Sperando di fare cosa utile, rendiamo da oggi  disponibile una nuova pagina del sito, nella quale sono contenute le risposte di ROARS ad alcune fra le domande più frequenti relative all’esercizio VQR e ai problemi che esso pone.

 

 

La pagina è un work in progress in costante aggiornamento e non pretende di essere completa o definitiva.

Potete leggere le FAQ sul VQR a questo indirizzo.

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48 Commenti

  1. Credo che qualcuno dovrebbe rispondere alla replica dell’Anvur riguardo alla composizione del GEV 13. Riassumendo: l’Anvur sostiene che il tasso di co-autoraggi fra i componenti di quel GEV sia in linea con il tasso di co-autoraggio medio fra i primi 20 o 50 economisti italiani. In realtà però presentano dati che si riferiscono solo ai co-autoraggi fra il presidente del GEV e tutti gli altri.
    Se questo è ancora un blog di informazione e discussione invece che di propaganda, è necessario:
    1) dimostrare che hanno sbagliato i calcoli;
    oppure
    2) dimostrare che hanno ristretto il fuoco sui co-autoraggi di Jappelli per ottenere il risultato desiderato;
    oppure
    3) togliere dai FAQ la questione del GEV 13.

  2. “l’Anvur sostiene che il tasso di co-autoraggi fra i componenti di quel GEV sia in linea con il tasso di co-autoraggio medio fra i primi 20 o 50 economisti italiani”: secondo la maniera in cui l’anvur ha scelto di identificare chi siano i primi 20 o 50 economisti italiani, il che è, infatti, il problema. Purtroppo, come lei sa, in economia non essendo una scienza dura, queste classifiche lasciano il tempo che trovano. Diversamente si potrebbe pensare che l’economia sia, ad esempio, come la fisica, in cui ci sono gli esperimenti, le verifiche in laboratorio e la riproducibilità dei risultati, ed in cui, sopratutto, chi fa previsioni sbagliate ne paga le conseguenze (e chi le fa giuste vince). Aggiungerei che se fosse così ci guadagnerebbero tutti. Purtroppo nelle scienze sociali l’ideologia guida la ricerca ed i giudizi. Per questo il pluralismo è molto più importante che nelle scienze dure.

  3. Credo che questo sia il modo esattamente sbagliato di affrontare la questione. Una questione ovviamente complessa che richiede conoscenza dell’economia, della sua storia ( anche in Italia) e che se ne ha voglia posso provare a spiegarle in un seminario. Qui dico soltanto che nessuno in nessuna disciplina si sognerebbe di reclamare posti in un Gev sulla base di una dottrina teorica che e’ stata abbandonata in tutto il mondo tranne che in Italia 30 anni fa, e di difendere questa affermazione accusando di ideologia il resto dell’ accademia mondiale. Temo che questo modo di affrontare la questione sia una scorciatoia per ottenere la risposta che le piace di piu’ (ovvero il Gev 13 va contestato perche’ non ci sono economisti abbastanza sraffiani). Per finire, spero tanto che Baccini mi smentisca con argomenti un po’ piu’ solidi.

    • Mi scusi Guala, ma non ho certo bisogno di ascoltare un suo seminario per conoscere la storia dell’economia in Italia. La saluto lasciandola nella sua bolla con una citazione di cui lei, nella sua grande conoscenza dell’economia nazionale, saprà riconoscere il marginale autore: «Lo studioso di discipline sociali nella sua attività intellettuale e politica è necessariamente condizionato dall’educazione che ha ricevuto, dall’ambiente dal quale proviene, dalle sue preferenze circa i movimenti della società in cui vive, in una parola dalla sua ideologia. Di ciò egli deve essere ben consapevole, proprio per ridurre le distorsioni che nelle sue analisi, addirittura nella scelta stessa dei rami da studiare, può provocare la sua ideologia. Lo studioso di discipline sociali che si crede orgogliosamente obiettivo, neutrale, fuori della mischia, è tutto sommato un personaggio patetico, perché è vittima di una ideologia senza saperlo e senza possibilità di contrastarne le pressioni».

