Nonostante le dichiarazioni (e le conseguenti azioni) della UE in merito all’accesso aperto, nonostante le leggi a sostegno dell’accesso aperto promosse in molti paesi, nonostante le politiche a sostegno dell’accesso aperto degli enti finanziatori della ricerca, e nonostante il principio che la ricerca finanziata con fondi pubblici debba essere pubblicamente accessibile a tutti, sono ancora molti i pregiudizi rispetto a questa modalità di disseminazione dei contributi scientifici, i primi dei quali provengono proprio dalle comunità scientifiche stesse. Riprendendo liberamente un bell’articolo di Peter Suber apparso sul Guardian di un paio di anni fa, ma purtroppo ancora attualissimo, cerchiamo di vedere quali sono i principali pregiudizi o falsi miti legati alla pubblicazione ad accesso aperto.

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  • L’unica modalità di garantire l’accesso aperto agli articoli peer reviewed è quella di pubblicare in riviste Open Access.

Fin dalla nascita del movimento le strade per la realizzazione dell’Open Access sono 2:

La via verde: ripubblicazione in un archivio istituzionale di articoli apparsi in riviste peer reviewed nelle modalità e secondo i tempi previsti dall’editore

La via d’oro: pubblicazione in riviste che hanno come modello di business il pagamento di una fee da parte dell’autore o della sua istituzione, o dell’ente finanziatore della ricerca, affinché l’articolo sia accessibile a tutti

Suber spiega questo falso mito con la scarsa conoscenza (considerazione?) da parte delle comunità scientifiche degli archivi istituzionali la cui diffusione è relativamente recente, soprattutto se la si confronta con la secolare storia delle riviste scientifiche.

La scusa della scarsa conoscenza però comincia a non reggere più. Il Registry of open Access repository contiene più di 250 repository disciplinari e oltre 2600 repository istituzionali. Archivi come arxiv, SSRN o pubmedcentral sono consciuti e utilizzati come strumento di ricerca nella pratica quotidiana dalle relative comunità di riferimento.

Anche le policy delle istituzioni a sostegno dell’Accesso Aperto sono più spesso a sostegno del green più che del gold (se si escludono nazioni come UK e NL dove la scelta fatta dai rispettivi governi è però stata oggetto di ampio dibattito e parecchie critiche).

  • Tutte le riviste Open Access o la maggior parte di esse chiede un pagamento per la pubblicazione

Molte riviste ad Accesso aperto chiedono un pagamento per la pubblicazione degli articoli accettati, ma moltissime altre non richiedono alcun pagamento.

La Directory of Open Access Journal che sta rivedendo tutte le submission pregresse tenendo conto anche della informazione sulle APC (article processing charges) e ASC (article submission charges) registra che circa il 67% delle riviste non chiede alcun pagamento per la pubblicazione. Il che non significa ovviamente che la rivista non costa nulla, ma che si basa in gran parte sulla attività volontaria di redattori e revisori.

Del resto è cosa risaputa che anche le riviste cosiddette toll access (quelle che si possono leggere pagando un abbonamento) fanno pagare delle fee agli autori in caso di pubblicazione di foto o di grafici. Se dunque, come spesso si dice (erroneamente) che le riviste ad Accesso aperto sono di scarsa qualità perché gli autori pagano per essere pubblicati e in un qualche modo ciò inficia il lavoro di peer review lo stesso ragionamento si dovrebbe applicare egualmente anche alle riviste non Open Access che però chiedono un contributo agli autori una volta che gli articoli sono stati accettati.

  • La maggior parte delle fees per la pubblicazione sono pagate dagli autori in prima persona

Uno studio del 2011 ha mostrato come la maggior parte delle fees degli Open Access journals venga pagata dagli enti finanziatori (59%) o dalle istituzioni di appartenenza dei ricercatori (24%) nel caso abbiano stabilito un fondo ad hoc per l’accesso aperto e che solo una piccola parte di ricercatori paga direttamente di tasca propria la pubblicazione dei propri lavori.

  • La pubblicazione in una rivista tradizionale impedisce di rendere il proprio articolo open access

Come dimostra la consultazione del sito Sherpa Romeo che censisce le politiche degli editori rispetto alla via verde, la maggior parte degli editori permette una qualche forma di Accesso aperto. In questo sito sono indicate le politiche dei maggiori editori internazionali rispetto rispetto alla via verde e le condizioni a cui questa è realizzabile (quando? Dove? In quale versione?)

E’ importante sottolineare che gli editori restituiscono agli autori, attraverso le loro politiche, una parte dei diritti che gli autori hanno loro ceduto (nella fattispecie quello di auto archiviazione del lavoro in un archivio istituzionale), ma che ciò non sarebbe necessario se gli autori mantenessero fin dall’inizio il diritto di ripubblicare il proprio lavoro in un archivio istituzionale attraverso, ad esempio, un addendum al contratto di edizione.

Enti finanziatori della ricerca come Wellcome Trust richiedono ai ricercatori di mantenere i diritti di ripubblicazione sui propri lavori http://www.wellcome.ac.uk/About-us/Policy/Spotlight-issues/Open-access/Policy/index.htm.

Le policy di green open access in tutto il mondo prevedono l’archiviazione di una copia dei lavori nella migliore versione possibile negli archivi istituzionali. Molto nota è la policy di Harvard che è stata un modello per molte istituzioni.

  • Le riviste ad Accesso aperto sono sinonimo di riviste di scarsa o nessuna qualità

La qualità di una rivista è direttamente correlata al valore degli autori, degli editor e dei referee, non al modello di business o al modello di accesso ai contenuti, quindi valgono per le riviste open access le stesse regole che per le riviste tradizionali. Troveremo riviste open access che pubblicano articoli falsi con risultati inventati esattamente come troveremo riviste tradizionali che pubblicano articoli falsi con risultati inventati, il problema sta nell’onestà dei ricercatori (autori e revisori) e non nella pubblicazione ad accesso aperto. Troveremo riviste ad Accesso aperto che pubblicano articoli molto citati perché davvero eccellenti e significativi, oppure perché sono delle ottime review, o articoli che non saranno mai citati, esattamente come nelle riviste tradizionali.

  • Le politiche di obbligo di deposito ad accesso aperto contrastano con la libertà accademica

Questo è vero per quanto riguarda la gold road. Se si tiene conto che solo un terzo delle riviste peer reviewed è ad accesso aperto, richiedere ai ricercatori di pubblicare solo in quelle riviste che sono ad accesso aperto rappresenterebbe certamente una limitazione della loro libertà. La via verde è invece compatibile con la pubblicazione in riviste che non sono open access. Di conseguenza le politiche di obbligo di deposito negli archivi istituzionali non limitano la libertà dei ricercatori di pubblicare dove più ritengono opportuno. E’ per questo motivo che tutte le politiche di obbligo di deposito delle università sono green e non gold.

Su regolamenti e policy delle università italiane:

http://wiki.openarchives.it/index.php/Regolamenti_e_Policy_sull%27Open_Access

Per una panoramica sull’Accesso aperto:

http://bit.ly/oa-overview (aggiornato a luglio 2015)

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