Scrive Leonid Schneider: “Forse c’è qualcosa che non va in un Paese in cui persino un ministro viene beccato con scienza falsa, in cui rettori di università […] si impegnano in frodi di ricerca massicce e poi abusano del potere e della politica per diffamare, minacciare e mettere a tacere i critici, e in cui intere università si trasformano in fabbriche di frodi fumanti all’altezza delle cartiere cinesi e iraniane”.

Questo è il testo dell’intervento di Redazione Roars, letto all’assemblea nazionale della FLC-CGIL tenutasi a Firenze il 19 ottobre 2023.

Nel mio intervento vorrei attirare la vostra attenzione sull’emergenza dimenticata dell’università. Un tema su cui con Redazione Roars riflettiamo da anni. Per illustrarla leggo una breve citazione. Scrive Leonid Schneider a proposito dell’Italia:

“Forse c’è qualcosa che non va in un Paese in cui persino un ministro viene beccato con scienza falsa, in cui rettori di università […] si impegnano in frodi di ricerca massicce e poi abusano del potere e della politica per diffamare, minacciare e mettere a tacere i critici, e in cui intere università si trasformano in fabbriche di frodi fumanti all’altezza delle cartiere cinesi e iraniane.”

Evito di ricordare i singoli episodi e mi limito a riportare un paio di dati molto significativi.

Nel problematic paper screener dell’università di Toulouse, costruito da Guillaume Cabanac,  l’Italia compare con circa 800 articoli.

Siamo il settimo paese al mondo per numero di ritrattazioni scientifiche ed abbiamo una quota di ritrattazioni sul totale mondiale crescente e ben superiore al nostro peso in termini di pubblicazioni.

La risposta del mondo universitario a tutto questo è: minimizzare. Si tratta di mele marce. Tutta colpa di giovani collaboratori disinvolti infiltrati in grandi gruppi di ricerca. E’ colpa delle riviste predatorie, e così via.

Anziché minimizzare o giustificare, proviamo a analizzare la questione.

In un mondo ideale gli scienziati pubblicano i loro risultati per accelerare il progresso scientifico consentendone la verifica. In cambio ricevono una certificazione della priorità della loro scoperta e questo porta loro benefici reputazionali e di carriera.

Nel mondo reale le cose vanno diversamente. La scienza è ormai governata dal ‘pubblica o muori’. Pubblicare serve soprattutto ad aggiungere righe al curriculum del ricercatore che è in competizione con altri per il posto fisso o per la promozione. Ciò che conta non è il contenuto, ma la rivista in cui un articolo viene pubblicato o il numero di citazioni ricevute.

Chi deve gestire le politiche della ricerca, le carriere e i finanziamenti può limitarsi a analizzare indicatori “oggettivi” come l’Impact Factor delle riviste, il numero di citazioni o l’h-index di un ricercatore.

Questo significa che nel mondo del pubblica o muori l’articolo e la citazione diventano uno scopo in sé. I ricercatori abbandonano il rigore della ricerca e pensano solo a pubblicare anche facendo ricorso a scorciatoie, come la manipolazione di dati, immagini e citazioni.

Secondo molti osservatori c’è ormai un arcipelago in gran parte invisibile di letteratura scientifica caratterizzata da: immagini e dati manipolati; – dati inventati; – plagi; – articoli prodotti in ‘cartiere’ (paper mills); – articoli scritti da Chat GPT.

E ci sono ormai studiosi ed esperti che lavorano a tempo pieno per ‘disinquinare’ la ricerca scientifica da questi prodotti.

Ma se la malattia è mondiale perché per l’università italiana ci dovrebbe essere una emergenza particolare?

Perché noi abbiamo fatto scelte di politica della ricerca che aggravano il quadro clinico.

Per liberare l’università dai baroni e dai concorsi truccati, nel 2010 la riforma Gelmini ed i provvedimenti bipartisan che seguirono, scelsero come medicina proprio il veleno.