    • Inoltre lei risponde fischi per fiaschi: io ho scritto che l’economia non essendo una scienza è chiaramente una disciplina soggetta ad ideologie, e lei mi dice che io sia uno straffiano. Vabbene che è un filosofo dell’economia ma un po’ di logica ogni tanto dovrebbe usarla anche lei.

    • Caro Francesco,

      Non capisco perché sollevare il problema della composizione del Gev 13 sia necessariamente ispirato dal desiderio di tutelare la posizione degli economisti sraffiani. A me sembra che, sulla base dei dati illustrati da Alberto Baccini, la composizione di quel Gev possa sollevare un problema di parzialità nella valutazione dei lavori da giudicare. Un gruppo di persone tra cui ci sono troppi coautori e colleghi (alcuni dei quali magari sono anche amici tra loro) può facilmente lasciarsi influenzare da shared understandings riguardo a ciò che vale e ciò che non vale, che potrebbero invece essere messi più efficacemente in questione in un ambiente meno omogeneo. In un certo senso c’è un problema di fairness, ma non nei confronti di una particolare corrente di pensiero – non stiamo discutendo di rappresentanza politica, o di interessi sociali – quanto nei confronti degli argomenti e delle teorie. A me questo sembra un problema serio, e mi pare che la risposta dell’Anvur fosse elusiva nel concentrare l’attenzione – come tu osservavi giustamente – sul presidente del Gev 13 lasciando cadere la questione relativa al resto dei componenti del gruppo. Anche se non ci fosse più nemmeno un economista sraffiano sulla terra il problema rimarrebbe.

      Cari saluti,

      Mario

  4. Nessuno crede nel 2012 che le scienze sociali siano immuni dai valori politici. Il problema è che coloro (come lei) che vedono nel “dissenso” di minoranza di Pasinetti nel VQR precedente un esempio di pluralismo prendono una cantonata madornale. Pasinetti difendeva una posizione che scientificamente non portava da nessuna parte, e che per questo era stata abbandonata ovunque tranne che in Italia dove Pasinetti esercitava ancora un po’ di potere accademico.
    Ma questo mini-dibattito è significativo perche’ (1) dimostra che non lei conosce il GEV 13, dove ci sono economisti di TUTTE le estrazioni “ideologiche” (non mi dica che Daniele Checchi è un liberista bocconiano di destra, per esempio, che mi viene da ridere). (2) Nessun altro si sognerebbe di andare dai biologi (dove se non erro si discute ogni tanto di questioni politicamente e moralmente delicate) e dire che il loro GEV non va bene perché non c’è abbastanza pluralismo ideologico. O dai filosofi perché non sono rappresentate posizioni teoriche che andavano di moda 30 anni fa. (3) Ma alcuni di coloro che scrivono sul blog hanno già deciso che il VQR fa schifo perché è fatto da persone che vogliono farlo male, e cavalcano argomenti pretestuosi per arivare a questa conclusione. (Dico alcuni e non tutti, e infatti spero ancora di leggere qualcosa di statistico, invece che ideologico, riguardo alla composizione del GEV 13.)

    • Ma cosa ne sai lei cosa vedo o non vedo io? Ho scritto che l’economia non è una scienza e che quindi è molto soggetta ad ideologie e che il fatto che la rete di coautoraggio sia così evidente è molto inquitante e che è un motivo di preocuppazione per tutti, viste le implicazioni politiche della disciplina.
      Si studi Gillies https://www.roars.it/?p=1722 così magari impara anche qualcosa. Inoltre la biologia, a differenza dell’economia è una scienza: studi Guala studi

    • Inoltre in quella ridicola classifica che identificherebbe i “migliori economisti italiani” troviamo al settimo posto il prof. Francesco Giavazzi che scrisse un fondamentale articolo in cui sosteneva che “La crisi del mercato ipotecario americano è seria, da qualche settimana ha colpito anche le Borse, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata.” O forse vogliamo ricordare Roberto Perotti che ha scritto che “La spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16,027 dollari, la più alta del mondo dopo Usa Svizzera e Svezia”.” Si stampi queste frasi e ci rifletta sù poi ne riparliamo. Qui non è questione di ideologia è questione di decenza.

