L’altroieri, si è svolto a Trento durante il festival dell’economia un dibattito su “Come selezionare e retribuire gli accademici?“. Lavoce.info ha twittato i contenuti dell’intervento di Daniele Checchi che avrebbe sostenuto che “La regolazione delle ore da dedicare alla didattica risale addirittura a un Regio decreto del 1930“, che i professori ricambiano e sono aumentati, ma l’università resta impermeabile al cambiamento. Per gli increduli riportiamo sotto la documentazione. Ci viene un dubbio: siano mica gli economisti che in Italia parlano di scuola, università e ricerca al Festival dell’economia, scrivono su Lavoce.info e altri blog, ad essere impermeabili all’informazione ed a continuare a credere alle leggende sull’università italiana che loro stessi hanno messo in giro nel corso degli anni?

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Viesti

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20 Commenti

  1. Non capisco proprio l’argomentazione nel tweet di Viesti. Per controbattere l’affermazione “i professori aumentano” esibisce un documento che dice “i professori in Italia sono meno che non nella media degli altri paesi OCSE (in rapporto agli studenti)” e “servirà assumere 9300 professori nei prossimi 5 anni per compensare i 9300 pensionamenti”. Non mi sembra che le due tesi si contraddicano.

    • Provo a spiegare per chi non è a conoscenza del contesto: twittare “i professori aumentano” nel contesto del dibattito pubblico sull’università dell’ultimo decennio vuol dire riprendere un filone di grande successo (“che ci siano troppi professori è un fatto” scriveva Giavazzi nel 2010 sulla prima pagina del Corriere). Un filone che ha spianato la strada all’attuale limitazione del turn-over che sta causando un forte calo della docenza. Il documento della Banca d’Italia illustra che, lungi dall’essere uno scandalo, un aumento della docenza sarebbe addirittura auspicabile. Se si guarda il filmato (http://tinyurl.com/nucbja9), si vede che il tweet de lavoce.info riportava le parole di Checchi in modo infedele. Infatti, Checchi parlava di un aumento fino al 2005, lasciando intendere che il calo recente sia in qualche modo una compensazione di eccessi di spesa passati. Il problema è che gli eccessi (?) passati non ci hanno mai schiodato dalle ultime posizioni come spesa e come laureati. Bene fa pertanto Viesti a ricordare che non ha senso parlare di aumenti del numero dei professori senza domandarci dove stanno le altre nazioni e quale sia il nostro ritardo.
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    • Ho visto il filmato della tavola rotonda, piuttosto interessante.
      Mancini, in particolare, ha detto due cose da sottolineare: che il dato ufficiale dei ricorsi al TAR per la prima tornata abilitativa, a oggi, ammonta ormai a 3250; e, soprattutto, che il MIUR deve recuperare il suo ruolo di indirizzo rinegoziando le posizioni rispetto all’ANVUR.
      Per il resto, noto che ormai sembra si sia tutti d’accordo sulla necessità di “semplificare”, soprattutto in merito al reclutamento: temo però che non tutti abbiano in mente la stessa cosa. In particolare, qualcuno mi deve spiegare quale dovrebbe essere l’efficacia delle penalizzazioni ex post rispetto al reclutamento, in un sistema caratterizzato da diffusi fenomeni di “freeriding” e, soprattutto, nel momento in cui i docenti universitari sono funzionari pubblici. O si stabilisce – e non vedo come si potrebbe farlo – che la sanzione che scatta nei confronti di docenti il cui reclutamento è bocciato “ex post” è il licenziamento, oppure occorre pensare a qualcos’altro.
      Infine, trovo agghiacciante che un ex ministro possa affermare che il compito delle Università è quello di “insegnare un mestiere” agli studenti.

    • Chiedo scusa per il ritardo nella risposta e per l’imprecisione logica implicita nel tweet. Federico Poloni ha perfettamente ragione. In realtà c’è stato un flusso di tweet collegati dal tema “I professori aumentano?” il cui specifico contenuto non era solo legato alla misurazione quantitativa del fenomeno. Personalmente ne ho scritto anche un altro con il seguente testo:
      “Università 2009-13 usciti 13137 docenti, entrati 3830 (Anvur). Prox 5 anni escono altri 9300. Se non si #cambiaverso muore”
      certamente più direttamente connesso alla questione (i dati sono presi dal rapporto Anvur tab I.2.3.8 pag. 228: mie somme del quinquennio 09-13). Nel tweet “incriminato” si dava per scontato che essendoci stati pochissimi ingressi negli ultimi tempi (576 nel 2012 e 113 nel 2013, dati sempre da stessa tabella anvur), un flusso in uscita nel prossimo quinquennio di 1860 all’anno (9300/5) comporterà con tutta probabilità un’ulteriore riduzione. Sarebbe stato meglio rendere il tutto più esplicito, convengo. Mi interessava riportare il punto di vista di una fonte autorevole come la Banca d’Italia. Grazie

  2. @Proietti: non ho visto il filmato, ma cercherò di farlo.
    Perché però immaginare che la cosiddetta “sanzione ex post” debba colpire il singolo? non sarebbe più sensato, e fattibile, che colpisse chi ha effettuato la scelta, ovvero in ultima analisi il Dipartimento interessato?
    Certo il diavolo è nei dettagli, e c’è da aver molto timore delle eventuali “mezze misure” ….

