Molti osservatori ritengono che la disposizione recentemente introdotta dal governo Meloni sui nuovi test attitudinali per i magistrati – per come è scritta finora – dispieghi un tristo valore propagandistico superiore alla sua reale pericolosità. Più insidiose, forse, le norme che negli anni (fino alla Cartabia) si sono rincorse nel tentativo di quantificare e pesare il lavoro dei giudici ordinari partendo dall’assunto che essi siano dei fannulloni, obbligandoli a soddisfare i “carichi attesi” (senza che vi sia un tetto a quelli esigibili), ed esortandoli de facto a mettere in cassaforte processi semplici e “sicuri” anziché cimentarsi in procedimenti scivolosi e dall’esito incerto come – par excellence – quelli che toccano il potere.

È sotto questo profilo che vorrei segnalare una certa analogia rispetto a quanto già accaduto nell’altro grande comparto non contrattualizzato della Pubblica Amministrazione, quello dei professori universitari. Spesso presentati (sulla base di casi non rari ma minoritari) come alteri, assenteisti, corporativi, i docenti sono stati dati in pasto nell’ultimo ventennio (da diversi governi, dunque, e di diverso colore politico) a una vera tenaglia.

Da un lato la burocrazia primaria, fatta di un monte infinito di verbali, relazioni, monitoraggi, linee-guida, rapporti di riesame, ma anzitutto di riunioni (dal Covid in poi, sovente via Zoom) volte a rivedere piani didattici, a spartire fondi ridicoli, a correr dietro alle modifiche normative del Ministero, a redigere “Piani strategici”, “Piani di sviluppo”, “Piani inclinati” da dare in pasto alle temutissime commissioni ministeriali (CEV) che una settimana ogni 5 anni passano a verificare che tutto sia in ordine, essenzialmente sul piano kafkiano della produzione di carta (la vita reale dell’Ateneo – gli studenti, le aule, le biblioteche, i laboratori, la socialità, l’idea culturale – sta da tutt’altra parte). Ogni cosa si fa – con enorme dispendio di tempo – perché si possa certificare ed esibire ai commissari, talché l’organo più importante della baracca è diventato (fantozzianamente) il Presidio, quello che “assicura la qualità”, come per la trippa o la passata di pomodoro. È lì che si fissano scadenze imperative, è lì che si producono gli ukase senza possibilità di contraddittorio.

Dall’altro lato stanno le simplegadi dell’Agenzia Nazionale per la Valutazione della Ricerca, organismo nato non già – come sarebbe stato ragionevole – per pungolare o punire i ricercatori che scrivono poco o nulla, ma per mettere in competizione tra di loro – su base essenzialmente quantitativa – i docenti e gli Atenei, creando sofisticati sistemi di “peso” delle pubblicazioni (pardon, dei “prodotti”), terrorizzando tutti quanti con “valori-soglia” e “mediane”, dando vita a un periodico costosissimo sistema di “Valutazione della Qualità della Ricerca” (decine di riunioni preparatorie, commissioni e sotto-commissioni), e partorendo algoritmi opachi come quelli del concorso nazionale per ottenere il bollino di “Dipartimento di Eccellenza”, che dà qualche lira in più. Un ambaradàn che tra l’altro finisce per favorire la ricerca “comoda” mainstream, scoraggiando quella più ambiziosa destinata magari a fiorire in luoghi marginali o a imporsi a distanza di anni, e dunque poco “monetizzabile” nei tempi brevi di cotali esercizi.

Tutto avviene per distogliere l’attenzione dai problemi veri, che sono il drammatico sottofinanziamento della ricerca italiana rispetto ad altri Paesi, le scarse risorse per il diritto allo studio, la carenza di spazi, la percentuale irrisoria di laureati. Basterebbero azioni assai più semplici per censire e riparare le aule cadenti, riformare i corsi che non vanno, sanzionare i docenti inattivi, incentivare le cooperazioni internazionali, sanare gli squilibri. Ma la tenaglia ha una funzione dirigista e anestetica: i docenti, imbottiti di verbali, linee-guida e mediane (e magari tra un po’ anche loro di test psicoattitudinali), hanno sempre meno tempo e coraggio di guardarsi attorno, di parlarsi, di prendere parola (può essere, tra l’altro, rischioso per le progressioni di carriera, per i finanziamenti cui uno mira, per i propri allievi), proprio mentre l’università pubblica (a tacere di quella privata; un discorso a parte meriterebbero le telematiche) subisce una preoccupante torsione verso i corsi “professionalizzanti”, verso i finanziamenti esterni, verso una reale subalternità, rinunciando a farsi promotrice, come istituzione, di autonomo pensiero critico. Intendiamoci: i laureati devono poi lavorare, la ricerca può e deve giovarsi della collaborazione coi privati, il rapporto col “mondo produttivo” è sacrosanto e ineludibile. Ma bisogna sempre capire chi ha il pallino in mano, e qual è il prezzo che si paga.

Se un Ateneo, puta caso, struttura un corso di laurea con una grande catena di alberghi, potrà poi intervenire contro la monocultura turistica o l’overtourism delle città d’arte? Se un altro corso di laurea è concepito di concerto con l’ENI, si potrà poi eccepire ove mai – pura ipotesi – si creassero legami privilegiati con i gerarchi di un Paese ricco di gas, o ove mai – puta caso – l’ENI piazzasse un inceneritore per i Pfas in mezzo a un Sito di Interesse Nazionale? Se un Ateneo, mettiamo, chiude un accordo-quadro con un Aeroporto per la pratica delle lingue, potrà poi proclamare “non sostenibile” la costruzione della seconda o della terza pista d’atterraggio che mette a repentaglio un intero ecosistema? Se un Ateneo, ancora, entra a far parte come istituzione del Consorzio per la Laguna, potrà poi dirsi perplesso sul tremendo scavo dei canali per far passare le Grandi Navi da crociera, che quel Consorzio impavidamente avalla? Se un Ateneo bordeggia la Fondazione delle Olimpiadi Milano-Cortina, ospitandone eventi in pompa magna, potrà poi sommessamente segnalare che abbattere centinaia di larici per fare una pista da bob non sembra un’idea molto green? Se la più importante Accademia del Paese vara un’intera scuola sull’aerospazio (coinvolgendo in un singolare potpourri filosofi, ministri, ingegneri e politici di lungo corso) assieme alla Fondazione di un gigante privato il cui fatturato dipende per tre quarti dal settore Difesa, risulterà credibile quando sbandiera ideali di pace?

Con la loro talora scomposta genuinità, e le loro domande semplici, gli studenti (una minoranza, è vero: ma una minoranza attenta e informata) provano a rompere il muro di conformismo che domina il sistema, garantito iconicamente dalla corporazione dei Rettori (con qualche luminosa eccezione) e dai professori che “contano” nel sistema (sempre i soliti). Per le smagliature inattese – come quelle che vediamo in questi giorni – vale il motto “troncare, sopire”. E tu, professore, attento a dirti d’accordo coi giovani, pure quelli radicali e non-violenti: in men che non si dica ti arriva addosso l’etichetta di “cattivo maestro”.

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano 5 Aprile 2024)

 

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