L’Italia è l’unico paese del G10 ad aver adottato una valutazione amministrativa centralizzata basata su indicatori bibliometrici.

ANVUR ha promosso l’uso di indicatori bibliometrici a tutti i livelli:

  • per le carriere (ASN);
  • per distribuire il FFO (VQR, quota premiale e dipartimenti di eccellenza);
  • per i finanziamenti (PRIN).

La cura non ha avuto effetti risolutivi sui problemi di lungo periodo come la mancanza di risorse e i concorsi truccati.

La cura ha amplificato la gerarchizzazione dei ruoli accademici ed ha creato un esercito di precari della ricerca (dottorandi, assegnisti, RTD) i cui destini dipendono sempre più dai risultati raggiunti nella gara bibliometrica nazionale.

La reazione generalizzata è stata il ricorso al doping.

Tre anni fa abbiamo documentato il generalizzato ricorso al doping citazionale da parte dei ricercatori italiani, realizzato con autocitazioni individuali e scambi di citazioni tra coautori. I dati sulle ritrattazioni che ricordavo all’inizio sono un altro sintomo grave della malattia che si è sviluppato negli anni seguenti il 2010.

Nel 2010 per migliorare quantità e qualità dell’università italiana sarebbe stato sufficiente aumentare le risorse. Adesso per invertire la rotta aumentare le risorse non basta più.

Se non si libera l’università dalla macchina della valutazione bibliometrica di stato, se non si riduce il potere accademico nelle mani della élite di ordinari che governa la valutazione, se non si liberano i precari della ricerca dal ricatto della precarietà, aumentare le risorse significa continuare a incentivare i ricercatori a cercare scorciatoie per pubblicare e essere citati e vincere così la gara degli indicatori.

Con conseguenze devastanti di lungo periodo sulla credibilità della ricerca scientifica presso l’opinione pubblica. Che non si fiderà più degli esperti che suggeriscono di vaccinarsi, che non crederà all’emergenza climatica, che penserà sistematicamente che l’esperto di turno stia semplicemente difendendo i suoi inconfessabili interessi.

Chiudo auspicando che questa emergenza sia presa molto sul serio da FLC-CGIL. E colgo l’occasione per ricordare a FLC-CGIL che anche la scuola italiana è stata sottoposta tramite INVALSI a una cura valutativa simile a quella cui è stata sottoposta l’università. ANVUR e INVALSI sono il frutto della stagione del trionfo bipartisan del neoliberalismo e del new public management. Ci sono ottime ragioni per abbandonare quella logica ormai obsoleta e ripensare ruolo e funzioni di entrambi, non escludendo certo la loro auspicabile definitiva chiusura, prima che scuola e università siano definitivamente devastate.

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3 Commenti

  1. Continuiamo a dircelo da anni ma di fatto le cose vanno sempre peggio, con plenipotenziari locali che fanno “la telefonata” ad uno o più membri della commissione ASN e chi deve passare passa e chi non deve non passa. E siccome non abbiamo una vera copertura sindacale e siamo ognuno per sé, anche chi ha ragione poi ha torto.
    Se non ci protegge sul serio un sindacato, chi può farlo? Ah, certo… La famiglia. Quella del Magnifico Rettore.
    Parole vuote le mie, accuse infondate, imbibite di complottismo e del vittimismo di chi non vale abbastanza e cerca una scusa.
    Continuiamo così.

    • Vero. Ma c’è una cosa che non ci stiamo dicendo. E non la dicono manco su ROARS.

      L’ASN va abolita.

      (Tanto per incominciare)

      Marco Antoniotti

  2. Mi sono spesso chiesta perché l’asn sia stata di fatto accettata.
    Tutto il danno possibile è stato fatto. Hanno rivoluzionato tutto e continueranno. L’università è allo sfascio. Il livello si è abbassato enormemente. Fra tutti.

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