Fin dal mio ingresso nell’università come studente (era la calda fine degli anni ’60), poi come docente e responsabile di dipartimento e di facoltà, sono stato uno strenuo difensore dell’università ‘pubblica’ contro l’invasione dei ‘privati’ (mi riferisco qui ad aziende o associazioni convenzionate, non ad altri atenei non statali).
Il rapporto fra i potenziali partner dev’essere reso trasparente, controllato, soprattutto aperto ad una distribuzione degli “utili” a tutta la comunità accademica: una ripartizione che sia programmata in via regolamentare e che torni a beneficio di tutti, anche delle categorie di personale – docenti, amministrativi, studenti – che non partecipano direttamente alle convenzioni esterne perché appartenenti a settori in cui queste convenzioni sono poco fattibili. Ma proprio dalla ripartizione generalizzata degli utili delle convenzioni stipulate nell’ateneo tutti gli ambiti possono avere ricadute benefiche, in termini di finanziamenti per ricerca o per posti, in periodi di vacche magre (anzi quasi stecchite).