#STOPVQR / Lettere

Stop VQR. Tre ragioni per una firma

Uno strumento potenzialmente letale per la VQR:  chiedere ai colleghi che fanno parte dei GEV di non continuare a sostenere con la loro collaborazione un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze, dichiarando al tempo stesso la propria indisponibilità a svolgere il ruolo di revisori. Per farlo basta firmare sul sito http://firmiamo.org/stopvqr/. È facile comprendere che la VQR finirebbe nel momento stesso in cui i GEV si ritrovassero senza “esperti” e, in particolare nei settori non bibliometrici, non ci fossero più giudici ai quali inviare i “prodotti”. Ci sono almeno tre ragioni per firmare: (i) nessuno può usare l’argomento del danno alla propria università, al proprio dipartimento, alla propria posizione personale, (ii) che questo governo non abbia la minima intenzione di modificare la politica universitaria è testimoniato dalle cosiddette “cattedre del merito”, dalle briciole sparse qua e là nelle voragini aperte dal processo di definanziamento dell’università, dal decreto legge a favore dell’IIT di Genova, ma anche dalla (non) risposta alla questione sollevata intorno agli scatti di anzianità; (iii) la consapevolezza che di fronte all’inerzia delle istituzioni solo con una forte spinta “dal basso” si potrà produrre un cambiamento.

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo la seguente lettera di Stefano Semplici

È attivo, dal 7 gennaio, il sito http://firmiamo.org/stopvqr/. La proposta è molto semplice: si tratta di chiedere ai colleghi che fanno parte dei GEV di non continuare a sostenere con la loro collaborazione un esercizio di valutazione del quale è sempre più difficile accettare anche solo come “male minore” modi, obiettivi e conseguenze, dichiarando al tempo stesso la propria indisponibilità a svolgere il ruolo di revisori. Non è una nuova iniziativa che si aggiunge a quelle di questi mesi, ma la naturale prosecuzione dell’impegno che molti di noi hanno scelto per difendere un’idea di università e di comunità scientifica che sta morendo. Ed è facile comprendere che si tratta di uno strumento potenzialmente letale per la VQR, che finirebbe nel momento stesso in cui i GEV si ritrovassero senza “esperti” e, in particolare nei settori non bibliometrici, non ci fossero più giudici ai quali inviare i “prodotti”. Credo – e naturalmente spero – che anche coloro che si sono dimostrati finora timidi e incerti, pur dichiarando di non condividere la cultura di “questa” VQR, possano riconoscere la validità di almeno tre ragioni per firmare:

  • Nessuno può usare l’argomento del danno alla propria università, al proprio dipartimento, alla propria posizione personale, ampiamente brandito contro altre iniziative, che restano in campo e il cui effetto si “somma” a quello che si può raggiungere con questa firma. L’efficacia è alta, i rischi e dunque anche il potere di moral suasion dei responsabili delle istituzioni minimi.
  • L’approvazione della legge di stabilità ha confermato – ammesso che ci fosse ancora qualcuno disposto a dubitarne – che questo governo non ha la minima intenzione di modificare in modo sostanziale la politica universitaria di questi ultimi anni. Scelte come quelle sulle cosiddette cattedre del merito, sulle briciole sparse qua e là nelle voragini aperte dal processo di definanziamento dell’università, sul decreto legge a favore dell’IIT di Genova, ma anche sulla risposta da dare alla questione sollevata intorno agli scatti di anzianità, sono destinate a produrre nuova confusione e nuove umiliazioni. Molti sentono ormai la protesta come un dovere morale. La protesta contro la VQR è un segnale fortissimo nei confronti del decisore politico e non sottrae nulla ai nostri doveri e in particolare ai nostri studenti.
  • Il comportamento del CUN e soprattutto della CRUI di fronte alle manifestazioni di disagio che si sono diffuse in questi mesi nelle università italiane dimostra che solo con una forte spinta “dal basso” si potrà produrre un cambiamento. Questa è la vera debolezza della richiesta di “cambiare verso” alla VQR, perché anche dove non c’è la fede nei suoi miracolosi effetti di purificazione e rigenerazione possono bastare la pigrizia e la rassegnazione a paralizzare l’azione. Ma questo è anche il motivo per il quale occorre fare ogni tentativo per non lasciare che sia quella della pigrizia e della rassegnazione l’ultima parola. Nostro potrebbe essere il merito. Nostra – e non del governo, del parlamento o del direttivo dell’ANVUR – sarà in caso contrario la responsabilità.
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36 Comments

  1. Marco Vianello says:

    sinceramente continuo a non capire di cosa si parli

    il quadriennio 2011-2014 viene valutato per la VQR?
    benissimo, ma allora lo si valuti anche per la carriera, si tratta dello stesso periodo di lavoro delle stesse persone!