    • Sì fantastico, così se nel tuo dipartimento prendono un cialtrone ti scordi i fondi di ricerca e intanto lui, essendo un cialtrone, ti fa le lingue di Menelik e se la spassa. In altri termini si dice “paga Pantalone”.

    • Non solo: poniamo che il Dipartimento X decida di chiamare l’abilitato Z perché “portato” da una cordata forte, a detrimento dell’abilitato Y, bravo ma “debole” politicamente, al quale si dirà: “A te toccherà al prossimo turno”. Al turno successivo, poiché il chiamato Z non ha nel frattempo prodotto, il Dipartimento X viene penalizzato: non potrà reclutare nessuno. In ultima analisi, a pagarne le spese è (oltre agli studenti e al contribuente), il meritevole abilitato Y. Le risorse distolte al Dipartimento X sono dunque dirottate al Dipartimento J, dove si ricomincia col medesimo meccanismo. Fantascienza? Non credo proprio.

    • @antoniobanfi:
      Per una volta non sono d’accordo con te.
      Ha proprio ragione Paolo: l’unica sanzione efficace DEVE colpire il dipartimento che ha chiamato, e pure in modo pesante (= sottrazione dell’intero budget stipendiale del docente cialtrone?). Il fatto che se il dipartimento prende un cialtrone si scordano i fondi di ricerca tutti quanti è infatti l’unico modo perché scatti una forte sanzione sociale e morale (perdonatemi se uso questo termine desueto) contro il comportamento “socialmente” deleterio di chi ha brigato per chiamare il cialtrone.
      Non scordarti che il dipartimento delibera a maggioranza, non per decisione monocratica. Dopo poche volte la sanzione agirebbe in modo preventivo. Forse…

    • @ NG
      “Dopo poche volte la sanzione agirebbe in modo preventivo”

      “Poche volte”, con l’andazzo attuale delle risorse per il reclutamento, equivalgono a una decina d’anni. Forse a quel punto la “forma mentis” cambierebbe: io però non sarei tanto felice di fare da cavia…

    • @fausto
      hai ragione, infatti avevo chiuso con un bel “forse…”.
      Però non vedo altra via d’uscita che quella della sanzione che tocchi il portafogli (di ricerca) di tutti quanti. FORSE solo così qualcuno si ribellerebbe, FORSE solo così molti non voterebbero più per quel direttore di dipartimento o rettore che avesse avallato/promosso la scelta, FORSE solo così nessuno potrebbe più fare il pesce in barile e scrollare le spalle.

      FORSE, certo. Magari è solo un’utopia (anche perché per valutare i “cialtroni” a chi ci si rivolgerebbe? All’Anvur???). Ma quale sarebbe l’alternativa?

    • La questione mi sembra delicata. Tutto dipende dalla natura della “bocciatura” ex post.

      Se il docente viene bocciato perché fannullone, la responsabilità è sua, ed è giusto che a pagare sia lui.

      Se viene bocciato perché non è capace, la responsabilità è, indiscutibilmente, di chi l’ha assunto.

      E ci risiamo: la questione della sanzione è indissolubilmente legata al “nodo” della valutazione. La domanda è sempre quella: cosa valutare, e come.

