Classifiche internazionali

Ricerca italiana tra le più citate. Ma fanno notizia solo le classifiche negative

Questa è una notizia, apparsa sulla rivista Nature, che non è passata sui giornali italiani. La riporto per intero:

Gli Stati Uniti stanno scivolando verso il basso nella classifica della qualità della ricerca, misurata attraverso l’impatto citazionale relativo dei suoi articoli [scientifici]. Questo è quanto viene mostrato da uno studio commissionato dal governo britannico. In particolare, gli analisti della casa editrice Elsevier mostrano che gli Stati Uniti sono stati superati nella classifica (normalizzata per disciplina) dal Regno Unito nel 2006 e dall’Italia nel 2012, anche se gli Stati Uniti rimangono ben avanti in termini di  quota mondiale del top 1% degli articoli più citati.

In pratica significa che il surrogato della misura della qualità della ricerca, rappresentato dal numero di volte che un articolo scientifico è stato citato, per l’Italia ha superato l’analogo indicatore per gli Stati Uniti – fermo restando che quest’ultimi sono avanti quando si considera solo l’1% degli articoli più citati.

Inoltre dallo stesso studio si trova anche che l’efficienza della ricerca italiana è ottima: ad esempio il numero di citazioni ottenute per unità di spesa in ricerca e sviluppo è secondo solo al Regno Unito e pari a quello Canadese, dunque maggiore di Francia, Germania, Usa, ecc. Certamente questo studio si riferisce solo a quei campi che vengono censiti dalle banche dati bibliometriche come Scopus: ma questi includono tutte le discipline tecnico-scientifiche e bio-mediche, dunque si tratta di un dato assolutamente rilevante.

Insomma questo dovrebbe essere un risultato riportato con una certa visibilità: finalmente un settore in cui primeggiamo, addirittura se rapportati agli Usa, oltre che essere sempre avanti nelle classifiche dei paesi più corrotti, ecc. E invece nessuno ne parla: perché? Perché invece appena esce una nuova classifica delle università, in cui notoriamente gli atenei italiani non occupano le prime posizioni, se ne parla su tutti i giornali, il ministro di turno promette interventi drastici per riportare in vita la ricerca e l’accademica italiana, ogni volta additati per la sentina dei vizi nazionali?

In realtà dovrebbe accadere il contrario. Infatti, le classifiche basate sulle citazioni di articoli scientifici riportano un dato piuttosto affidabile poiché confrontano, per macro-insiemi di ricercatori, un indicatore semplice da misurare, in determinate banche dati, e relativamente rilevante. Considerando che inoltre la spesa complessiva per l’istruzione superiore in Italia è un terzo di quella degli Usa (metà della Francia, Germania, ecc.) bisognerebbe riconoscere l’efficienza del sistema, nonostante che i docenti di ruolo siano i più anziani dei paesi sviluppati, che gruppi di pressione possano agire con la complicità della politica e che fenomeni di malcostume siano piuttosto frequenti nella gestione dei ruoli di potere accademico.

 

Invece le classifiche delle università confrontano pere con mele: sono stilate in basi a criteri piuttosto arbitrari, non hanno consistenza scientifica poiché la posizione è calcolata in base ad un mix di parametri del tutto questionabili (dalla produzione scientifica, al numero di studenti per docenti) e soprattutto non tengono conto di un non marginale dettaglio. Per capire quale basti ricordare che nel 2012 le spese operative della sola università di Harvard, frequentata da qualche decina di miglia di studenti, solitamente ai primi posti di queste classifiche, equivalgono al poco meno della metà di tutto il fondo di finanziamento ordinario dell’intera università italiana: il problema non è che Harvard sia prima, il problema ci sarebbe se non lo fosse!

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36 Comments

  1. Pingback: Ricerca italiana tra le più citate. Ma fanno notizia solo le classifiche negative | News Novità Notizie Trita Web

  2. Anche quando si valuta l’attività di ricerca per l’assegnazione di fondi si dovrebbero considerare i PRODOTTI ed i loro indicatori RAPPORTATI alle RISORSE che sono stati utilizzate per ottenerli (numero di persone che ci hanno lavorato, fondi utilizzati, , areee ed apparecchiature a disposizione).
    Assegnare risorse a chi pubblica molto senza considerare quanto ha “speso” per ottenere quelle pubblicazioni non è molto efficiente…

  3. @gap sono assolutamente d’accordo sul fatto che si dovrebbero rapportare i Prodotti alla risorse utilizzate (essenzialmente persone che ci hanno lavorato e fondi pubblici utilizzati/spesi).