    la cosa inaccettabile e’ farlo sparire dalla carriera,
    il danno economico per il singolo e’ rilevantissimo, i conti li conosciamo

    personalmente, pur non apprezzando affatto il modo in cui viene condotta la VQR, intendo astenermi non per motivi ideologici ma perche’ chiedo di essere VALUTATO
    per TUTTO

    ho anche gia’ espresso forti dubbi in questo blog sul far ricadere sui valutatori le responsabilita’, la responsabilita’ di fare o non fare qualcosa adesso e’ nostra, di noi docenti

    quello che perderemo adesso, sara’ perso per sempre

  2. Stefano Semplici says:

    Rispondo al collega Resmirandapopulo con il mio nome e cognome, come sono sempre abituato a fare. L’articolo “Noi disobbediamo”, al quale ha poi fatto riferimento una parte della protesta contro la VQR, inizia così:

    “Siamo professori universitari e non abbiamo paura di essere valutati. Perché sono i “capaci e meritevoli” che hanno diritto di raggiungere i gradi più alti delle carriere del sapere, come quelli degli studi (art. 34 della Costituzione). E anche perché sono i soldi dei cittadini a mantenere la libertà della scienza e del suo insegnamento come un bene di tutti e per tutti e non solo per il profitto di pochi. Siamo dunque incondizionatamente favorevoli all’introduzione di tutte le procedure e di tutti gli strumenti che consentano di valorizzare i migliori e di individuare ed eliminare privilegi, inefficienze e tutto ciò che ha compromesso in questi anni la qualità del nostro lavoro e la nostra stessa immagine agli occhi dell’opinione pubblica. La Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) è stata introdotta in Italia con la promessa che si sarebbe finalmente avviato un percorso virtuoso in questa direzione. La conquista di un “posto” non deve essere considerata come l’autorizzazione ad essere i soli giudici di quel che si fa o non si fa, senza che nulla accada neppure quando non si fa nulla. È un obiettivo importante e che non deve essere messo in discussione”.

    A questa conclusione ero peraltro giunto da tempo. In un articolo del 2012 mi ero espresso così sulla richiesta agli studenti di indicare nei questionari di valutazione dei corsi quale fosse la percentuale delle “sue” lezioni che il docente aveva tenuto “personalmente”:
    “Questa nuova sensibilità rappresenta senza dubbio una sana e purtroppo tardiva reazione ai nepotismi, agli abusi e allo spreco di denaro pubblico che hanno pesantemente compromesso l’immagine dell’università e dei suoi professori”. E proseguivo così, giusto per ricordare la missione dimenticata nelle nostre università: “Ciò non giustifica, tuttavia, la scelta di una sistematica sottovalutazione dell’impegno nella didattica. È pericoloso concentrare tutti gli incentivi del sistema, a partire da quelli più importanti, che sono inevitabilmente i criteri per “fare carriera”, su prodotti, libri e articoli, mortificando, magari con il pretesto della loro difficile “misurabilità”, la capacità e la passione per l’insegnamento. Rischiamo in questo modo di premiare solo coloro che passano la loro vita inseguendo l’impact factor, disinteressandosi dell’impatto dei loro comportamenti e del loro esempio sui giovani che dovrebbero formare. Si cominci piuttosto a dire che chi non fa lezione, salvo limitate e motivate eccezioni, vedrà azzerati tutti i punteggi di merito acquisiti sul fronte della ricerca, almeno fino a quando non sarà una legge a stabilire che si può ricevere uno stipendio come professori universitari e insegnare poco e male”.

    Mi scuso con gli amici e i lettori di Roars per la doppia autocitazione. Ma era necessario per rassicurare il collega Resmirandapopulo sul fatto che chi protesta contro QUESTA VQR non lo fa necessariamente per difendere quelli che non producono nulla e non fanno nessuna ricerca. Chiede anzi di più, perché vorrebbe applicare lo stesso rigore al rispetto dei nostri obblighi didattici. Resmirandapopulo ce la fa a riscrivere così l’ultima frase del suo intervento?

    Ce lo faccia sapere. Ci faccia sapere se, anziché parlare di altro, intende affrontare le critiche mosse a QUESTA VQR in nome, oltre che della dignità della didattica, di un diverso modo di intendere il lavoro scientifico e il principio di equità. Ci faccia anche sapere se, una volta verificato che c’è almeno un collega che ha fatto e fa quanto egli richiede(ma può stare sereno: ce ne sono molti di più)intende onorare l’impegno che “forse forse” dice di poter prendere in considerazione: cambiare idea e astenersi dal valutare.

    Credo, infine, che apprezzeremmo anche la sua scelta (se vorrà) di firmarsi con il suo nome e cognome. Per quanto mi riguarda, sarei felice di stringere la mano ad un collega capace di tanto vigore nel denunciare i mali dell’università italiana e le colpe dei suoi professori. E sarebbe più facile cercare insieme le soluzioni migliori.

  3. Pingback: Stefano Semplici, Università di Roma 3, ha lanciato l’iniziativa Stop VQR. Tre ragioni per una firma | www.circoloerreraunipv.it

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