    • Non pensavo che esprimere il proprio pensiero, partecipare a una discussione, il dialogo aperto al confronto e il contraddittorio fosse un´espressione d’ ideologia! Effettivamente esistono due libertà quella dei servi e quella dei cittadini.
      “La libertà dei servi consiste nel non essere ostacolati nel perseguimento dei propri fini. La libertà dei cittadini consiste nel non essere sottoposti al potere arbitrario ed enorme di un uomo o di alcuni uomini” Maurizio Viroli. Ritengo che la seconda sia più produttiva e garantisca oltre che una maggiore democrazia, anche un maggior controllo rispetto all´agire di pochi. Chi impone delle regole non deve essere e non è al di sopra di esse!
      Nell´argomentare poi si usano normalmente i due piani, 1) quello più tecnico e scientifico e 2) quello più argomentativo e fondato su idee, intuizioni e capacità di analisi su più livelli con riferimenti vari.

    • Se va a vedere qualche post più in alto, vedrà che la questione dell’ideologia è stata sollevata da Sylos Labini, per denigrare i suoi colleghi economisti. Ha ragione lei: l’ideologia non c’entra un bel niente.

    • Per quel che riguarda l’ideologia sono pienamente d’accordo con te. Non perché non creda che ci siano posizioni ideologiche, ma perché sono convinto che se sono ideologiche si possono confutare attraverso l’argomentazione senza tirare in ballo l’ideologia. Di solito quando uno accusa il proprio interlocutore di essere ideologico l’accusa gli si ritorce contro, e la discussione non progredisce. Come accade spesso in questo paese, purtroppo.

  5. Scusa Mario, non ho visto il tuo post. La questione sraffiani-pasinettiani non l’ho sollevata io, è citata da molti come esempio di che cosa significa essere pluralisti. Ma è del tutto fuorviante: l’economia cosiddetta “neoclassica” è da anni un coacervo di approcci molto eterogenei, unificati forse da un’aria difamiglia, dove si può sostenere qualsiasi cosa dal punto di vista teorico e politico. Fra un economista monetarista alla Sargent e un economista behavioral non c’è niente in comune se non la capacità di scrivere dei modelli con un linguaggio comune. Per questo è sbagliato porre la questione in questo modo: il pluralismo c’è già, è nell’approccio che viene spacciato per “dominante” e “imperialista” da chi non ha voglia di dialogare con il resto dell’universo.

