Tasse universitarie

L’università italiana non è “quasi gratis”

“Non possiamo permetterci un’università quasi gratuita”, ci aveva spiegato Giavazzi.
È davvero così? Vediamo cosa dice l’OCSE.

Uno slogan molto in voga tra alcuni opinionisti è quello che in Italia l’università costi molto poco agli studenti, anzi, sia quasi gratuita.

Francesco Giavazzi nel 2010 scrisse sul Corriere della Sera:

[…] si abbia il coraggio di spiegare alle famiglie che non possiamo più permetterci un’università quasi gratuita, cioè rette che coprono meno di un terzo del costo degli studi.

E nel 2012, lo stesso Giavazzi scrisse su Lavoce.info:

I poveri non possono permettersi di mandare i figli all’università? Certo, ma il motivo è anche che gli stessi poveri, con le loro tasse, pagano l’università sostanzialmente gratuita per i figli dei ricchi.

Per dirlo con le parole di Andrea Moro,

In Italia il principio del diritto allo studio è stato attuato attraverso l’università gratis, o quasi, per tutti. Questo meccanismo ha di fatto trasferito risorse dai poveri ai ricchi togliendo a molti meritevoli le risorse per frequentare.

Ma l’università italiana è davvero gratuita, o quasi?

Nel rapporto Education at a Glance 2012 rilasciato dall’OCSE c’è un interessante grafico che può rispondere a questa domanda.

Rette universitarie vs. sostegno allo studio nei paesi OCSE
Come si legge questo grafico? Ogni punto rappresenta una nazione.
In verticale leggiamo l’ammontare medio delle tasse universitarie.
In orizzontale leggiamo la percentuale di studenti che usufruiscono di forme di sostegno allo studio.

L’università ideale (per lo studente) sta in basso a destra: le tasse universitarie sono basse e quasi tutti gli studenti godono di benefici relativi al diritto allo studio. L’università “infernale” è in alto a sinistra: tasse universitarie esorbitanti e poche misure per il diritto allo studio.

Dal grafico si vede che l’Italia è terza in Europa per l’ammontare medio delle tasse universitarie; le università sono più costose solo nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, e questi paesi promuovono molto più di noi il diritto allo studio.

Svizzera, Austria, Belgio, Francia, Norvegia, Svezia, Danimarca, Spagna, Finlandia, Islanda hanno delle tasse universitarie più basse delle nostre. Nelle note al grafico (pag. 273), l’OCSE osserva:

Among the European countries for which data are available, only public tertiary institutions in Italy, the Netherlands, Portugal and the United Kingdom (government-dependent private institutions) charge annual tuition fees of more than USD 1 200 per full-time national student.

Forse non è poi così vero che in Italia abbiamo un’università sostanzialmente gratuita.

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12 Comments

  1. Le posizioni di Giavazzi sono ideologiche e non appaiono basate su valutazioni di tipo scientifico.
    Non e’ spiegato come lui arrivi a quantificare il concetto di Universita’ “sostanzialmente gratuita” (tasse minori di 3mila, 4mila,5 mila….) lui arbitrariamente introduce come termine di paragone “… meno di un terzo del costo degli studi…” allora viene da chiedersi perche’ non la meta’ o un quarto.
    Per mettere alla gogna i beneficiari di questa pretesa gratuita’, introduce poi un elemento “etico”, vale a dire “gli stessi poveri, con le loro tasse, pagano l’università sostanzialmente gratuita per i figli dei ricchi”. In realta’ volendo proprio introdurre un elemento etico nel ragionamento, dovremmo piu’ correttamente dire che il vero scandalo riguarda i lavoratori dipendenti che pagano l’ universita’ per i figli degli evasori fiscali.
    E’ evidente che un aumento delle tasse finirebbe per colpire in gran parte i ceti medi, gia’ impoveriti duramente dalla crisi, oppure se dovessero essere introdotte aliquote di salvaguardia alte, l’aumento finirebbe per essere insufficiente al finanziamento del sistema universitario.
    Allora stabilito che non ha senso ammantare di valore scientifico affermazioni a dire il vero piuttosto “tranchant”, bisogna riportare la materia a quello che e’ ovvero una scelta puramente politica.
    Non vi e’ niente di piu’ politico per distinguere la destra dalla sinistra (alla faccia di Grillo che e’ sopra) che decidere quali quote del bilancio dello stato debbano essere dedicate all’ istruzione, alla ricerca e al diritto allo studio. Un altro elemento distintivo risiede nello scegliere tra un sistema principalmente pubblico e uno con forte presenza privata, nel rendere l’accesso alle parti di eccellenza del sistema, economicamente selettivo, come in UK, oppure gratuito e selettivo solo per merito, come in Francia (ovviamente con notevoli margini di approssimazione).
    Coprire scelte politiche di grande impatto sociale con pretesa scientificita’ e’ stato negli ultimi anni un comportamento costante di un preciso gruppo di economisti, forse un po troppo “illuminati”, a cui la grande stampa (Corriere, Repubblica, Sole24ore etc) ha dato moltissimo spazio senza reale contadditorio.
    A quest’ area di maestri del pensiero dobbiamo anche una serie di politiche piuttosto sciagurate sul sistema universitario, le quali non hanno puntato a innalzare la qualita’ del sistema pubblico, a renderlo piu’ competitivo e maggiormente innovativo, ma hanno teso alla sua pura e semplice demolizione, con un conseguente impoverimento culturale, scientifico e tecnologico del paese.