    Purtroppo invece succede esattamente il contrario, i gruppi e le università sono considerati tanto più efficienti quanti più finanziamenti spendono…
    Pazienza se poi quei fondi portano a ben pochi risultati scientifici o di qualche impatto.

    E cosa dire della recente abilitazione scientifica nazionale in cui una pubblicazione firmata da 1 autore pesa quanto una pubblicazione firmata da N autori (con N grande a piacere) (sulle stesse riviste quindi dello stesso valore scientifico)?

    • Te lo dico io cosa dire: scandaloso. Però fa comodo a quelli che contano, ovvero i gruppi grossi. Così come fa loro comodo valutare i prodotti della ricerca senza rapportarli alle risorse utilizzate per ottenerli. Non è un bel messaggio che viene dato ai giovani: ammucchiata di autori, spendi e spandi le risorse, acchiappa tutto quel che c’è da prendere tanto non ci sono dei risultati “attesi” per ogni tot. di risorse a disposizione. Per uscire dalla semplice lamentela, si dovrebbe però individuare il “che fare”…

  4. Il fatto che il “numero di citazioni ottenute per unità di spesa” (efficenza) sia alto è cosa buona e giusta. Attenzione all’interpretazione. Questo non implica che se la sapienza spendesse quanto harvard avrebbe una produttività maggiore e che quindi il sistema italia “funziona meglio” del sistema usa…

  5. Pingback: [Reblog]: La performance della ricerca accademica italiana | Io Non Faccio Niente

  6. Certo il fatto che non venga dato risalto a questa notizia è alquanto irritante e spiacevole, ma ancora una volta indice del SENTIERO, con poca visuale e senza panorama sul futuro, scelto per far “riprendere” l´Italia dal collasso economico e sociale. Effettivamente basta guardare a che cosa mira „l´Italia“ per quanto concerne l´istruzione dei suoi giovani. Chi frequenti la televisione italiana si rende conto che il futuro dei giovani va verso „l´agricoltura e la ristorazione“ (sarà la scelta giusta?). Premetto che ritengo entrambe queste due attività lavorative molto importanti e da sostenere, ma altrettanto ritengo che quanto abbiamo/avevamo in termini di preparazione scientifica e umanistica non sia di minore rilevanza. Invece no! Perché fare fatica per andare in un liceo e poi all´Università se poi si è costretti alla disoccupazione o a un lavoro “di qualsiasi genere e mal retribuito” o ancora peggio si è costretti ad emigrare, non attira, a ragione, questa prospettiva.
    Questo articolo che riporto sotto è agghiacciante perché i) dimostra quanto sia manipolabile un popolo e il pensiero dei giovani ii) quanto i giovani attribuiscano alla propria cultura un valore molto basso rispetto al guadagno. Certo la necessità di lavorare risulta assolutamente prioritaria in alcune classi sociali ma non bisogna dimenticare che non dovrebbe esistere solo la possibilità di diventare camerieri e cuochi ma bensì lo stato dovrebbe dare la possibilità di studiare fino ai gradi più alti. Soprattutto i meriti dei nostri ricercatori dovrebbero essere maggiormente evidenziati.
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    Sempre più giovani in Italia sognano di diventare Chef come dimostra l’aumento delle iscrizioni all’istituto alberghiero. (Lorenzo Quilici)
    http://www.serviziocivilemagazine.it/index.php?option=com_content&view=article&id=4320:boom-di-iscrizioni-allistituto-alberghiero&catid=40:protagonismo-giovanile&Itemid=133
    „La congiuntura economica sfavorevole che da tempo colpisce la nostra e molte altre nazioni europee sta avendo risvolti non solo sui tagli alle spese di ogni famiglia, ma anche sulla formazione scolastica. Infatti, negli ultimi anni si registra un boom di iscrizioni agli istituti professionali (dal 2004 al 2012 gli iscritti sono passati da 25mila a 240, recitano fonti del Ministero dell’Istruzione), mentre i licei stanno avendo un calo vertiginoso delle iscrizioni, resta costante nei numeri solo quello linguistico. ….
    Secondo un articolo de “La Nazione” dei giorni scorsi, due teenager su dieci sognano di diventare chef e ben il 70% dei giovani del nostro Paese guardano i programmi tv di cucina. La gioventù di oggi corre sempre più in massa a iscriversi all’alberghiero….“
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    E per tutti quelli che sono disposti a rischiare non perché è facile ma perché è difficile aggiungendo che per fare tutto questo umanisti e scienziati devono camminare insieme ecco ……..