  6. Ci sono due punti che vanno tenuti separati:
    (1) la vicinanza tra i membri del GEV 13 (per tasso di co-autoraggio) potrebbe essere un’anomalia. Non dimostrerebbe che il lavoro del GEV 13 sarà necessariamente pessimo, ovviamente, ma come minimo è una leggerezza che si poteva evitare.
    (2) Ma è un’anomalia? Nella risposta dell’Anvur si argomenta che il tasso di co-autoraggio nel GEV NON è anomalo, in quanto rappresentativo del tasso di co-autoraggio fra i migliori 50 economisti italiani. Questa risposta non mi sorprende: un mesetto fa avevo fatto notare su Roars che prima di sollevare accuse sulla base di una correlazione bisogna controllare meglio – ovvero può darsi che in Italia gli economisti che pubblicano ad alto livello siano pochi e tendano a lavorare fra di loro più che in altri paesi. Non sono un genio della statistica, quindi ci si poteva arrivare da soli senza aspettare l’Anvur. Il dato dell’Anvur si riferisce però solo al grado di co-autoraggio fra il presidente del GEV e altri economisti italiani. Quindi mi aspettavo di vedere su Roars un’analisi più ampia (co-autoraggi incrociati fra tutti i membri del GEV e i primi 50 economisti italiani) che fugasse ogni dubbio. (L’onere della prova, fra l’altro, direi che spetta a chi ha sollevato la questione con tutte le insinuazioni sgradevoli che comporta.) Baccini a quanto pare ci sta lavorando.
    Ma Sylos Labini ci dice che il problema vero è stabilire chi sono i primi 50 economisti italiani: ebbene, l’Anvur ha usato la classifica di Repec, un database molto utilizzato a livello mondiale. Quindi, caro Sylos Labini, lo dicono GLI ECONOMISTI stessi attraverso le loro citazioni. Se questo non le va bene, possiamo creare un comitato guidato da un fisico che ci dica chi sono davvero gli economisti migliori. Mi sembra che vada nella logica del “VQR come piace a me” che anima molti dei suoi interventi. (Sull’affermazione che l’economia non è una scienza non rispondo neanche perché si commenta da sola; anche su Giavazzi, che non conosco e le idee del quale non condivido pienamente, Sylos Labini mostra solo livore politico e personale. Su Gillies dico solo che è stato mio professore e tutor al King’s College — ciao Donald!)
    Finisco facendo notare che nella classifica mondiale di Repec ci sono nei primi posti economisti molto diversi dal punto di vista teorico (da Heckman a Krugman, Schiller, Alesina, Tirole) così come nel GEV 13 ci sono economisti che hanno approcci diversi alla scienza e alla politica economica (da Giavazzi a Neri Salvadori, o da Dosi a Jappelli, da Checchi a Marinacci, per citare alcuni esempi). Il GEV 13 ha altri problemi ben più preoccupanti (per esempio il ritardo nella presentazione della lista di riviste) che meritano più attenzione critica di questa questione che tirate avanti da mesi. Speriamo che Baccini fughi ogni dubbio, così potremo concentrarci su questioni più serie.

    • Caro Francesco,

      provo a ragionare su un esempio: l’estrazione sociale dei giudici nel Regno Unito. Per una lunga parte della sua storia recente le persone che accedevano ai gradi più alti della giurisdizione provenivano da un background sociale simile, e seguivano un percorso di formazione e professionale che li portava a frequentare le stesse istituzioni pubbliche (università, tribunali, come barrister, e poi come giudici) e associazioni (debating societies universitarie, ordini professionali, club). Nel corso del ventesimo secolo questo fatto è stato di frequente segnalato da politici radicali e scienziati sociali come un’anomalia che metteva in questione l’autorevolezza delle decisioni dei giudici. Di che tipo di “anomalia” si tratta? Probabilmente l’estrazione sociale dell’ordine giudiziario non era diversa da quella di altri settori della classe dirigente britannica. Probabilmente la vicinanza tra giudici che siedevano nello stesso collegio giudicante non era anomala in senso statististico, tutti i giudici erano più o meno vicini nello stesso modo. Aggiungo che l’estrazione sociale comune non impediva ad alcuni giudici di prendere decisioni che andavano contro gli interessi del proprio ceto, e in favore di categorie socialmente svantaggiate. Dobbiamo concludere che le critiche erano infondate? Forse no, perché si potrebbe sostenere con qualche ragione che una persona che svolge un ruolo di giudice o di arbitro non deve soltanto essere imparziale, ma apparire tale. Perché da questa “apparenza” dipende il rispetto da parte delle persone sottoposte a giudizio nei confronti della funzione giudicante o arbitrale. Ci sono analogie tra i giudici e i Gev? Mi sembra che si possa sostenere. In questo caso ci sarebbe un problema un po’ più grave di una semplice leggerezza. Aggiungo che sollevare problemi di questo tipo può essere antipatico, ma nelle democrazie è normale, anche se giudici e arbitri che ritengono in buona fede di essere imparziali lo trovano comprensibilmente seccante.

