Molti ricercatori hanno preso l’abitudine di depositare i loro lavori nei social network tipo Academia.edu o Researchgate. Questa attività è molto semplice e richiedo poco tempo perché i dati vengono recuperati in qualche modo da qualche fonte nel web, il social network invia continuamente mail richiedendo il caricamento del PDF quando ci sono solo i dati bibliografici e i ricercatori lo fanno volentieri, perché attraverso i social network si è visibili e soprattutto si è connessi alla comunità scientifica di riferimento.

Ma cosa sta dietro a questi social network?

Il caricamento dei pdf in questi strumenti è legale?

E una volta depositati i metadati in uno di questi contenitori posso in qualche modo riutilizzarli?

E quale garanzia ho che i dati depositati siano conservati?

Sono 15 le università italiane che hanno adottato una policy di accesso aperto (tendenzialmente di green open access) ma spesso i ricercatori sono confusi rispetto ai vari strumenti a disposizione per rispondere a queste politiche, in particolare rispetto ai social networks come Academia.edu e Researchgate che stanno ottenendo una grande popolarità per la facilità di utilizzo.

Ciò che sorprende è che tutte le barriere che vengono poste al caricamento dei propri lavori nei repository istituzionali (per la maggior parte delle istituzioni italiane si tratta di IRIS) in adempimento alle policy di ateneo, non sussistono quando Researchgate o Academia.edu invia una mail chiedendo il caricamento di un articolo o un capitolo sui loro siti, anzi a volte i ricercatori caricano il full-text dei loro lavori automaticamente.

Eppure se si consulta il sito Sherpa Romeo che censisce le politiche dei maggiori editori internazionali e dei loro journals, nelle clausole legate al deposito degli articoli in open access si parla sempre di sito personale dell’autore, sito dell’istituzione, repository disciplinare o institutional respository. Da nessuna parte sta scritto che è autorizzato il caricamente del full-text (per di più nella versione editoriale) sui social network. Due bibliotecari dell’università di California – Katie Fortney e Justin Gonder – hanno scritto un utile testo esplicativo dal titolo: A social networking site is non an open access repository, in cui si spiegano le differenze fra social networks e institutional repositories ben riassunte da Maria Chiara Pievatolo qui.

Nelle liste di discussione, anche in quella italiana, si è avviato un dibattito vivace su queste tematiche, in particolar modo rispetto al fatto che i ricercatori percepiscono il repository istituzionale con un certo fastidio perché i dati da inserire sono molti (anche se in molti respositories è attiva la possibilità di import da banche dati esterne) e perché in questo caso i diritti ceduti sembrano avere quella importanza che non avevano minimamente al momento del caricamento nel social network.

Se i due bibliotecari della università di California mettono in risalto le caratteristiche tecniche dei social networks rispetto a quelle dei repositories istituzionali,  un ricercatore dell’università di Amsterdam, Guy Geltner, ha postato nel suo blog una serie di riflessioni fatte da utente di entrambi gli strumenti in un  interessante e provocatorio post dal titolo Upon leaving Academia.edu.

Non si nega ovviamente l’importanza e la flessibilità di  strumenti quali i social network, tuttavia è necessario pensare ad un loro uso corretto (potrebbe essere il link al repository istituzionale per il recupero del PDF?), così come ad una evoluzione dei repository più “amichevole”.

 

 

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18 Commenti

  1. Ecco. Mi sono sempre chiesta infatti come sia possibile che tanti carichino i loro full-text su ResearchGate, social diffusissimo e raccomandatissimo anche dai colleghi, nella ricerca di citazioni e popolarità, con “leggerezza”, quando invece si violano le policy dell’editor, firmate nel momento della trasmissione dei diritti. E come mai tutto questo avvenga di continuo, alla luce del sole. E cosa facciano gli editor.

  2. Tema interessante e complesso.
    Provo a svolgere alcune semplici e provocatorie considerazioni.
    1) Internet, OA rapporti tra stato, comunità scientifica e mercato.
    2) Violazione del copyright.
    3) Etica e progresso.