    https://www.youtube.com/watch?v=0uaquGZKx_0#t=202

  7. Michele Costa says:

    Mi permetto di aggiungere una semplice statistica comprensibile anche dai non addetti ai lavori. Premi Nobel vinti da italiani per ricerche compiute prevalentemente in Italia negli ultimi cinquant’anni: zero. Questo nonostante la ricerca italiana sia fra le più citate. Qualcosa non quadra, mi pare.

    • I premi Nobel si giocano su numeri piccoli, dunque la statistica non c’entra nulla. C’entra la politica e il caso Cabibbo ne è un esempio lampante. E il Cern è abbondantemente finanziato dall’Italia. Di nuovo non si vuole sostenere “va tutto bene madama la Marchesa” ma anche dare una falsa rappresentazione della realtà non è utile.

    • I premi Nobel (come le Fields medals in matematica o altri riconoscimenti simili) sono dati non solo alla persona ma anche al sistema paese e noi siamo troppo esperti nell’ arte di Tafazzi. La vicenda Cabibbo e’ stata scandalosa (un membro russo del comitato Nobel si e’ dimesso), ma il nostro paese si era appena reso ridicolo, poiche’ una certa Gabriella Carlucci (ex soubrette di Canale 5), membro della commissione cultura della Camera, si era messa a disquisire contro la nomina del prof. Maiani a presidente CNR, sostenendo che l’autore del meccanismo Glashow-Iliopoulos-Maiani non capiva nulla di fisica delle particelle. Tanto che lo stesso Glashow e’ dovuto intervenire sulla questione in difesa di Maiani, scrivendo una lettera a …Dear Ms Carlucci….
      Un paese che fa queste cose, il Nobel non lo vince perché dimostra di non saper apprezzare il valore dei suoi individui e di essere di fatto una colonia e come tale viene trattato.

  8. Michele Costa says:

    Io do statistiche per dimostrare che la mia squadra è fra le migliori, e qualcuno fa notare che sono cinquant’anni che non vince lo scudetto: per forza sono numeri piccoli, solo una squadra su 20 vince lo scudetto ogni anno! Tirare fuori la politica e Cabibbo è come prendersela con l’arbitro. Un anno va bene, due anche, cinque forse, cinquanta no. Penso sia più intellettualmente onesto chiedersi: che cosa c’è che non va, perchè non vinco lo scudetto da 50 anni? Ecco che cosa potrebbe fare ROARS: aprire un dibattito, su perchè i ricercatori italiani non riescono a vincere premi Nobel. Cosa manca? Va bene, mancano i soldi, lo sappiamo, ma poi? È solo una questione di soldi?

    • E’ intellettualmente disonesto chi da una versione distorta del problema: bisogna preoccuparsi maggiormente della qualita’ media del sistema piuttosto che di qualche eccellenza che puo’ vincere o non vincere il premio Nobel anche per motivi che vanno oltre la qualita’ scientifica. Se proprio si vuole fare un ragionamento di picchi del sistema e’ necessario considerare i vari prestigiosi premi internazionali come ad esempio la Medaglia_Boltzmann (http://it.wikipedia.org/wiki/Medaglia_Boltzmann) medaglia Diarc (http://it.wikipedia.org/wiki/Premio_Dirac) e cosi’ via. Per quel che riguarda la domanda “È solo una questione di soldi?” se leggesse Roars con un po’ di attenzione scoprirebbe anche la risposta.
      .

      ps trovo il paragone ricerca scientifca vs campionato di calcio davvero irritante oltre che fuorviante

    • Vedo sotto che Michele Costa scrive “Ok, lasciamo perdere i Nobel”. A me però il tema interessa e la metafora calcistica non dispiace.

