Il 7 luglio scorso i senatori di Forza Italia hanno presentato un disegno di legge intitolato “disposizioni in materia di reddito di merito e di incentivo per l’eccellenza per studenti meritevoli”: un “reddito di merito” mensile fra le 500 e le 1000 euro agli studenti considerando – con criteri molto selettivi – il voto del diploma e della triennale, la media ponderata dei voti, il conseguimento dei crediti, la regolarità del percorso degli studi e l’obbligo di partecipare a percorsi formativi e professionalizzanti. Tale reddito, che  non terrebbe conto della condizione economica dello studente, è una sorta di premio per il privilegio. È più meritevole lo studente che studia la notte, si cucina e si lava i panni da fuori sede e non ha nessun laureato in famiglia, conseguendo la media del 26, oppure il figlio di papà titolato che ha tutti trenta e potrà assommare alla paghetta mensile quella del governo? L’articolo 34 della Costituzione parla della necessità di garantire ai “capaci e meritevoli” i gradi più alti dell’istruzione, ma specificando: “anche se privi di mezzi”. L’articolo 34 va infatti incrociato con l’articolo 3 (“è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini”). Ma le forze di governo, come si sa, non amano la Costituzione.

Il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana recita che  “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Contro questo principio cardine del costituzionalismo democratico del secondo dopoguerra, il 7 luglio scorso i senatori di Forza Italia hanno presentato un disegno di legge intitolato “disposizioni in materia di reddito di merito e di incentivo per l’eccellenza per studenti meritevoli”. La richiesta è di predisporre un “reddito di merito” mensile fra le 500 e le 1000 euro agli studenti considerando – con criteri molto selettivi – il voto del diploma e della triennale, la media ponderata dei voti, il conseguimento dei crediti, la regolarità del percorso degli studi e l’obbligo di partecipare a percorsi formativi e professionalizzanti. Tale reddito si aggiungerebbe alle borse di studio erogate  sulla base della condizione economica dello studente e dunque non terrebbe conto di quest’ultima. Il fine – dichiara la premessa al disegno di legge –  sarebbe quello di “rafforzare il sistema accademico”, “valorizzare il capitale umano” e rimuovere gli ostacoli che determinano la “fuga dei cervelli”. Il contributo sarebbe destinato a coprire i costi della vita universitaria come affitto, trasporti, libri, materiali di studio. Questa proposta si ispira ad analoghi provvedimenti già in via di attuazione nella regione Calabria (Presidente Occhiuto di Forza Italia) e in discussione al Consiglio regionale siciliano, sempre su iniziativa di Forza Italia.

É improbabile che se ne veda l’attuazione, almeno in questa legislatura. Tuttavia è eclatante come i senatori post-berlusconiani non si siano posti il problema dei punti di partenza dei soggetti, così come avevano fatto i costituenti. Questa misura, lungi dal rimuovere gli ostacoli che impediscono agli studenti di rimanere sul territorio a spendere i propri titoli, prefigura una sorta di premio per il privilegio. Innumerevoli studi e statistiche mostrano l’incidenza sui risultati scolastici ed universitari del livello economico e culturale della famiglia di origine. Predisporre un reddito sulla base dei risultati scolastici e universitari, in un quadro sociale così segnato dalla diseguaglianza, significa rinforzare non il diritto allo studio, bensì l’élite: incrementare, cioè, i vantaggi della maggior parte dei beneficiati che in genere dispongono già del sostegno dei familiari. Nessun premio andrebbe invece, ad esempio, agli studenti (e sto pensando a persone in carne ed ossa) che dovendo lavorare regolarmente per mantenersi agli studi non possono raggiungere le medie del 28-30. È più meritevole lo studente che studia la notte, si cucina e si lava i panni da fuori sede e non ha nessun laureato in famiglia, conseguendo la media del 26, oppure il figlio di papà titolato che ha tutti trenta e potrà assommare alla paghetta mensile quella del governo? E se uno studente con media alta si ammala o contrae la depressione e perde il passo, che succede? Perde il reddito? Non si minaccerebbe la solidarietà fra i colleghi, dividendoli fra bravi-ricchi e scarsi-poveri?

Pierre Bourdieu ha spiegato a tutti come i risultati scolastici e universitari per la maggior parte non dipendano dal merito di chi li consegue, ma siano la conferma di una pregressa situazione di privilegio, mentre i cattivi voti vadano viceversa a legittimare l’inferiorità degli altri, senza bisogno (quando va bene) di fare appello all’ereditarietà dell’intelligenza. Con altri strumenti, in Italia, idee affini le aveva rese familiari Don Milani. È vero che l’articolo 34 della Costituzione parla della necessità di garantire ai “capaci e meritevoli” i gradi più alti dell’istruzione, ma specificando: “anche se privi di mezzi”. I padri della Repubblica attingevano alle critiche dei socialisti e di Gramsci al classismo di Gentile: il fine era consentire ai “meritevoli” dei ceti sociali meno abbienti di accedere all’istruzione superiore. L’articolo 34 va infatti incrociato con l’articolo 3. Ma le forze di governo, come si sa, non amano la Costituzione.

(Pubblicato su Il Manifesto)