    1) Internet, OA rapporti tra stato, comunità scientifica e mercato. Ci stiamo accorgendo che nel mondo della scienza in Rete e dell’OA sta accadendo quello che è accaduto già da molto tempo a Internet. Il ruolo degli attori commerciali e del profitto diventa sempre più importante. Non c’era da meravigliarsi. Ma la domanda di fondo è possiamo fare a meno del mercato e del profitto su Internet? Forse sì, ma dovremmo cambiare la nostra società e i suoi fondamenti economici. Oggi scopriamo quasi con meraviglia che Academia.edu vuole fare profitto sulle “nostre” pubblicazioni. Ohibò! Ma non dovevamo prima chiederci se Google rappresenti una delle più importanti porte di accesso ai nostri repositories? E Google agisce per beneficenza? Dunque vanno benissimo la conoscenza, la consapevolezza e lo spirito critico verso i social network scientifici, ma non perdiamo la visione d’insieme.

    2) Violazione del copyright. Academia.edu e ResearchGate sono meno attenti dei repostiories istituzionali al rispetto del copyright. Ma chi è attento al rispetto del copyright? I singoli ricercatori o le istituzioni come le università e le biblioteche? Facile risposta, le seconde perché sono maggiormente integrate nel sistema statale e più esposte. I ricercatori spesso violano il copyright per motivi meschini o per nobili ragioni (v. Aaron Swartz). Un dettaglio: la pratica di scambiarsi i file via email non salva di per sé dalla violazione del copyright. Se l’autore è legato a un contratto che impedisce la distribuzione e la comunicazione, lo scambio via email è violazione del copyright. L’unica differenza rispetto a uno scambio su un social network è nel fatto che lo scambio è meno visibile.

    3) Etica e progresso. In questa storia abbiamo fatto un’altra scoperta clamorosa. Ohibò!Ohibò! Abbiamo scoperto che molti scienziati pensano più alla propria visibilità e al proprio successo – contemplando con soddisfazione o frustrazione i rankings generati da Academia, RG, SSRN ecc. ecc. – che alla ricerca della verità. Insomma non sono molto diversi da coloro che usano i social networks generalisti per mera vanità. Anzi forse sono peggio (visto quel che si legge su plagio, falsificazione dei dati, reti citazionali costruite ad hoc ecc.). E abbiamo anche scoperto che su Academia.edu & C. gli autori scientifici violano allegramente il copyright, ma magari non sanno nemmeno esattamente cos’è il copyright e magari non sanno chi era Aaron Swartz e non si sognano nemmeno di fare una battaglia pubblica per cambiare la legge sul copyright. Ma allora potremmo approfondire la cosa e chiederci: le università che ospitano i nostri cari repositories istituzionali hanno mai fatto vere battaglie per cambiare in meglio la legge del copyright? E le università cosa stanno facendo sul piano della valutazione, alimentano comportamenti virtuosi, spingono alla cooperazione e alla solidarietà? Non è che abbiamo un’idea “romantica” della comunità scientifica, dei ricercatori e delle istituzioni accademico-scientifiche? La commercializzazione della ricerca scientifica e l’esasperata competizione indotta dall’ideologia imperante sta iniettando massicce dosi di veleno nel mondo scientifico e accademico. Ma il male è antico e profondo. E l’odierna forza di resistenza nulla. Oggi ci accorgiamo che Academia.edu fa “concorrenza sleale” ai nostri cari, bravi, vecchi repositories senza scopo di profitto, ma anche prima dell’ingresso dei social network scientifici nella concorrenza tra OA e canali di pubblicazioni ad accesso chiuso (per profitto) vincevano i secondi. Ma poi potremmo andare anche oltre e chiederci se un domani le università avranno il controllo fisico dei data center che ospitano i repositories istituzionali. In altri termini, non c’è il pericolo che in ragione della “razionalizzazione” e della “spending review” si esternalizzino le infrastrutture che custodiscono i dati scientifici?

    Il rischio maggiore – che ho più volte denunciato pubblicamente – è che nel mondo dell’accesso aperto si ricreino posizioni oligopolistiche, addirittura più forti del passato. C’è il rischio che il pluralismo dei luoghi di comunicazione e di uso pubblico della ragione si riduca.
    Come diceva uno dei cattivi più riusciti della storia del cinema: “infinite cose da fare… e così poco tempo” 😉