      Non mi pare che i commenti sin qui letti se la prendano con l’arbitro o invochino partite truccate. Per spiegare perché dal 1963 non ci siamo premi Nobel italiani per ricerche svolte in Italia, basta prendere in considerazione i “vantaggi ambientali” e ricordarsi come si determinano i vincitori e le (poche) vincitrici di tale premio (e qui la metafora calcistica non serve piu’). A questo proposito segnalo questa intervista a Rizzolatti (*):
      http://daily.wired.it/news/scienza/2012/10/25/rizzolatti-nobel-neuroni-specchio-35247.html

      Saluti

      Enrico Scalas

  9. indrani maitravaruni says:

    Vedo infatti che quando si introducono discussioni sulla qualità media il successo è tiepido. Forse non si smuove abbastanza adrenalina.

  10. Michele Costa says:

    OK, lasciamo perdere i Nobel. Passiamo al grafico di Harvard, che confronta uscite (di Harvard) con entrate (l’FFO), e università private (Harvard) con pubbliche (Italiane). Cioè doppiamente pere con mele. Confrontiamo invece le *entrate* di un’università *pubblica* USA, Berkeley per esempio, anche lei con premi Nobel (oops!) in abbondanza. Totale entrate: $2.3 mld (http://controller.berkeley.edu/uc-berkeley-financial-reports, FY2011-2012, pagina 16). Equivalente FFO (“State general support”): $269 mln per circa 40K studenti. FFO per una buona università italiana, Pavia: 126 mln per circa 22K studenti (fonte MIUR). Cioè più o meno la stessa cifra per studente. Vogliamo andare a vedere da dove Berkeley prende il resto del budget? Benissimo, ma è un altro discorso.

    • Ok lasciamo stare i premi Nobel e passiamo alla prossima domanda: siamo in cuffia. “Benissimo, ma è un altro discorso” Risposta esatta! Non vince il campionato di calcio ma pazienza.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      In effetti, Pavia dovrebbe vergognarsi. Infatti, Berkeley annovera tra le entrate la ridicola cifra di $ 508,026,000 (508 milioni di dollari) relativi a “Government grants and contracts, net”. In Italia, una qualsiasi università è in grado di procurarsi cifre assai maggiori attingendo ai principeschi finanziamenti messi a disposizione dal MIUR, dal ministero della Salute e da quello della Difesa. Domani chiamo il prorettore alla ricerca e gliene canto quattro.
      ____________________


      ____________________
      fonte: http://controller.berkeley.edu/uc-berkeley-financial-reports

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Dimenticavo: chiamerò anche il rettore ed il mio collega di dipartimento che siede in CdA per informarli che le nostre entrate per tasse studentesche (€ 30,6 MLN) sono ridicole in confronto a quelle di Berkeley ($ 504 MLN). È giunta l’ora di decuplicare le tasse universitarie.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Il prorettore alla ricerca ha letto il mio commento e mi ha scritto che non sa cosa farsene delle mie rimostranze. Mi ha detto che un ingegnere come me dovrebbe avere almeno un’idea degli ordini di grandezza delle cifre in gioco: per fare un esempio, mi ha ricordato che il finanziamento PRIN 2012 sull’intero territorio nazionale era pari a € 38.259.894.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Michele Costa: “Passiamo al grafico di Harvard, che confronta uscite (di Harvard) con entrate (l’FFO), e università private (Harvard) con pubbliche (Italiane). Cioè doppiamente pere con mele.”
      __________________________
      Le classifiche internazionali degli atenei mettono sullo stesso piano atenei privati e pubblici, atenei che dispongono di entrate paragonabili a quelle di un piccolo stato africano e università che campano con molto meno. Nei libri per bambini ti mostrano la grande balena bianca vicino alla torre di Pisa per aiutare il lettore a farsi un’idea delle proporzioni. Il senso dell’illustrazione è chiaro (ai bambini, quanto meno) e nessuno trae la conclusione che la torre di Pisa vada raddrizzata dandole da mangiare il plancton. Mettere a fianco a fianco le spese operative di Harvard con il Fondo di Finanziamento Ordinario che il MIUR eroga per l’intero sistema universitario italiano ha esattamente la stessa funzione. Fa capire in un attimo che nelle classifiche degli atenei sono paragonate istituzioni che, in quanto a disponibilità di fondi, stanno su pianeti diversi. Nel grafico in questione è stato mostrato il Fondo di Finanziamento Ordinario per due ragioni:
      1. È l’entrata principale degli atenei italiani come mostrato per esempio dal bilancio di Pavia (http://www.roars.it/online/piu-classifiche-per-tutti-ecco-webometrics/comment-page-1/#comment-20619)
      2. Era facilmente documentabile attraverso la “fotografia” del decreto ministeriale. Da anni, vengono forniti numeri fasulli persino sul numero degli atenei (http://www.roars.it/online/il-corriere-la-spara-grossa-in-italia-ci-sarebbero-oltre-400-atenei/). Fornire un numero che sia verificabile in pochi secondi in modo incontrovertibile non è un elemento secondario:
      ______________