  2. Nella mia Universita’ il 18 per cento degli studenti universitari mangia nelle mense universitarie pagando 0 Euro (GRATIS).

    Lo studente universitario “piu’ benestante” paga 6 Euro.

    Il personale tecnico-amministrativo, compresi i dirigenti amministrativi, paga 1 Euro (1 EURO !!).

    I docenti universitari invece pagano sostanzialmente per tutti: 8 Euro.

  3. Guido Abbattista says:

    Ragionamenti sull’ammontare assoluto delle tasse universitarie valgono a poco se non si incrociano col livello dei servizi e con l’efficienza delle amministrazioni, che è sicuramente diverso da sede a sede, ma anche col grado di progressività, che ha già un bell’effetto di redistribuzione del peso contributivo a parità sostanzale di servizi. L’impressione è che, in generale, ci si accontenti di un livello basso (anche molto) di servizi a fronte di tasse relativamente basse. E il bello è che si vorrebbe migliorare i servizi pagando lo stesso o anche meno. Ci sono casi, poi, in cui il sistema di fasciazione per livelli di reddito è in corso di sostituzione con un sistema a curva ascendente continua (forse fino a un certo livello o no ?). Richiesto dagli studenti e concesso da CdA. Come dire: se guadagni un dollaro di più non sfuggi al rasoio dei sanculotti. Ma qualcuno si chiede mai cosa sono buoni ed efficienti servizi per gli studenti ?

    • Il punto dell’articolo non è quello di valutare i servizi offerti dall’università in rapporto alle somme pagate dagli studenti. L’intenzione era semplicemente di confutare le tesi di coloro che sostengono che le tasse universitarie in Italia vadano “liberalizzate” (cioè aumentate) per il semplice motivo che nel nostro Paese l’università è “quasi gratis”, al contrario di altri Paesi europei.
      Tali premesse, come ho mostrato, sono false.

      Poi le università, che ricevano pochi o tanti soldi, dal pubblico o dal privato, hanno il dovere di spenderli il meglio possibile, e su questo credo che possiamo essere tutti d’accordo. Indipendentemente da questo, però, la tassazione deve essere equa e basata sulla capacità contributiva del cittadino, come da dettato costituzionale.

    • Nella mia classe del liceo, due sono usciti con il massimo dei voti: MM, figlio di medico (ordinario di fisiologia) e NP, orfano e ultimo di 8 fratelli con madre invalida.

      MM, che conosceva tutte le normative, non ha mai pagato tasse universitarie, mentre NP le ha sempre pagate.

      Ora MM e’ PA ad ingegneria mentre NP e’ tecnico laureato a geoscienze (sono in due universita’ diverse).

      Beh, almeno adesso NP mangia con un 1 Euro in mensa, proprio come dettato dalla Costituzione.
      Sapendo pero’ in quale universita’ insegna MM, sono quasi sicuro che lui non paga neppure quelli.

  4. Guido Abbattista says:

    Ripeto che mi sembrano aggiungere poco le discussioni sull’ammontare delle tasse. Il punto è: le tasse possono essere basse là dove c’è un elevato investimento pubblico perché le condizioni dell’economia lo permettono (basso a destra). Là dove sono basse ma con investimenti bassi o inesistenti la qualità dell’offerta è scadente (basso sinistra). Là dove pubblico e privato investono seriamente perché credono nella ricerca e nella formazione alta, media e bassa, le tasse possono essere elevate perché i servizi sono di alto livello e come tali sono richiesti, le prospettive lavorative buone (casi di class action di studenti americani a parte) e i meccanismi di selezione sociale più fluidi e con buoni correttivi. In Italia quel che si può dire con certezza è che le tasse sono abbastanza basse e abbastanza eque (equamente distribuite, anche se con margini di ancora maggiore progressività), ma certo non di livello tale da contribuire, insieme agli investimenti pubblici e privati, a generare un livello di servizi paragonabile a quelli delle università di molti paesi del Nord Europa. Insomma, siamo seduti su un modello anni ’70 che però non funziona più, anche se con la crisi che ci attanaglia si fa fatica a muoversi verso un modello diverso fatto di più investimenti mirati, più tasse ancora più equamente distribuite, migliori servizi e più sostegno pubblico e privato al diritto allo studio.