      Ciao,

      Mario

    • Sono d’accordo: l’apparenza conta ed è importante essere al di sopra di ogni sospetto. Proprio per questo se uno ti dice: “è un’anomalia statistica dovuta al fatto che abbiamo pescato nel pool dei migliori (secondo una classifica largamente condivisa a livello internazionale) e questi tendono a lavorare molto insieme – l’alternativa era scendere nel livello qualitativo e abbiamo preferito invece pescare nel top”, chi ha sollevato il problema ha il dovere di accettare la spiegazione e togliere la critica dalle FAQ, oppure contestare con dei dati. Il mio primo post diceva solo questo, e sono contento che Baccini ci stia lavorando (davvero).
      Mi dispiace che la discussione abbia preso una direzione fuorviante per colpa di chi contesta la scientificità dell’economia, e l’idea che si possano identificare (a grandi linee) gli studiosi più o meno bravi sulla base delle citazioni dei peers.
      Il mio primo post era anche motivato da un trend preoccupante negli interventi su Roars: si sollevano problemi gravissimi a priori, ma poi quando c’è la possibilità di affrontare questioni di merito e contenuto gli interventi latitano. Altro esempio: dopo ampia e accesa discussione sull’uso delle classifiche nelle scienze umane, quando sono uscite le classifiche del GEV 11 nessuno ha avuto più nulla di dire (tranne la SiFiT, per ovvie ragioni). Mi piacerebbe sentire da colleghi che lavorano in altri campi che cosa ne pensano: nella mia area la classifica delle riviste internazionali è buona, con alcune stranezze dovute all’alta percentuale di riviste di logica. Quelle nazionali lasciano un po’ il tempo che trovano, come era prevedibile. E gli altri? Che ne dite? Parliamo di cose serie o facciamo solo processi alle intenzioni?

    • Temo che ogni tanto saremo costretti a fare il processo alle apparenze. Sulla latitanza di buona parte dei nostri colleghi nel discutere di questi temi sfondi una porta aperta. L’intera accademia mugugna per questo o quell’altro aspetto del Vqr, ma sono pochi quelli che partecipano apertamente alla discussione. Triste, ma è così.

    • Accolgo con entusiasmo la sua proposta Guala, nel frattempo si studi meglio gli articoli di Gillies che la vedo un po’ impreparato.

  7. Caro Francesco non entro direttamente nella questione che non è di mia competenza. In ogni caso mi pare che il fatto stesso che si discuta con foga della questione GeV 13 dimostri che si tratta di un punto importante. Siamo a un primo esercizio di valutazione, sollevare e discutere questioni di metodo mi pare tutt’altro che inopportuno, anzi ci si può augurare che serva a far crescere una coscienza dei problemi della valutazione che al momento, almeno fra. I miei colleghi, è assente.

    • Ecco, mi piacerebbe saperne di più, perché non ho gli strumenti per valutare che cosa è stato fatto bene o male nel GEV 12. Capirlo permetterebbe anche di pesare l’affidabilità della valutazione finale, settore per settore. E’ almeno concepibile che alcuni nuclei o sotto-nuclei lavoreranno meglio di altri, e sarebbe utile sapere il perché, dove e quando hanno fatto scelte giuste o sbagliate.

    • Credo che il livello di internazionalizzazione dell’area disciplinare sia un fattore importante. Provate a immaginare se in un processo di valutazione australiano o neozelandese avessero escluso la “Harvard Law Review”. Starebbero ancora ridendo in tutto il mondo. Per fortuna pochi all’estero seguono il nostro Vqr.

  8. Francesco, ti cito tre “riviste condivise” dell’area giuridica poste in fascia A. Condivise suppongo voglia dire interdisciplinari.

    Banca impresa e società
    Diritto dell’informazione e dell’informatica
    Mercato concorrenza regole

    Io non contesto a priori la scelta. Avrei però voluto che mi spiegassero cosa vuol dire condivise. Non voglio enfatizzare il peso delle discipline storiche e filosofiche fra i giuristi ma faccio fatica a pensare che queste siano rivista condivise. E quali criteri sono stati adottati? (qualcuno li ha visti? Io ho letto solo la spiegazione del processo, ma non dei criteri).
    Insomma, penso che ci sarebbe molto da discutere.
    a.

  9. Cari colleghi,
    Il 19 marzo è comparsa tra le FAQ della VQR quella che trovate qui sotto:

    Le valutazioni ottenute dai singoli prodotti saranno rese pubbliche?

