vecchio, e ho protestato forse poco e saltuariamente. Ma una cosa è certa, solo voi giovani, solo voi, potete rovesciare una situazione assurda, ofana e parolaia, in cui chi ha potere, se lo gode e se lo usa, e spende il denaro che dovrebbe servire alla ricerca, inventando scatoloni inutili e vuoti (oggi a Napoli si comincia a costruire una assurdità inutile, che sarà pronta fra venti anni se va bene, ma che non si capisce a cosa dovrebbe servire, oltre a farne vantare il Presidente della Regione, l’assessore il solito rettore, ecc.) e non si finanzia realmente la ricerca vera: laboratori, biblioteche.
    Se voi giovani, precari al solito non urlate e non vi riprendete l’Università, cancellando le assurdità “burocratico-meritocratiche” che la governano, combattendo contro gli sprechi mostruosi (in uomini e cose mal tenute non nanotenute, abbandonate) e la burocrazia che la soffoca, se non combattete voi che dovreste essere il futuro, non vi resta che andarvene, e in fretta anche.

    • Pienamente d’accordo con Johnny. Chi parla è fuori. Chi urla poi… Caro Guarino: come fare a protestare? Come fare a riprendersi l’Università, occupata ormai, manu militari, negli anni ’70-’80? Chi è arrivato dopo (io mi sono laureato nel 1992) si è trovato davanti un muro di gomma. Tanti, anche della mia generazione, si sono adeguati. Altri sono rimasti nel limbo (v. Generazione X)

    • A mio parere, “urlare” serve poco, anzi vieni visto solo come un “rompicoglioni”. Le cose bisogna cambiarle dall’interno, a cominciare dal proprio piccolo mondo. Parere personale.

  10. Chi raggiunge le posizioni di potere spesso non ha in mente il bene dei giovani e della ricerca e da anni non studia più. Anche nelle regioni in cui non vige un malcostume così vistoso sono penetrate capillarmente idee deleterie a tutti i livelli, cui è difficile opporsi perché provengono direttamente dall’alto. Numericamente, poi, i giovani sono sempre meno e piuttosto che fare un nuovo contratto o bandire un posto si preferisce la riesumazione dei pensionati o tenere corsi con 200 studenti.

  11. Purtroppo gli ultimi due interventi toccano un punto nevralgico, aggravato dal “malcostume” (ma perché non usiamo un termine meno edulcorato, tipo delinquenza?) italiano mai come in questi ultimi anni aggravato dall’indifferenza e dall’attenzione ai soli propri interessi. L’Università è diventata spesso solo un ponte per altre cose lucrose o “di prestigio”: sei bravo perché vai da Vespa – mi vengono i brividi -, non perché scrivi cose serie.
    E purtroppo l’esperienza insegna che dare “fette” di potere a chi conta di meno (che so i ricercatori, ecc.) non risolve, quando non aggrava.
    Resto convinto che la trasparenza assoluta, parossistica è un mezzo: uno non il mezzo, ma certo indispensabile.
    Forse, però, un sistema di rotazione del potere e un minimo di controllo, anche automatico, sui risultati delle varie procedure concorsuali/abilitative, potrebbe servire.
    Certo, però, che fin tanto che un’etica del proprio lavoro e delle proprie responsabilità non riuscirà a tornare (o arrivare) nel nostro paese, ci sarà per i giovani poco o nulla da stare allegri.
    Ciò che è certo, e lo vediamo oggi chiaramente, è che i “meccanismi oggettivi” spesso sono peggio di quelli soggettivi.