  3. Uso Researchgate, e carico i full-text in versione pre-print, ovvero quella inviata per la prima revisione, come da policy editoriale. Carico le versioni post-print solo di quelle riviste che sono open access e gestite da publisher locali. Qualche mio co-autore carica le versioni post-print, ma a me non importa in quanto non sono responsabile della violazione del copyright.
    Devo dire che non mi dispiace Researchgate, soprattutto per la parte sulla repository degli articoli, infatti vedo le statistiche, permette a chi lavora nel mio stesso campo di leggere una versione gratuita del mio articolo, e vedo l’interesse che una mia ricerca genera nella cerchia dei colleghi che mi segue. Inoltre mi mantiene aggiornato sulle pubblicazioni dei colleghi che a mia volta seguo.
    Insomma, mi sembra un esempio di social network utile.
    Ieri mi è arrivata una mail per registrarmi al servizio “My Research Dashboard” (gestita da Elsevier/Scopus) che fornisce statistiche sull’uso dei propri articoli, quasi a voler contrastare il fenomeno di Researchgate.
    Nella repository istituzionale (IRIS) carico invece i pdf definitivi dell’articolo, ma consento la visualizzazione solo agli amministratori del sistema.
    In definitiva, non vedo questo conflitto tra social network e repository istituzionale, in quanto svolgono due funzioni diverse e sono concepite per scopi diversi.

    • Perché non caricare su IRIS anche la versione pre-(o post-)print?

      Questo permetterebbe di avere il PDF dell’editore caricato e protetto e un file disponibile all’accesso pubblico, se permesso.
      Una volta creata la scheda della pubblicazione, caricare un file in più credo che cambi poco la mole di lavoro.

      Oppure c’è qualche impedimento a farlo, per esempio nelle policy di gestione dell’Ateneo?

    • Quoto in toto il collega; trovo ResearchGate un ottimo strumento statistico ed anche io evito di violare i “diritti di autore”. Inoltre, faccio notare che l’IF che calcola RG in funzione dei propri dati è molto simile a quello dato da ISIWEB alla stessa rivista; la cosa interessante è che su RG, hanno IF “presunto” anche riviste che non sono ancora state collocate nel database ISIWEB.

  4. A me pare evidente che questi siti hanno tutti i rischi e difetti che sono insiti in operazioni di business, ma nello stesso tempo, in alcuni campi, funzionano ottimamente per le esigenze della ricerca (che per me significa “per leggere” prima che “per essere letti”: molto materiale che c’e’ in Academia, p.es., e’ altrimenti introvabile, o solo con dispendio assurdo di tempo ed energie).
    I repository istituzionali, invece, sono di solito poco piu’ di una finzione, progettati malissimo, gestiti malissimo, per nulla efficienti né efficaci. Senza offesa per chi li ha messi su, fanno pieta’ e non servono quasi a niente. Se riprogettati con un po’ di testa, svuoterebbero l’esigenza di usare Academia o RG.
    Riguardo al copyright, in una situazione in cui evidentemente ci sono lobby (ormai finanziarie e non editoriali) che lucrano enormemente con la complicita’ soprattutto delle istituzioni europee, un po’ di allegra o superficiale trascuratezza delle regole-capestro e’ secondo me il comportamento piu’ razionale e piu’ lodevole, che puo’ contribuire a un cambiamento di mentalita’ e di norme.

    • Un Ateneo o un ente di ricerca non violerà mai il copyright, perché appunto come dice Roberto Caso maggiormente integrato nel sistema statale e più esposto. Non è da lì che si deve partire, ma da una modifica della legge sul copyright, o da una diversa gestione dei propri diritti nei contratti di edizione (molti hanno cominciato a farlo).
      I social network vanno a pescare i metadati bibliografici da quegli archivi istituzionali che sono “poco più che una finzione”, che sono “progettati malissimo” e che “fanno pena” (mentre l’inverso non è assolutamente possibile: da RG “Users must not misuse the Service. Misuse of the Service includes, without limitation: … automated or massive manual retrieval of other Users’ profile data (‘data harvesting’).”). Poi segue la mail che chiede di fare il caricamento del full-text.
      Cosa vieta di caricare il full-text nell’archivio istituzionale e di mettere un link nel social network?