    L’articolo 12 (Trasparenza) del DM del 7 luglio 2011 recita: “Ai sensi dell’art. 6, comma 4, del decreto legislativo 5 giugno 1998, n. 204, sarà cura dell’ANVUR diffondere i risultati del VQR 2004-2010, compresi i giudizi sulle singole pubblicazioni valutate, fermo restando il rispetto dell’anonimato degli esperti. “.

    Poiché però la “trasparenza” non deve collidere con il rispetto della privacy, l’esito delle singole valutazioni sarà unicamente inserito nella pagina personale di ciascun ricercatore autore del prodotto e degli eventuali co-autori afferenti alla stessa struttura. Sarà resa pubblica, invece, la valutazione aggregata delle pubblicazioni (Area, Dipartimento, Struttura).

    Io trovo gravissima la scelta (con tutta evidenza operata dall’ANVUR e non dalla legge) di non rendere pubbliche le valutazioni dei prodotti, ma mi piacerebbe sapere cosa si è fatto nelle esperienze di valutazione analoghe a livello internazionale: qualcuno può rispondermi?
    Grazie dell’attenzione,
    Paolo

    • I risultati del RAE britannico sono sempre stati diffusi solo a livello aggregato (dipartimento), mai individuale. In quel caso si temeva che i valutatori potessero essere citati per danni in tribunale. Nel nostro caso temo che il pericolo siano i soliti ricorsi (al Tar e quant’altro). Mi sembra d’altronde che fare sapere agli individui come sono stati valutati possa avere un effetto benefico di “ritorno alla realtà” per alcuni, di controllo sociale sui GEV in altri casi. Speriamo bene.

    • Corretto. D’altra parte stiamo parlando di una politica pubblica che ha come obiettivo il calcolo dei finanziamenti a Fondazioni Private. Dei singoli dipendenti di codeste Fondazioni al Governo Britannico non gliene può fregà dde meno.

  10. Ritengo che il signor Guala sia un po’ sbrigativo nel liquidare il contributo dell’accademia italiana e di Pasinetti in particolare all’analisi economica. Mi sembra che oggi si imponga una riflessione profonda sui fondamenti delle discipline economiche e sul ruolo che in esse svolge l’ideologia, in particolare l’ideologia neoliberale. Quanto a REPEC, ricordo al signor Guala che si tratta di un data-base “autoreferenziale” dal quale si può inferire ben poco di “oggettivo.” Altrettanto sbrigativa mi sembra la liquidazione delle riflessioni molto critiche di Gillies sui gravi danni che l’uso sconsiderato della bibliometria può arrecare alla scienza e al suo libero sviluppo. Infine, che farsene, caro Guala, di un giudizio su un proprio lavoro espresso da un numero, magari desunto da Publish or Perish? Nulla, caro Guala, per quanto mi riguarda. Rispetterei molto di più un qualsiasi giudizio, anche il suo, espresso dopo attenta lettura.

  11. Ha ragione, si tratta di questioni complesse che meritano riflessioni più articolate e pacate di quanto si possa fare su un blog (specialmente se si scrivono post a mezzanotte con le scatole che girano, come è capitato anche al sottoscritto). Ma è anche sbrigativo affermare che l’economia non è una scienza o che gli approcci eterodossi non sono adeguatamente rappresentati. A chi interessa approfondire il problema dell’eterodossia in economia, consiglio un paio di letture: http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1042771042000219064
    http://journals.cambridge.org/production/action/cjoGetFulltext?fulltextid=429133
    Infine la bibliometria: le riviste classificate nei ranking (specie ai piani alti) operano sulla base della peer review, quindi usare la bibliometria non significa rimpiazzare il giudizio umano con un numero. Se mi significa affidarsi al giudizio di altri umani.
    Personalmente non sono contrario all’uso della peer review anche nel VQR. Ma come lei sa ci sono opinioni diverse in materia anche fra i critici. Alberto Baccini, per esempio, teme che la peer review sia troppo vulnerabile a manipolazioni. I compromessi dell’Anvur – con tutte le piccole contraddizioni che sono state rilevate – probabilmente derivano anche dalla necessità di trovare un compromesso fra tutte queste istanze critiche. Finiranno per scontentare tutti? Forse sì. Credo che da pèarte nostra ci debba essere uno sforzo anche di comprendere la difficoltà di agire in un contesto dove nessuno si fida delle agenzie di valutazione e dei propri colleghi. Possiamo farlo cercando di separare i problemi concreti dalle paure, il “potrebbero esserci errori” dal “sicuramente sarà un disastro”.

