I rischi di ridimensionamento dell’università e della ricerca è il titolo dell’inziativa svoltasi il 16 dicembre 2025 all’Università per Stranieri di Siena. Al centro della discussione i tagli del fondo di finanziamento ordinario delle università, la riforma del preruolo, e il documento firmato da 122 società scientifiche di denuncia delle politiche del governo Meloni su università e ricerca (disponibile qui). Pubblichiamo l’intervento di Redazione Roars.
Come direbbe Crozza è con “viva e vibrante soddisfazione” che finalmente vediamo le società scientifiche prendere posizione sulla riduzione delle risorse per le università.
Non possiamo però non domandarci e domandarvi dove eravate gli scorsi quindici anni quando l’università italiana è stata sottoposta alla cura devastante iniziata con la riforma Gelmini e completata dai provvedimenti rigorosamente bipartisan degli anni successivi: riforma della governance, pervasiva presenza di ANVUR, FFO premiale, dipartimenti di eccellenza, indicatori bibliometrici per l’ASN. Tutto questo è avvenuto in concomitanza con la riduzione progressiva del FFO. E con il silenzio se non l’aperta condivisione da parte delle società scientifiche e della comunità accademica.
Visto però che adesso tutti condividiamo che la riduzione del finanziamento è un problema, possiamo aggiungere qualche elemento di riflessione.
Il primo riguarda le modalità di distribuzione delle risorse. La quota premiale (passata dal 7% al 30% del FFO), del FFO viene ripartita sulla base di indicatori di performance nella ricerca e, parzialmente, nella didattica. La logica è che le università debbano competere per assicurarsi fette più grandi della torta.
L’arena della competizione è la VQR. Nel 2016, il governo di Renzi, ministra del MIUR Valeria Fedeli, aumentò il FFO e allo stesso tempo creò la “gara” per i dipartimenti di eccellenza.
Il risultato è stato la “compressione selettiva e cumulativa” dell’università (Gianfranco Viesti). Le divergenze non si sono realizzate tanto tra aree territoriali, ma tra un nucleo di atenei forti (politecnici MiTO, Padova, Torino, Trento, Sant’Anna, Sapienza, Federico II) e atenei deboli. Il PNRR, con i soldi alle università assegnati con meccanismi all’apparenza competitivi, ha rafforzato l’effetto cumulativo.
L’idea di fondo, bipartisan, è la creazione di università di eccellenza e università di serie B.
Ecco su questo, non ci pare di aver letto prese di posizione della CRUI o delle società scientifiche. I rettori erano intenti a fare i ‘datori di lavoro’ e minimizzare i danni dello sciopero dei docenti nella seconda VQR. Le società scientifiche erano occupate a difendere le proprie posizioni nei comitati ristretti che decidevano le regole della VQR e a giocare la VQR.
Secondo punto di riflessione. La precarizzazione del personale universitario. Tra 2011 e 2020 il numero totale di docenti e ricercatori è rimasto lo stesso, ma il personale a tempo indeterminato è stato sostituito con personale con contratti a tempo determinato. Il PNRR ha esasperato la presenza di personale a tempo determinato. Al 31 dicembre 2023, RTDA (9222) e assegnisti (15891) rappresentavano il 30% del personale universitario (79.905).
Allo stesso tempo, si verificava la “fuga dei cervelli”. Secondo l’ISTAT il numero di laureati tra i 25 e i 34 anni che ha lasciato il paese è sestuplicato tra 2012 e 2020, passando da oltre 5 mila a quasi 35 mila.
Nel frattempo, si è assistito ad una crescente gerarchizzazione dei ruoli accademici. L’esercito di dottorandi, assegnisti e precari della ricerca dipende sempre più dal principal investigator di riferimento. Le carriere sono infatti rigidamente determinate all’interno di settori disciplinari, dove i vincitori di un decennio di competizione post-gelmini, di fatto, governano direttamente o indirettamente l’abilitazione scientifica nazionale ed i concorsi locali.
Ecco, non ci pare di aver letto prese di posizione delle società scientifiche e tantomeno dei rettori su questo progressivo peggioramento delle condizioni di lavoro e di carriera nelle università.
Adesso arriva il jobs act della ricerca (DDL1240), la cassetta degli attrezzi come chiama il provvedimento la ministra. E arriva il plauso dei rettori che vedono la possibilità di ridurre il costo del lavoro. E arriva il plauso anche del CUN. Tutta la comunità accademica appare felice di scaricare i costi sulla parte più debole del sistema universitario. La CRUI addirittura suggerisce suggerire al legislatore e al governo interventi peggiorativi, per flessibilizzare ulteriormente remunerazioni e uso dei precari nella didattica.
Davvero l’unico punto critico del provvedimento DDL1240, come si legge nel documento delle società scientifiche, è la mancanza di ‘concorsi pubblici’ per i ‘professori aggiunti’?
Terzo e ultimo spunto di riflessione. Nel documento delle società scientifiche si parla di “preoccupanti segnali di ritorno indietro” sul piano della qualità della ricerca, in particolare sul tema del reclutamento. Ci pare che l’idea sottostante condivisa sia che un quindicennio di cura ANVUR “ha fatto bene” all’università italiana.
Suggeriamo alle società scientifiche di riflettere con attenzione su quello che si ricava da dati che evidentemente non circolano a sufficienza nell’autoreferenziale mondo universitario italiano.
Come è ben noto, la ASN ha creato un sistema di carriere che nei ‘settori bibliometrici’ dipendono dalla quantità di pubblicazioni fatte e dalle citazioni ricevute, e nei settori non-bibliometrici dalla quantità di pubblicazioni, e, in particolare, da quelle apparse su riviste classificate da ANVUR come “Fascia A”.
Il sistema della ricerca italiano si è velocemente adattato alle nuove regole.
C’è un fenomeno emergente di doping delle citazioni che rende l’Italia più simile a paesi come Arabia Saudita, Egitto, Iran, Federazione Russia, Ucraina etc. che a Francia, Germania o Spagna.
Ci sono poi altri fenomeni di aggiramento delle regole dell’abilitazione scientifica nazionale come: le autorialità di comodo; la partecipazione di autori italiani agli articoli prodotti in giro per il mondo da paper mills; la pubblicazione favorita da revisioni false o di comodo (siamo un paese specializzato in articoli ritrattati per fake peer review); le pubblicazioni su riviste ‘predatorie’; la scalata di ricercatori italiani nel ruolo di editor in chief ed editor in riviste ‘quasi-predatorie; il controllo delle pubblicazioni sulle riviste di fascia A.
Siamo davvero sicuri che in questi anni la qualità della ricerca italiana sia stata promossa dai meccanismi di reclutamento e progressione di carriera? E che la valutazione abbia fatto bene all’università?
Concludiamo. Nel 2010 per migliorare quantità e qualità dell’università italiana sarebbe probabilmente stato sufficiente aumentare le risorse.
Adesso per invertire la rotta aumentare le risorse non basta più. C’è bisogno di smontare i meccanismi in atto. C’è bisogno di liberare i precari della ricerca dal ricatto della precarietà e dei loro principal investigator. C’è bisogno di ridurre la concentrazione del potere accademico nelle mani degli ordinari. C’è bisogno soprattutto di liberare l’università dalla macchina della valutazione di stato.
Crediamo che aumentare le risorse senza cambiare lo stato delle cose potrà forse far sopravvivere il sistema, ma non contribuirà a migliorare lo stato di salute della ricerca italiana.

