In Contro la società del sorpasso il pensiero antimeritocratico di Don Tonino Bello (San Paolo Edizioni, 2023), Enrico Mauro tenta di delineare il senso dell’opera del vescovo salentino dal punto di vista della sua critica di quegli aspetti della società che da un paio di decenni vengono definiti – spesso in senso elogiativo – come meritocratici: e cioè l’efficienza, lo spirito competitivo, il leaderismo, la performatività, il darwinismo, la logica retributiva e del profitto.

 


 

In Contro la società del sorpasso il pensiero antimeritocratico di Don Tonino Bello (San Paolo Edizioni, 2023), Enrico Mauro tenta di delineare il senso dell’opera del vescovo salentino dal punto di vista della sua critica di quegli aspetti della società che da un paio di decenni vengono definiti – spesso in senso elogiativo – come meritocratici: e cioè l’efficienza, lo spirito competitivo, il leaderismo, la performatività, il darwinismo, la logica retributiva e del profitto. In realtà gli scritti a cui fa riferimento Mauro non aggiungono nulla di particolarmente originale alla nostra comprensione dell’ideologia meritocratica. Dalle parole di Don Bello emerge il suo carisma religioso e umano ma non qualcosa che accresca il bagaglio euristico utile alla disamina di un tema che oggi – dopo l’intitolazione del ministero dell’istruzione e del merito da un lato e le continue denunce antimeritocratiche dei rappresentanti degli studenti universitari nei più alti consessi, dall’altro – è diventato di strettissima attualità. E tuttavia le pagine di Mauro – che dell’ideologia meritocratica è uno dei più informati conoscitori – riescono a illuminarci sul tema per una via diversa. Il suo percorso nel pensiero di Don Bello, infatti, è come intessuto – specie all’inizio – della propria autobiografia , che, pur senza averlo mai conosciuto – si è intrecciata con la vita del vescovo e qui viene restituita con uno stile narrativo che non perde, per questo, di rigore intellettuale. Le ferite di Mauro e quelle di Don Bello si confondono, così, a significare il senso della vulnerabilità umana, che tutti noi abbiamo vissuto negli anni della pandemia: una fragilità che ci riporta a valorizzare il contrario della società competitiva e meritocratica e cioè la società della cura. Una cura verso gli altri che non chiede di esibire punteggi ma si protende a soddisfare il bisogno; e che non chiede alcuna retribuzione, prendendo senso dalla sua gratuità.

La vicenda di Don Bello può inoltre essere utile per uno studioso della meritocrazia per almeno altri due rispetti. Il modo con cui il cristianesimo di Don Bello tratta i temi “antimeritocratici”, danno ragione a chi, come Luigino Bruni, fornisce da anni un’interpretazione complessa del rapporto fra religione e meritocrazia. Anche nel suo utlimo libro (La civiltà della cicogna. Un’indagine storico-teologica alle radici della meritocrazia, Edizioni Sanpino, 2022) Bruni sottolinea come da un lato la meritocrazia sia la nuova religione della società neo-capitalistica, volta a giustificare le diseguaglianze e che della sua visione “retributiva” è debitrice anche alla tradizione cristiana. Ma dall’altro che gli aspetti retributivi sono residuati nella tradizione monoteistica da influssi precedenti, mentre la lettera più profonda della Bibbia e del Vangelo è chiaramente antimeritocratica, dal libro di Giobbe alla parabola della vigna a quella del figliol prodigo. Nella tradizione cristiana l’elemento retributivo della salvezza contrappone Sant’Agostino al pelagianesimo, la cui prospettiva trova sfocio nella stessa vendita delle indulgenze. Michael Sandel (La tirannia del merito. Perché viviamo in una società di vincitori e di perdenti, Feltrinelli, 2021) sottolinea del resto come nello stesso protestantesimo la ricerca calvinistica della conferma della grazia nel successo terreno capovolge la dottrina luterana (antimeritocratica) della predestinazione. Papa Francesco ha del resto le idee chiare su queste questioni e – come lo stesso Mauro ricorda – ha affermato con lettere di fuoco come la meritocrazia sia oggi un dispositivo che serve a deresponsabilizzare i soggetti dal disagio degli altri, colpevolizzando la povertà.

L’altro aspetto interessante delle pagine di Mauro è il fatto che quasi tutti gli scritti di Don Bello sono degli anni ottanta o dei primi anni Novanta (Don Bello muore nell’aprile del 1993). La sua riflessione non è quindi legata alla deriva neo-liberista dispiegatasi con la seconda repubblica a partire dalla scesa in campo berlusconiana, bensì nell’epoca, sia pur più declinante, della prima repubblica, con tutti suoi ancoraggi e le sue protezioni. E tuttavia ciò dimostra come i semi dei problemi attuali stessero già nell’age d’or, in cui germina l’etica che Don Bello definisce del sorpasso (si pensi proprio al film di Dino Risi). Un Welfare poco partecipato e legato ad una cultura consumistico-edonistica (Don Bello cita del resto anche Pasolini) si accompagnava ad un fordismo produttivistico che nella fase postfordista si sarebbe come liquefatto ma tutt’altro che assorbito: senza mutare, cioè, i suoi caratteri tendenzialmente competitivi, su cui infatti aveva ragionato Michael Young, l’inventore della parola meritocrazia (L’avvento della meritocrazia, 1958). L’egemonia stava cambiando proprio in quegli anni, annunciando che la tensione della politica e della cultura ad adeguare la realtà sociale alla lettera della costituzione, foriera, fra anni sessanta e settanta, di una stagione piena di speranze, si sarebbe presto spenta quasi del tutto.

 

Il testo, con lievissime modifiche, riprende la prefazione al libro di Enrico Mauro “Contro la società del sorpasso” pubblicata su Repubblica Bari il 18 gennaio 2024.

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