    • La funzione dell’archivio istituzionale è quella di raccogliere i dati “ufficiali” sulla produzione scientifica del singolo afferente all’ente di ricerca o università ai fini della valutazione, ad esempio per i progetti di ricerca. L’archivio istituzionale non è una biblioteca dove io posso accedere alla produzione scientifica del collega, non è fatto per questo scopo.
      Supponiamo che si decidesse di cambiare, e di usare gli archivi istituzionali come repository, ci sarebbe la grande limitazione che se voglio un articolo di un collega straniero, dovrei cercare il suo contributo nel corrispondente archivio istituzionale, che magari neanche esiste. Oppure dovremmo usare RG come un hub per puntare alle repository istituzionali, quando presenti. Non ha molto senso, preferisco caricare direttamente su RG e rendere disponibile in un unico grande archivio anche la mia produzione scientifica, godendo anche delle statistiche di uso, che una repository istituzionale non potrebbe fornire.
      Ad esempio, nella piccola Slovenia, c’è un archivio istituzionale, dove si limita ad elencare i contributi scientifici dei singoli ricercatori, opportunamente catalogati con tanto di valori bibliometrici. Per caricare un nuovo lavoro, si deve mandare il PDF definitivo (in press non conta) e un addetto si occupa del corretto inserimento. Se devo quindi presentare un progetto, ai fini valutativi vale la produzione certificata dall’archivio istituzionale. Che senso avrebbe appesantire il database Sloveno con i PDF degli articoli? Questi possono essere reperiti direttamente dagli editori (tramite DOI), dalla pagina web del singolo ricercatore oppure dai vari social network e/o repository online (arXiv).
      Per concludere, finora non ho mai firmato un documento di cessione dei diritti che non mi consentisse di pubblicare – dove mi pare – la versione preprint del mio articolo. E mi pare che spedire al collega l’articolo in versione post-print dell’editore non è una violazione del copyright, almeno per Elsevier.
      A tal proposito le linee guida di Elsevier, che non è detto valgano per gli altri editori, sono chiare:
      https://www.elsevier.com/authors/journal-authors/submit-your-paper/sharing-and-promoting-your-article
      .
      Relativamente a RG:
      .
      “On Scholarly Collaboration Network (SCN), such as Mendeley, ResearchGate, Academia.edu

      You can share your preprint, article abstract or a link to your article on commercial sites. Additional sharing options may be available, see http://www.elsevier.com/sharingpolicy.”
      .
      BTW, RG non raccoglie i metadati bibliografici degli articoli dalle repository istituzionali, ma direttamente dagli editori. Quando un mio articolo compare online, dopo due o tre giorni RG mi suggerisce di riconoscere, aggiungere l’articolo appena pubblicato alla mia lista, e infine di approvare la eventuale co-authorship degli altri colleghi già registrati a RG. Questa è fantascienza per una repository istituzionale.

  5. Condivido il giudizio di interessante e complesso sull’ argomento.

    Mi sembra che ci siano almeno tre aspetti complementari della questione: da un lato le problematiche legate alle violazioni di copyrights e/o necessita’ di modificare i termini degli stessi. Dall’ altra i comportamenti e le responsabilita’ dei singoli ricercatori. E il terzo aspetto e’ quello legato alle esigenze dei repository istituzionali.

    Ciascuno dei tre argomenti e’ estremamente complesso, intrecciandosi problematiche di tipo piu’ generale con evidenti interessi economici comntrastanti e peculiarita’ del mondo della riceca scientifica.

    Vorei pero’ fare una riflessione molto parziale e limitata, lo ammetto, dal punto di vista del ricercatore.

    Proviamo a guardare l’ evoluzione del modo di lavorare dalla situazione in circa 50 anni ?