    • Hai perfettamente ragione, Cosentino.
      Protestare e riprendersi l’Università è molto difficile, ma così, con questi metodi quantitativi e stupidi, non credo che si arrivi a nulla. E la ricerca e specialmente la cultura ne restano sempre di più fuori.
      Lo vediamo tutti (tutti quelli che non fanno parte della schiera attualmente dominante) che l’Università diventa sempre di più tran tran quotidiano, ricerche rituali standardizzate. Io lo vedo dal punto di vista delle scienze umane (molto maltrattate ormai) dove ci “si adegua” ai criteri demenziali dell’ANVUR, e si produce carta, per lo più descrittiva, priva di fantasia di novità di idee e sempre nel coro. Anche perché, se dici una parola fuori dal coro, ti stangano.
      Però se non lottate voi giovani, non saremo certo noi vecchi a poterlo fare. Ci vogliono contestazione continua nel merito, mostrare la banalità di chi fa solo rito, le assurdità ministeriali e gli imbrogli..
      Forse anche questo sito dovrebbe avere più coraggio e cominciare a mettere duramente i piedi nel piatto.
      Certo, è una delusione, lo so bene.
      Il punto è che nella ricerca, in genere, non sono i cervelli che mancano (anzi, ce ne sono tanti che molti se ne sprecano) ma sono le strutture e la possibilità di accedervi che mancano, quando non vengono precluse. Il potere è lì, nella gestione personalistica e clientelare delle strutture, che invece dovrebbero essere come le reti: a disposizione di tutti quelli che sanno usarle.
      Non sono bravo nelle statistiche, ma da quello che vedo, se i tantissimi giovani precari o addirittura avventizi (e sono ormai la maggioranza stragrande nell’Università) si fermassero, si rifiutassero di fare esami, assistenza, lezioni, ecc., l’Università si bloccherebbe di colpo. Poi sento i cosiddetti “politici”, politicanti di bassa lega in realtà, e li senti sbracare parole in libertà sugli “hub della ricerca” e fesserie del genere, e mi cadono le braccia.

    • @Giancarlo Guarino scrive: “Però se non lottate voi giovani, non saremo certo noi vecchi a poterlo fare.”. Onestamente, non riesco ad accettare frasi di questo genere, dello stile “armatevi e partite”. Posso capire il suo intendo onesto e gentile, ma non posso comprendere il consiglio di andare in guerra “solo perchè si è giovani”. La guerra, se è di ideali e di idee, la si fa insieme, vecchi e giovani, strutturati e no. Non si possono cambiare le cose solo perchè mi conviene e, quindi, non combattere perchè la battaglia ormai non mi appartiene. La guerra si fa al di là di tutto.

  12. Eh, al di là della “gentilezza”, mi pare un po’ riduttivo interpretar così un cosa, purtroppo, realistica.
    Non ho mai detto di non farla insieme la guerra. Ho detto una cosa ben diversa a chi diceva che bisogna chinare la testa: ho detto che se lo si fa, poi nulla cambia. e che se un giovane ha voglia di chinare la testa, siamo nei guai.
    Come ben vedi (posso darTi del Tu?) non è che io stia zitto (ma tra poco mi gettano nella spazzatura!), ma ognuno nel suo piccolo deve cercare di smuovere quanti più può.
    Altrimenti “vincono” sempre gli altri.

    • Ovviamente, mi può e mi deve dare del tu (ci mancherebbe!). Condivido il fatto che se si comincia a chinare la testa da giovani, poi non si smette più di farlo. Come lei giustamente suggerisce, anche e soprattutto nel nostro piccolo quotidiano possiamo cominciare a cambiare “una mentalità ormai consolidata” nella nostra accademia.

    • Caro Prof., ho intuito (senza cercare su google, lo giuro!) che lei ha una certa esperienza ed, immagino, un ceto titolo (mi butto? ordinario?!), quindi, proprio perchè rispetto la sua figura e il ruolo che ricopre sono orgoglioso di ricevere il “tu” confidenziale e paritario, ma al contempo, mi permetta di darle il “lei” come segno appunto del mio sincero rispetto. Le sembrerà strano, non sono neanche un tipo formale, ma quando più volte mi è stato chiesto da Professori, con cui sono anche cresciuto, di dare il “tu”, mi sono sempre rifiutato educatamente e, ripeto, non per non voler avere un rapporto più intimo, ma solo per testimoniare il mio rispetto verso una professione ed un incarico a cui un giorno spero di arrivare. Spero comprenda e mi scuso con gli altri per questa piccola parentesi.

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