  12. Caro signor Guala, le riviste serie usano la peer review da anni. La bibliometria (impact factor e affini) è in uso, grazie anche a una riuscitissima azione di marketing di alcune note multinazionali dell’editoria, da pochi anni. Non capisco perché il fatto che le riviste usino la peer review dovrebbe fornire un fondamento logico o epistemologico all’uso della bibliometria.

  13. Vorrei solo segnalare a margine come i problemi adombrati per l’area 13 (rischio di emarginazione delle “minoranze”/promozione delle “maggioranze” attraverso la stesura di rankings o l’uso di determinati criteri di valutazione), paiono essersi manifestati in uno dei settori punta e maggiormente internazionalizzati dell’area 12, quello del diritto comparato. Vedremo se la cosa assumerà prima o poi rilevanza pubblica.

  14. Il punto è che in una disciplina come l’economia è ovvio che le dinamiche sociologiche giochino un ruolo fondamentale come ha descritto Gillies in maniera molto accurata, facendo riferimento a quello che è successo in UK con le interferenze causate dalla RAE. Anche nelle scienze dure ci sono dinamiche sociologiche e dunque se i fisici GEV fossero tutti coautori mi preoccuperei allo stesso modo come mi preoccuperei se i biologi fossero tutti dei cattoloci intransigenti. Ma nelle scienze dure c’è un limite all’arbitrarietà delle posizioni dovuto al fatto che il test sperimentale ha l’ultima parola. La visione paradigma singolo vs. multi paradigmi cui fa riferimento Gillies mi sono molto appropriata. E quando ci sono paradigmi concorrenti i problemi di carattare sociologico sono dominanti. Trovo davvero incredibile che difronte alla crisi più grave del secolo e all’incapacità di averla prevista e capita da parte di coloro che guarda caso sono in cima alla classifica autorefenziale citata da Jappelli non ci sia una ridiscussione delle fondamenta del campo. Altre riflessioni le ho scritte qui

    http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/10/25/economisti-previsioni-e-premi-nobel/166104/

    • Vi do una notizia sconvolgente: c’è una discussione delle fondamenta. E’ in corso da anni; viene portata avanti, fra gli altri, da economisti che al momento ricoprono posizioni chiave nel policy-making; consiglieri del presidente degli Stati Uniti (Thaler, Sunstein); premi Nobel ed editorialisti del New York Times (Krugman). Sostengono (e mettono in pratica) politiche economiche così radicali (tipo stampare moneta fino a fare annegare il mondo nei dollari) da fare impallidire Keynes. Altra notizia: questi economisti non sono più “eterodossi”, perché è un po’ difficile definirsi tali dopo che hai pubblicato su tutte le riviste più prestigiose e hai pure vinto il Nobel. Notizia sconvolgente numero tre: gli approcci teorici “ex-eterodossi-ma-ormai-parte-del-mainstream” sono parecchio rappresentati anche nel GEV13 (Warglien, Dosi, il già citato Neri Salvadori). Basterebbe andare a vedere. Infine (e questo suonerà incredibile per chi non ha mai aperto l’American Economic Review): gli economisti fanno esperimenti di laboratorio. Da trent’anni. Hanno pure dato un Nobel all’economia sperimentale. E grazie agli esperimenti oggi è legittimo fare modelli mainstream con agenti irrazionali, quasi-razionali, preferenze egalitariste, insomma quello che vi pare. Robe da pazzi: l’economia non è più quella di una volta…