    In passato ci si poteva concentrare sulla propria ricerca dedicando la maggior parte del tempo alla parte “sul campo” e poi alla scrittura dell’ articolo che ne compendiava i risultati in modo standardizzato e compatto. Il tempo dedicato alla comunicazione dei risultati era quindi confinato alla scrittura e alla presentazione del lavoro in congressi.
    La fase di scrittura era limitata alla stesura del *mano*-scritto ed alla selezione di dati per eventuali grafici, disegni, foto. Normalmente in un istituto di ricerca c’era personale dedicato alla trascrizione del manoscritto in formato leggibile (dattilografato), personale che traduceva le eventuali indicazioni e dati in grafici professionali e una segreteria che curava l’ invio alla rivista. Dopo l’ accettazione, la rivista con proprio personale curava la composizione tipografica del lavoro (e questo giustificava il pagamento di una fee per la pubblicazione). La “pubblicita’” al lavoro avveniva mediante invio (effettuato da personale amministrativo dell’ istituto di ricerca) di pre-print cartacei agli istituti piu’ importanti per il settore.
    In questo mondo del tempo che fu, la produttivita’ di un ricercatore era valutata non solo sulla base di articoli pubblicati su riviste ma anche da “report interni” che spesso viaggiavano anche all’ esterno allo stesso modo dei preprints.
    .
    Come e’ cambiato il modo di lavorare in mezzo secolo ?
    A parte la pressione infinitamente maggiore a pubblicare, c’e’ stato un progressivo spostamento del carico di lavoro legato alla pubblicazione sull’ autore.
    Oggi l’ autore invia alla rivista dei file che consentono a chi pubblica di risparmiare un’ enorme quantita’ di tempo nella produzione editoriale. Formule e figure sono ormai preparate direttamente dall’ autore con strumenti software che sicuramente riducono i tempi necessari alla preparazione ma non li annullano. Pertanto c’e’ stato uno scaricare costi editoriali sull’ autore. Ma anche la fase di pubblicita’ del lavoro adesso tende a ricadere sull’ autore. E quello che disturba e’ la ridondanza che tende a crearsi.
    Come fisico, ho visto il nascere di un sistema di repository pubblico come ArXiV. Abbastanza agile come utilizzo. Poi arriva il repository istituzionale: un’ orgia di metadati da immettere attraverso interfacce abbastanza mal fatte. Ci si aggiungono i social network specializzati che hanno modalita’ molto piu’ leggere di utilizzo e soprattutto danno un feedback che nessun repository isituzionale da’, ma non ce n’e’ uno solo. Tutto questo fa aumentare anche il tempo da dedicare alla “pubblicita’ del lavoro. E, last but not least, le regole editoriali delle riviste sull’ utilizzo delle varie versioni pre- e post-print cambiano da un anno all’ altro e da una rivisa all’ altra. Se uno vuole cercare di adeguarsi alle regole, altro tempo da passare a leggere *per ogni rivita* cosa e’ consentito e cosa no.
    .
    Si possono fare molte considerazionisu questa descrizione. Ma forse, prendendo un po’ di distanze dalle questioni di dettaglio, la domanda principale che sarebbe il caso di porsi e’ se e’ sensato ed economicamente ragionevole (dal punto di vista del massimizzare l’attivita’ di ricerca scientifica) questo carico crescente sugli autori.

    Forse la risposta potrebbe dare indicazioni anche su tutte le altre questioni.

  6. Belardo: La funzione dell’archivio istituzionale è quella di raccogliere i dati “ufficiali” sulla produzione scientifica del singolo afferente all’ente di ricerca o università ai fini della valutazione, ad esempio per i progetti di ricerca.
    La funzione dell’archivio istituzionale è quella di raccogliere dati e testi pieni della produzione scientifica del singolo afferente ai fini della valutazione, disseminazione, promozione, cisibilità ecc.
    Ogni grande ateneo dispone di un archivio istituzionale così come la EC dispone di un archivio istituzionale (Zenodo) dove possono essere caricati i dati di chi non ne ha uno.
    I social network raccolgono i dati direttamente dal web non direttamente dagli editori (altrimenti gran parte della produzione degli umanisti non si recupererebbe)

    Belardo: dopo due o tre giorni RG mi suggerisce di riconoscere, aggiungere l’articolo appena pubblicato alla mia lista, e infine di approvare la eventuale co-authorship degli altri colleghi già registrati a RG. Questa è fantascienza per una repository istituzionale.

    Non è tanto fantascienza, ma il prossimo passo. Altrimenti perché avete fatto l’orcid?

    • Galimberti scrive:
      “La funzione dell’archivio istituzionale è quella di raccogliere dati e testi pieni della produzione scientifica del singolo afferente ai fini della valutazione, disseminazione, promozione, cisibilità ecc.
      Ogni grande ateneo dispone di un archivio istituzionale così come la EC dispone di un archivio istituzionale (Zenodo) dove possono essere caricati i dati di chi non ne ha uno.”

      La funzione dell’archivio istituzionale è di certificare la produzione scientifica, non di fare una biblioteca, altrimenti sarebbero concepiti diversamente. Io su IRIS carico il file post-print, limitando la visione al solo amministratore, per validare il mio contributo. Potrei anche caricare il pre-print, ma non lo faccio perché mi sembra inutile. Ma chi è cerca un mio lavoro su IRIS? Magari poi si scopre pure che i motori di ricerca non possono memorizzare le pagine di IRIS.
      Che ogni grande ateneo italiano disponga di un archivio istituzionale è vero, ma ho già evidenziato che non vale per l’estero.
      Cosa rende Zenodo differente da ArXiv o Researchgate? Il CERN è più safe degli altri?
      ————-
      Galimberti scrive:
      “I social network raccolgono i dati direttamente dal web non direttamente dagli editori (altrimenti gran parte della produzione degli umanisti non si recupererebbe)”.

