Chi è l’assassino silenzioso dell’istruzione universitaria? Secondo il professore canadese Marc Spooner, è la cosiddetta audit culture che si materializza nelle più diverse forme di contabilizzazione e di valutazione basate su metriche. Una tirata ideologica come tante altre, quella di Spooner? Non proprio, dato che nel suo articolo Spooner illustra con esempi concreti gli effetti distorsivi e anche i danni che possono derivare alla società nel suo complesso. Non senza richiamare alle proprie responsabilità chi occupa i gradini più alti del ceto accademico, che potrebbe e dovrebbe porsi il problema della direzione imboccata dall’istituzione universitaria, più centrale e indispensabile alla società di quanto sia comunemente creduto e compreso.

Sul Briarpatch Magazine è stato pubblicato un articolo di Marc Spooner

Higher Education’s Silent Killer

che offre diversi spunti interessanti. Si può cominciare dal paradossale parallelismo tra gli schemi di incentivazione ispirati al “mercato” così cari ai riformatori degli ultimi anni e la farraginosa pianificazione economica della defunta Unione Sovietica:

A complex incentive scheme was introduced, with the collaboration of the universities, to simulate market competition but in reality it looked more like Soviet planning. Just as the Soviet planners had to decide how to measure the output of their factories, how to develop measures of plan fulfilment, so now universities have to develop elaborate indices of output, KPIs (key performance indicators), reducing research to publications, and publications to refereed journals, and refereed journals to their impact factors. Just as Soviet planning produced absurd distortions, heating that could not be switched off, shoes that were supposed to suit everyone, tractors that were too heavy because targets were in tons, or glass that was too thick because targets were in volume, so now the monitoring of higher education is replete with parallel distortions that obstruct production (research), dissemination (publication) and transmission (teaching) of knowledge.

Un paragone che sorprenderà solo chi non ha seguito il dibattito recente, in cui, persino su un magazine mainstream come Times Higher Education, l’uso sempre più pervasivo di metriche è stato associato al Grande Fratello orwelliano (Big Brother in the Academy) e al regime stalinista (A very Stalinist management model).

Ma la parte più interessante dell’articolo è probabilmente quella che spiega con esempi concreti come lo sforzo prioritario di migliorare i propri indicatori di pubblicazione scientifica finisca per danneggiare la società, dirottando competenze e risorse preziose verso lidi puramente accademici. Piuttosto che mettere le proprie risorse a disposizione della risoluzione di un problema sociale, diventa più conveniente scriverci un articolo su una rivista di classe A.

Under the strict publish-or-perish injunction of audit culture, I would be channelled away from projects like producing and distributing a city survival guide and map for the homeless – which I did in response to a community call as part of a PAR [participatory action research, NdR] project – and I would be pushed instead to write a peer-reviewed paper on homelessness (to be read by few) rather than fulfilling a need that the community itself had identified.

È più utile l’ennesimo articolo scientifico che mostra ad un ristretto circolo di specialisti quello che sanno già oppure un intervento divulgativo che innalzi il livello del dibattito pubblico e della discussione politica su test scolastici mal congegnati?

the Saskatchewan government’s recent attempt to implement a wrong-headed standardized testing regime in the school system. What parents, teachers, and policy-makers needed was to be informed about the extensive scholarly literature already available on the deleterious effects of such a testing agenda. They certainly did not require yet another academic journal article demonstrating what countless other peer-reviewed research has already established: that standardized testing makes for terrible pedagogical policy.
Rather, what would have aided policy-makers and the public, and what was lacking, was for the scholarly literature to be made accessible and presented in a variety of formats and settings, including private meetings, public talks, educational videos, op-ed pieces, and letters to the editor. As an education professor, this is how I chose to intervene, in the public realm and not with a redundant academic article. Yet audit culture drives academics away from this kind of public engagement.

Il rischio concreto è quello di scoraggiare le domande scomode nei confronti dei discorsi dominanti.