    • Ah ho capito, è per questo che Giavazzi, Alesina, Perotti & Zingales continuano a scrivere editoriali e a decidere di politiche economiche e universitarie. Il fatto gli economisti facciano esperimenti di laboratorio, mi ricorda qualcuno http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/13/la-scienza-del-culto-dei-cargo/144826/

      Sa c’è questa piccola differenza che nelle scienze dove si fanno gli esperimenti chi dice fesserie le paga. Proprio come in economia, dove più si dicono fesserie e più si aumentano i parametri bibliometrici.,

  15. Non le è mai venuto in mente che uno come Alesina non è nel GEV per via degli editoriali che scrive per il Corriere? Alesina, pensi un po’, non fa ricerca sui mercati finanziari, ne’ sui mutui subprime. Ma quando uno diventa editorialista per un quotidiano, capita che gli chiedano (o che si senta in diritto) di scrivere anche di cose che non conosce tanto bene. E magari poi ci scrive anche dei libri divulgativi. Un po’ come se un biologo si mettesse a scrivere libri sulla religione (dico per dire) o un fisico si mettesse a scrivere editoriali sull’economia (un esempio assurdo, me ne rendo conto: i veri scienziati non escono mai dal seminato).
    Poi capita che i politici, che poverini leggono solo i quotidiani (e spesso neanche quelli) chiedano a un accademico che scrive sui giornali, con il quale condividono alcune idee politiche, di aiutarli a fare riforme del sistema universitario. E magari non vengono fuori benissimo, le riforme, in quanto i suddetti accademici non sono degli esperti neanche in questo campo, e soprattutto i politici mica possono fare proprio quello che gli hanno consigliato di fare. Eppure (incredibile!) i suddetti accademici possono essere alquanto competenti nella loro area di ricerca specialistica. Basta ricordarsi di non votarli se si presentano alle elezioni, o non votare chi li usa come consulenti poco esperti. E ricordarsi che non tutti gli economisti la pensano come i suddetti, non tutti gli economisti che lavorano con i suddetti hanno le stesse idee politiche, non tutti i membri del GEV hanno consigliato a Bush di abbassare le tasse ai ricchi e di invadere l’Iraq, e non tutto quello che tocca Giavazzi si trasforma automaticamente in merda.
    In ogni caso rilancio l’idea: ogni volta che qualche editorialista scrive una boiata, appendiamolo per i pollici all’Arco della Pace, spalmiamolo di melassa e copriamolo di piume. Ci sarà da dievertirsi, quasi quotidianamente.

    • Ma il bello è che i fisici scrivono editoriali su nature dal titolo

      Economics needs a scientific revolution

      http://www.nature.com/nature/journal/v455/n7217/full/4551181a.html

      dopodiché se volgiamo discutere dei ridicoli modelli matemataci alla base del concetto di stabilità dei mercati finanziari e dunque alla base del 99% dei lavori di economia degli ultimi decenni, con citazioni incluse, ne possiamo sempre parlare.

      http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/09/09/i-mercati-hanno-sempre-ragione/156338/

      A me quello che mi disturba è sentire parlare di “esperimenti” o “previsioni” o “probablità” da persone che ne hanno una rappresentazione caricaturale.

    • Ha ha ha! Più si va avanti più viene fuori il meglio del meglio.
      Ma entrambi abbiamo perso un sacco di tempo che dovremmo dedicare a cose più iportanti (tipo la ricerca). Quindi getto la spugna: abbasso il VQR, abbasso l’economia, a morte giavazzi, evviva i fisici con il doppio cognome!
      Adios, e godetevi l’accademia italica come è sempre stata, e come sempre sarà (in fondo in fondo mi sa che vi piace). So che non vi mancherò.

    • Qui nessuno difende l’accademia italiana come è sempre stata, ma è certo che fare “una riforma” non significa automaticamente migliorare le cose, e fare una “valutazione” non è sempre sinonimo di fare qualcosa di buono, anche se a priori chi è contrario alla valutazione è anche difficile da trovare: Frati ha h-index 43 per fare un esempio. Il problema è andare al di là degli slogan ma a quel punto bisogna accendere il cervello.

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