      E infatti quando una mia ricerca viene pubblicata nel web dall’Editore, RG ne acquisisce i dati e li confronta col proprio database di autori. Mica intendevo che RG ha un rapporto esclusivo con Elsevier, Springer, etc.
      Quello che contesto è che RG si serva degli archivi istituzionali; secondo me RG non ne conosce nemmeno l’esistenza di tali pseudo-repository.
      —————
      Galimberti scrive:
      “Non è tanto fantascienza, ma il prossimo passo. Altrimenti perché avete fatto l’orcid?”

      Ho aderito a ORCID due-tre anni fa, per sincronizzare i lavori censiti da WoS con quelli di Scopus in un unico database. Inoltre adesso quando pubblico su Taylor & Francis vedo che accanto al mio nome compare l’ORCID. Spero che altri publisher seguano l’esempio, così da risolvere definitivamente i problemi legati all’omonimia e allo storpiamento dei nomi.
      Ad ogni modo, praticamente tutti i miei coautori -stranieri- hanno il loro profilo su RG e posso confermarne lo status di coautori, mentre – nessuno – di loro si è voluto aprire l’account ORCID. In fondo, ORCID da chi è gestito? Da chi è riconosciuto? Per me ha la stessa valenza di Researcher-ID o Scopus Author-ID.

  7. E’ vero, penso che pochi si siano posti seriamente il problema di cosa siano quei depositi per la ricerca, chi li gestisca, cosa garantiscano e cosa no eccetera. Questo è un problema. Però, attenzione: non vanno visti come antagonisti ai repositories istituzionali. Anche qui è vero: si potrebbero mettere link alle versioni presenti nei repositories istituzionali, anziché caricare direttamente i full text. E c’è anche chi lo fa, specie per quel che viene pubblicato dalle university press in accesso aperto, non per maggiore visiblità del prodotto, ma del repository ad accesso aperto. Però questo non risolve il problema di fondo: quei social rispondono a un’esigenza di circolazione e visibilità che è molto più immediata e diretta di quella che si ottiene dai repositories istituzionali. Soddisfano una domanda: così funzionano le cose. Altrimenti non avrebbero avuto il successo che hanno avuto. NOn solo, c’è di più. Non penso che la gente sia tanto sciocca da mettere nei social prodotti sotto embargo. Se però lo fa, saranno i portatori d’interesse a chiedere la rimozione. Tanto di guadagnato. Diversamente, si sarà ottenuta di fatto una circolazione più ampia di quanto ci sarebbe stata rispettando embarghi e monopoli. Inoltre, c’è tutta una gamma di pubblicazioni che difficilmente si possono definire sotto embargo o tantomeno ad accesso libero. Articoli, saggi, monografie, volumi collettanei vecchi di qualche o molti anni, che giacciono inerti in biblioteche o magazzini, ma che mantengono tutta la loro validità per le discipline socio-umanistiche, possono trovare una circolazione inaspettata e utilissima. Nulla vieta che la trovino anche attraverso i repositories. L’importante è che la trovino. E va benissimo che forzino situazioni in cui chi eventualmente rivendicherebbe il controllo sulla circolazione di quei prodotti – editori – non farebbe che dimostrare di non avere per nulla a cuore la disseminazione della scienza, ma solo la difesa – per la verità ottusa – del proprio ruolo, dato che di interessi materiali non si parla nemmeno. Alla fine dovrebbe prevalere la volontà dell’autore di fare ciò che ritiene per la massima circolazione dei propri contributi, cosa che alla fine coincide le esigenze dei repositories, una volta che questi ultimi abbiano soddisfatto il rispetto della normativa a cui sono tenuti. Ma quello che i repositories non possono fare, possono i social, anche forzando moderatamente i confini: in fondo ogni progresso è avvenuto forzando i confini, più o meno moderatamente.

  8. […] Il dibattito internazionale sugli indicatori bibliometrici non è tenero nei confronti dell’Impact Factor. E nemmeno lo è Bernard Rentier, biologo e virologo, rettore dell’università di Liegi dal 2005 al 2014, che ha pubblicato nel suo blog i risultati di una analisi fatta sulle citazioni del 2014 ad articoli pubblicati su Nature nel 2012 e nel 2013 (Impact factor: un “imposter factor”, secondo Bernard Rentier). Molti ricercatori hanno preso l’abitudine di depositare i loro lavori nei social network tipo Academia.edu o Researchgate. A tale proposito, segnaliamo un utile testo esplicativo dal titolo: A social networking site is non an open access repository, in cui si spiegano le differenze fra social networks e institutional repositories (Social networks vs. Institutional repositories). […]

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