The practices of accountancy cannot recognise or countenance anyone who sees their job as responsibly working against the grain of dominant discourses, of asking dangerous questions of government, of opening up spaces of difference where new possibilities might emerge from the previously unthought or unknown.

La pressione non si distribuisce uniformemente sul ceto accademico, ma, come ovvio, è maggiore nei confronti dei giovani e dei precari. Proprio per questo, è chi occupa posizioni di maggiore privilegio ad avere la possibilità, ma anche il dovere morale, di opporsi a politiche che, pur sventolando il vessillo dell’efficienza, incentivano l’autoreferenzialità accademica e rendono sempre più inaccessibili al pubblico conoscenze e competenze quanto mai necessarie.

It’s important to highlight that the greater one’s privilege within the academy, the better positioned one is to resist and to fight back against audit culture and its constricting assessments. The pressure to redefine and redirect one’s work is not experienced equally. The precariously employed are disproportionately affected. In fact, audit culture helps to cement the academic caste system in which only a few tenured professors enjoy the privileges of academic freedom in any meaningful way. Sessional instructors trying to get on the tenure track are the most vulnerable to audit culture’s coercive tactics, followed by those on the track, and then by tenured faculty, some of whom may have arrived at their rank by a path of least resistance.

10 Commenti

  1. Pensare che il trionfo della più ottusa burocrazia abbia qualcosa a che fare con la vera “competition” significa compiere un errore madornale e benissimo fa Spooner, come altri, a denunciarlo. Leggersi prima un po’ di Smith o Hayek, cari Anvuriani, no, eh?
    Ma tutto questo ha ahimé radici antiche nel trionfo dell’administrative state, non a caso ispirato dalle tecniche di pianificazione manageriale e dal Taylorismo.
    Per chi vuole saperne di più sull’origine storica di tutto questo disastro, ecco un libro eccellente da leggere:
    http://press.princeton.edu/titles/10572.html
    (E che caspita… mica che qui su Roars si può star sempre a parlare di Anvur e VQR! ;-)

  2. Ed è incredibile, sopratutto in Italia, come quelli che oggi occupano i gradini più alti del ceto accademico sono gli stessi che in passato hanno goduto di enormi benefici e semplificazioni per arrivare dove si trovano adesso.

  3. Mi piace questo: “reducing research to publications, and publications to refereed journals, and refereed journals to their impact factors”, catena che potrebbe essere allungata con gli interessi editoriali connessi, che generano interessi economici, che fa sì che si pubblichi se si hanno soldi (propri o derivanti da finanziamenti), che proliferino pubblicazioni inutili e che alla fin fine sia impossibile leggere tutto perché eccessivo e allora ci si affida alla quantificazione, alle mediane, ai calcoli astrusi, donde i casi come quello di Tomasello.

  4. E pensare che l’opinione prevalente da noi attribuisce al ‘liberismo’, alla lobby confindustriale ed alla Gelmini la nascita dei criteri di valutazione e della politica attuale dell’ANVUR. Basta un qualunque Canadese, libero da schemi ideologici provinciali, per dire quello che dovrebbe apparire ovvio. Questo ispirato canadese osserva che le pratiche attuali sono culturalmente affini alla logica comunista e che i responsabili sono gli stessi accademici. Chi di noi solo sussurra queste cose, normalmente viene sbeffeggiato!

    • @braccesi Bé, non esattamente. Più che altro ci dice che rispondono ad una logica amministrativa, cioè figlia di quell’idea di pianificazione che ritroviamo anche (e prima che nei Soviet) nelle grandi imprese USA dei primi del ‘900, vere “isole di pianificazione in un oceano di scambi di mercato”, come le definì Dennis Robertson e poi Coase.
      Non stupisce quindi che Confindustria ci si ritrovi, in questa logica. L’errore casomai è di chi associa Confindustria con liberismo e concorrenza. La vera dicotomia è spontaneous order vs planned order. La ricerca dovrebbe essere il regno incontrastato del primo, ma sta diventando dominio assoluto del secondo, con gli inevitabili esiti che sempre affliggono i cultori del piano e dell’amministrazione burocratica (i “men of system” sbertucciati da Adam Smith).