    • @ NG
      Caro Nicola, con ritardo provo a risponderti su quale possa essere l’alternativa. Secondo me risiede nella prossima e a quanto pare ormai imminente risistemazione dell’ASN, da cui potrebbe derivare il disastro definitivo oppure un tentativo di riequilibrio in extremis.
      Si andrà verso il disastro se, nella sua nuova definizione, l’ASN continuerà a basarsi su astrusità quali mediane (obbligatorie o meno, à la carte), padreterni per sorteggio, membri OCSE, eccetera.
      Si andrà verso il disastro anche se si riformerà l’ASN rendendola qualcosa meno di un patentino, anzi di un foglio rosa, che chiunque può ottenere senza filtri di alcun genere; singificherebbe semplicemente che dal patentino i figli di papà vari passerebbero immediatamente alla Ferrari chiavi in mano, grazie alle chiamate libere e dirette che vuole istituire il Ministro, mentre gli altri col patentino potrebbero giusto soffiarcisi il naso.
      Un tentativo di riequilibrio, al contrario, potrebbe realizzarsi se nell’ASN riformata si desse ampio margine di operatività alle comunità scientifiche, tramite commissioni ampie, criteri semplici e inderogabili, tempistiche certe, trasparenza totale della procedura. Vedi, io alle penalizzazioni “ex post” non ci credo, per i motivi che ho scritto qui sopra. Il localismo di atenei e dipartimenti né ora né mai potrà, a mio parere, costituire un argine alle derive del reclutamento di soggetti inidonei, né lo farà lo spuracchio dell’ANVUR; le comunità scientifiche (e le società scientifiche che ne sono espressione) invece potrebbero, perché sono le sole, in questo sistema ormai esploso che è l’Università italiana, a ragionare in una prospettiva complessiva, in un’ottica nazionale, e ad avere a cuore, su tutto, il futuro della scienza che praticano e rappresentano. O almeno, dovrebbero; pena la loro estinzione.

  3. “il MIUR deve recuperare il suo ruolo di indirizzo rinegoziando le posizioni rispetto all’ANVUR” (Mancini, ma non so se sono parole testuali). Se così fosse stato detto, un ministero rinegozia da pari a pari con un’agenzia che ha fatto soltanto danni e continua a farlo, anziché scioglierla e rifondarla?
    Per quanto riguarda la campagna di disinformazione, di giornalisti, economisti ecc., ma perché non è l’università nella sua totalità a ribellarsi?

    • L’affermazione non è virgolettata perché non ricordo le parole esatte di Mancini: il verbo “rinegoziare”, però, l’ha usato – e la cosa ha colpito molto anche me.
      Per quanto riguarda la dinsinformazione, a onor del vero se si ascolta per intero l’intervento di Checchi ci si accorge che le sintesi twittesche sono del tutto fuorvianti. Il che dovrebbe farci riflettere sulla deriva twitteriana che hanno preso da noi, ahimè, non solo i governanti ma anche molti accademici: l’idea che un pensiero compiuto e criticamente fondato possa condensarsi in 140 caratteri non solo è scema, ma molto pericolosa.

  4. Quando un tale (che per coerenza non nominero’) nel 356 a.C. diede fuoco al tempio di Diana in Efeso (una delle sette meraviglie del mondo antico) con il solo obiettivo di far passare alla storia il proprio nome, i saggi di Efeso sancirono, come unica punizione, quella che i Romani poi definirono “damnatio memoriae”, ovvero la cancellazione del nome del colpevole da tutti gli annali.
    Pur cosciente del fatto che nel caso specifico purtroppo il nome ci e’ stato comunque tramandato, propongo la stessa sanzione per gli economisti (in particolare bocconiani e para-bocconiani) che parlano e scrivono dell’universita’ italiana. Credo che parlare delle loro opinioni sia gia’ onorarli e dar loro credito molto piu’ di quanto essi meritino.

  5. Il collega NG ha perfettamente ragione su come un meccanismo di incentivo/disincentivo possa funzionare a livello dipartimentale.

    Piuttosto mi sentirei di sollevare il problema della retribuzione dei professori universitari. Il fatto che un ricercatore prima della conferma abbia un salario mensile di circa euro 1580 (1620 a seconda della tassazione locale) rappresenta uno scandalo a fronte di retribuzioni ben più generose in altri comparti pubblici e parapubblici (società controllate, authorities, magistratura e altro).
    La campagna di (dis)informazione di qualche anno fa recitava una favoletta secondo cui i professori guadagnavano 10000 euro mensili per due ore di lavoro in media al giorno (forse il giornale o libero erano su quest’onda).
    Potrà sembrare una posizione corporativa ma se parliamo di confronti internazionali mettiamoci anche questo, mettiamoci il fatto che l’età media di accesso alla (vecchia) posizione di Ricercatore a tempo indeterminato era 36 anni ( e solo il tempo ci dirà quale sorte per i colleghi che si affacciano alla carriera accademica oggi).
    Perdonate il lungo intervento ma del sistema universitario italiano e dei suoi bizantinismi ideologici ne avrei le tasche piene.

  6. Se Mancini ha affermato che il compito delle Università è quello di “insegnare un mestiere” agli studenti, egli non sarebbe dov’è. Infatti: ha studiato con un maestro serio e severo che imponeva ai suoi allievi di conoscere greco, latino, sanscrito e iranico antico. Ha prodotto lavori raffinatissimi su alcune delle lingue medesime. La spendibilità di ciò sul mercato sembra scarsa. Il fatto che stia rinnegando tutto quello che ha appreso duranti anni di studio vero, di cultura spessa e nobilissima è assolutamente preoccupante.

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