Segnaliamo ai lettori un articolo di Times Higher Education dedicato alla crisi degli atenei del nord Europa e specialmente scandinavi. Una crisi che pare procedere di pari passo con quella del modello di welfare di quei Paesi, Non va molto meglio in Danimarca e in Islanda, come riferisce THE. Ma sembra proprio la Finlandia (per tanti anni osannata per i risultati dei test PISA e dunque come eccellenza educativa) il campione dei tagli alla formazione terziaria.

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Segnaliamo ai lettori un articolo di THE dedicato alla crisi degli atenei del nord Europa e specialmente scandinavi. Una crisi che pare procedere di pari passo con quella del modello di welfare di quei Paesi, per tanti anni oggetto di ammirazione, forse anche da chi non ne conosceva i dettagli e il contesto sociale.

Scrive THE:

Just months after being elected as prime minister last year, Juha Sipilä announced that basic funding to the country’s 15 universities and 26 polytechnics would be cut by approximately €500 million (£418 million) over his centre-right government’s four-year term, after a weakening of the Finnish economy. And €100 million of research funding would also be slashed: all this on top of cuts of €200 million imposed by the previous government.

The Academy of Finland, a government agency that funds scientific research via four research councils, says its funding for bottom-up research has dropped by 16 per cent over five years. When combined with a 43 per cent increase in the number of funding applications, this has led to a big drop in acceptance rates.

Non va molto meglio in Danimarca e in Islanda, come riferisce THE. Ma sembra proprio la Finlandia (per tanti anni osannata per i risultati dei test PISA e dunque come eccellenza educativa) il campione dei tagli alla formazione terziaria.

Scrive ancora THE:

Jukka Kola, rector of the University of Helsinki, says that about half the budget cuts at his institution will be achieved through staff reduction, with the rest coming from increasing other sources of income, such as industry funding. In January, Helsinki said it would cut staff numbers by nearly 1,000 by the end of 2017 in order to reduce its budget by €106 million by 2020; 570 people have already been sacked, including 75 teaching and research staff. Prior to these cuts, the university had already shrunk staff numbers by 500 to reduce costs.

Winter is coming.

L’intero articolo può essere letto qui.

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7 Commenti

  1. Vediamo un po’:

    Finlandia, 5,5 Milioni di abitanti circa, 41 tra università e politecnici.

    Italia, circa 10 volte piu’ abitanti. Sul modello delle “cicale” finlandesi dovrebbe avere più di 400 università.

    Ok, i finlandesi sono notoriamente degli scialacquatori di denaro pubblico 🙂 . Ma forse la settantina di università statali italiane sarebbe il caso di farle funzionare, invece di cercare disperatamente di ridurle!

    Anche perché il confronto nel numero di laureati per 100 abitanti ci vede tragicamente in coda a tutti i paesi che vorremmo prendere come paragone.

    Io propongo di lanciare una campagna perché il WWF prenda sotto la sua tutela l’ Università statale italiana come specie in via di estinzione.

  2. Dunque, la Finlandia taglia la spesa per l’istruzione terziaria perché l’economia finlandese è debole.

    E perché l’economia finlandese è debole? Forse ha preso l’influenza?

    Times Higher Education non lo dice, ma qualcuno l’aveva predetto in un libro nel 2012, poi ribadito nel blog due volte nel 2014, prima a gennaio e poi ad ottobre, fornendo sia i dati che le motivazioni.

    In questo caso, ed a maggior ragione visto che i lettori di questo blog sono persone che fanno della ricerca della “verità” (per quanto sia possibile trovarla) una professione, non si tratta di “credere”, ma di “leggere” ed applicare teorie che – mi dicono – sono presenti nei manuali dei primi anni di qualunque corso di laurea in economia. E finora non ho mai letto che quelle teorie sono sbagliate.

    Osservo quindi che la Finlandia sta ripercorrendo la strada che prima di lei ha percorso l’Italia: l’economia è debole, e si tagliano i servizi.

    Mi pare ormai chiaro quale sia il nome di questa “influenza” che indebolisce le economie di molti paesi.

    Se davvero pensiamo che “all’euro non c’è alternativa” allora smettiamo di lamentarci dei tagli.

    Altrimenti lottiamo concretamente per riprendere in mano il controllo del nostro futuro.

    • “Osservo quindi che la Finlandia sta ripercorrendo la strada che prima di lei ha percorso l’Italia: l’economia è debole, e si tagliano i servizi.”
      Per quel che mi è stato raccontato in un’universitàgf finlandese, la strategia del risparmio è iniziata anni fa, non è roba dell’ultima ora. Più o meno è andata così, limitatamente a quel che conosco. Il rettore diventa uno nominato e non eletto, ed è un manager (non so come sia a Helsinki). Successivamente iniziano le riorganizzazioni, prima degli amministrativi, accentrati o in condivisione tra i dipartimenti, poi inizia la ‘razionalizzazion’ del corpo docente. Gli insegnamenti con pochi studenti , quelli di ‘lusso’, quelli speciali, vengono chiusi, non di colpo,ma entro un certo limite di tempo, 1-2 anni. Personalmente non ci credo tanto nella sbandierata eccellenza delle istituzioni scandinave nel loro complesso, l’eccellenza c’è dove c’è concentrazione di risorse e basta. Gli altri si arrangino o chiudano. Così lo stato risparmierebbe. Non ci credo troppo, credo piuttosto che le risorse vengano distribuite diversamente.

    • Novantadue minuti di applausi.

      Lamentarsi dei tagli alla ricerca senza parlare di macroeconomia (e quindi delle politiche economiche della UE e dell’euro) è profondamente irrazionale.

      Speriamo che qualcuno si svegli.

  3. Nessuno affronta in Italia, il tema del rapporto tra università e sistema bancario, ed edilizio. Probabilmente tutto fila liscio.
    In questi giorni lo stato si prepara a varare una manovra di salvataggio di una banca privata (sic !) con ben 20 miliardi di denari pubblici (andranno recuperati da qualche parte ?). Berlusconi plaude, forse in vista di un salvataggio di Mediaset dai cattivoni francesi.
    Mi pare di ricordare, anche se la memoria mi fa difetto a volte con l’età, che UNISI avesse stretti rapporti con MPS, e comprò anche palazzi storici di MPS, arrivando al dissesto finanziario (UNISI). Le università gestiscono ingenti patrimoni edilizi, spesso storici, e spesso vuoti. Con spese immani per le utenze.
    Gestiscono flussi di denaro enormi e sicuri, anche se ballerini . Forse una gestione più oculata del patrimonio edilizio potrebbe portare a risparmi notevoli da destinare al finanziamento di strutture nuove e funzionali per la didattica e la ricerca?