    • Continuo a non capire perche’ parlare di finanziamento dell’ universita’ e della ricerca a carico del bilancio dello stato sia un tabu’. Richiamo fatti gia’ documentati proprio su questo sito.

      1- I servizi sono sottofinanziati quindi fanno schifo A PRESCINDERE dal fatto che poi vi sia una gestione irrazionale.

      2- il sistema manca sicuramente di un orientamento capace di indirizzare gli studenti verso studi che offrano un mercato del lavoro piu’ dinamico, ma in ogni caso le risorse esistenti SONO INFERIORI alla gran parte dei paesi OCSE.

      3- gli studenti di Corsi di Studi tecnico scientifici hanno comunque un tasso di occupazione inferiore al resto dell’ Europa, principalmente perche’ nelle aziende italiane il contenuto di alta tecnologia e’ inferiore al resto d’Europa.
      La preparazione dei nostri ingegneri o scienziati non e’ inadeguata come sostenuto dai soloni dell’ economia, infatti come i neolaureati attraverso i confini nazionali la loro preparazione diventa magicamente subito molto adeguata.

      Il nostro modello universitario non e’ anni 70 ma e’ un modello mai nato, frutto di compromessi politici e dell’idea errata che pubblico debba significare non meritocratico.
      Anche se il paese e’ in crisi penso che non si debba accettare questa idea che il pubblico deve ridurre l’investimento sul sistema universitario e che lo stato debba rinunciare a tenere in mano l’istruzione universitaria. Certamente proprio perche’ e’ denaro pubblico devono essere imposti livelli di qualita’ molto superiori agli attuali e questo si puo’ fare internazionalizzando fortemente i corsi di laurea, il reclutamento e la valutazione.

    • Guido Abbattista says:

      Non mi pare che ci siano ragioni di dissenso su questo, al contrario. Io sostengo che dovremmo avere un sistema che, alimentato da investimenti pubblici (e privati), si permettesse anche di esigere tasse maggiori secondo criteri di equità perché orientato a fornire servizi efficienti e qualità. Non si può certamente generalizzare né tra sedi né tra aree disciplinari, ma io trovo che il modello sia proprio quello anni ’70 che riassumo così: poco o nessun raccordo con la scuola, poca selezione in entrata, poca attenzione al mercato del lavoro, tracimante attenzione ai problemi del personale (docente e non) e scarsa alla qualità di formazione e servizi in cambio di poche tasse. Semmai il modello è peggiorato, perché si sono scambiati la qualità e il merito con una soffocante burocrazia di controllo e valutazione sia per la didattica sia per il reclutamento. Mentre la crisi morde e i grandi numeri degli anni ’70 non ci sono più, da noi si discute non di investimenti, ma, anche all’università e da anni, di riforme costituzionali e di normativa. Mi pare di averla già sentita questa storia. Usare la normativa per cambiare il sistema senza mettere niente in palio è il modo migliore per togliergli le poche energie rimaste.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Se in Europa solo UK e NL hanno tasse più alte delle nostre, perché dobbiamo seguire il loro modello e non quello di tutte le altre nazioni che hanno tasse più basse? Poi, se si considera che nella fascia 25-34 anni abbiamo la percentuale più bassa di popolazione laureata di tutta l’Europa, ha senso dissuadere ulteriormente le potenziali matricole?


      Per quanto riguarda l’attenzione al mercato del lavoro, questo grafico (fonte AlmaLaurea, vedi http://www.roars.it/online/almalaurea-i-giovani-non-possono-piu-attendere-investire-in-istruzione-ricerca-innovazione-cultura/) sembra indicare che i problemi non sono solo quelli dell’università.


      Per quanto riguarda la qualità di formazione e servizi, appare corretto ricordare il rapporto studenti/docenti che ci vede quint’ultimi nelle statistiche OCSE e, infine, la spesa cumulativa per studente, ampiamente inferiore alla media OCSE.



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  6. A proposito di tasse universitarie e mutui per gli studenti. Il sistema inglese con tasse triplicate e prestiti sta fallendo: il42% dei prestiti non viene restituito.
    Presto si arriverà al 46%, oltre tale soglia il sistema costa allo stato più di quanto ha fatto risparmiare.
    http://www.theguardian.com/education/2014/mar/21/student-loans-unpaid-debt-problem-universities-adrian-bailey

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