    • NG il suo sfoggio di cultura non spiega cosa ci sta guadagnando confindustria dall’attuale delirio bibliometrico che affligge la nostra università. Mentre è chiaro come il sole cosa ci guadagnano gli ‘accademici’, perlopiù illuminati uomini ‘de sinistra’ che monopolizzano il delirio bibliometrico. Ci vorrebbe un Adam Smith che gli sbertucciasse, ma è di là da venire.

    • Mah, io credo che la logica del tagliare la spesa pubblica, a partire da quella che non produce valore aggiunto per le nostre aziende (per la maggior parte piccole e medie), sia vicina al pensiero confindustriale.
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      Sulla spartizione di quello che resta, dopo i tagli, ci vedo logiche aziendalistiche di meritocrazia e qualità, dove gli articoli diventano “prodotti” e le università sono in competizione fra loro per aggiudicarsi il (povero) mercato.
      Che questo ricordi sinistramente a cose di sinistra, l’Unione Sovietica o la DDR (e pure noi, qui, avevamo citato “le vite degli altri”), forse è solo un’altra dimostrazione che certe logiche “estreme” non hanno un vero colore, si ritrovano a destra e a sinistra. Ma persone più autorevoli di me in questo campo sapranno produrre argomentazioni migliori.
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      Alla fine, in effetti, l’effetto sortito non è in contraddizione: più tagli, meno risorse, che coi criteri anvuriani e ministeriali si spostano a Nord.
      Perché? Perché a Nord più tasse, più ricchezza e più collaborazioni con il più ricco tessuto aziendale permettono ancora di sopravvivere con le risorse rimaste e disponibili in maggior quantità, e quindi assumere persone, comprarsi attrezzature, continuare a far della ricerca e figurare bene negli indici che assegnano un turn-over più alto e, come si è visto ultimamente, più RTDb.
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      I conti tornano e questo processo sembra destinato ad autoalimentarsi a meno di un’inversione di rotta.

  5. Le considerazioni su come questi audit condotti a colpi di indici bibliometrici, come gli impact factor delle riviste, finiscano per sortire “kudos” puramente accademici, mi ricordano questo articolo:
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    http://www.straitstimes.com/opinion/prof-no-one-is-reading-you
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    Interessanti questi passaggi:
    “Even debates among scholars do not seem to function properly. Up to 1.5 million peer-reviewed articles are published annually. However, many are ignored even within scientific communities – 82 per cent of articles published in humanities are not even cited once. No one ever refers to 32 per cent of the peer-reviewed articles in the social and 27 per cent in the natural sciences.
    .
    If a paper is cited, this does not imply it has actually been read. According to one estimate, only 20 per cent of papers cited have actually been read. We estimate that an average paper in a peer-reviewed journal is read completely by no more than 10 people. Hence, impacts of most peer-reviewed publications even within the scientific community are minuscule.”
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    e:
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    “In order to obtain tenure, scholars must churn out as many peer-reviewed articles in high-impact journals as possible. Publications in (prestigious) peer-reviewed journals continue to be the key performance indicator within academia: whether anyone reads them becomes a secondary consideration.
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    If the highest impact journal in the water field is considered, it has only four subscribers in India with a population of some 1.3 billion. Three years ago, neither the water minister nor those three levels below him had even heard of this journal. While a publication in such a journal will bring kudos to a professor, its impact on policymaking in India, where water is a very critical issue, is zero.”

  6. Un’inversione politica sarebbe possibile in qualsiasi momento, ma non con questa classe dirigente, con questo intreccio di interessi e con questa incompetenza culturale di fondo, legata a un miscuglio di provincialismo, pretenziosità e categorie sbagliate.
    Fanno decreti per qualsiasi cosa. Ci vogliono pochi minuti ad abolire i punti organico e ripristinare i RTI, ma non vogliono.
    Siamo in guai profondi.

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