      ______________
      Fonte: http://attiministeriali.miur.it/media/193347/i_assegnazione_ffo%202012.pdf

  11. indrani maitravaruni says:

    Vedo sui due siti segnalati (Boltzmann e Dirac) che il Dipartimento di Fisica della Sapienza fa un figurone.

  12. eriberto says:

    La domanda, comunque, sorge spontanea: perché allora Costa non se ne va a Berkeley a vincersi un bel premio Nobel? (Salvo poi fare anticamera dall’amico assessore per tornare in Ialia come costume dei cervelli in fuga).

  13. Michele Costa says:

    Harvard e Berkeley sono abbastanza diverse come numero di studenti e budget, ma penso siano confrontabili per gli scopi di questo articolo. Sostituire la prima con la seconda ha senso perchè la prima non ha finanziamenti diretti dallo stato (=FFO) mentre la seconda sì, e abbiamo visto, cifre alla mano, che l’FFO per studente di Berkeley è grosso modo lo stesso di quello di Pavia.

    Le entrate di una università pubblica USA sono essenzialmente di 4 tipi: (1) FFO (chiamiamolo così per comodità), (2) fondi di ricerca, (3) tasse studentesche, (4) altro, ad esempio, proventi di donazioni. Vogliamo estendere il confronto ai fondi di ricerca? Benissimo. Allora nel grafico “Harvard” la colonna a destra deve comprendere non solo l’FFO ma anche i fondi di ricerca. I miseri fondi MIUR? Secondo me, ancora mele con pere. Meglio se aggiungiamo tutti i fondi per i quali i ricercatori italiani possono competere, primi fra tutti quelli EU (i fondi ERC, per esempio, http://erc.europa.eu/statistics-0). Allora, proviamo a rivedere la figura così. A sinistra la stessa colonna, con Berkeley invece di Harvard (o magari anche assieme, tre colonne non sono poi così tante), e divisa in quattro colori allegri (verde=FFO, rosso=ricerca, giallo=tasse studenti, blu=altro). A destra la colonna con due colori soli (verde=tutto l’FFO italiano, rosso=tutti i fondi di ricerca accessibili a un ricercatore italiano). Ecco, adesso pian piano ci stiamo avvicinando a confrontare mele con mele…

    • “Meglio se aggiungiamo tutti i fondi per i quali i ricercatori italiani possono competere, primi fra tutti quelli EU” ah bella questa !
      Ma allora aggiungiamo anche “tutti i fondi per i quali i ricercatori AMERICANI possono competere, primi fra tutti quelli NSF”. Ops sono 60 miliardi di dollari: sono forti questi americani pero’.


    • Giuseppe De Nicolao says:

      Gli americani so’ forti… Ammazza gli americani, aoh! Non puoi mica combattere contro gli americani!
      http://www.youtube.com/watch?v=HZpnSkTTXJw

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Anticipo che in occasione del secondo convegno di Roars (21 febbraio, Roma) organizzeremo una gara di arrampicata su specchi insaponati riservata ai nostri commentatori più audaci. Accorrete numerosi.

    • Ci sara’ anche il premio speciale per il concorso “strano ma falso!”

    • E per il migliore indicatore bibliometrico-fai-da-te.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Nella bibliometria fai-da-te l’Italia è leader a livello mondiale. Si preannuncia una competizione emozionante e ai massimi livelli.

    • propongo una classifica internazionale per la bibliometria fai-da-te, vinceremmo subito. Anche perché dal 20 gennaio la nostra Amata Agenzia si produrrà in nuove bibliometrie sperimentali, sissignori, sperimentali, ma non troppo. Coming soon..

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