Reclutamento

La Riforma Gelmini ed il sogno dei professori

Il sistema del “tenure track” all’italiana previsto dalla legge Gelmini ha fallito miseramente. Nei fatti l’inseguimento del sogno dei professori, in regime di diminuzione dei finanziamenti è servito solo a bloccare per molti anni il reclutamento dei docenti, oltre che, naturalmente, a mantenere i giovani, in una posizione di dipendenza dai “Maestri”.

Le novità più importanti della cosiddetta Riforma Gelmini (Legge 270 del 2010) sono la nuova disciplina dei concorsi universitari e l’effettiva messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori universitari. Diciamo “effettiva” perché l’abolizione del ruolo dei ricercatori era già stata preannunciata, e rinviata al 2013, da una “riforma”, mai completamente attuata, promossa dalla Ministra Letizia Moratti.

Queste “novità” hanno in realtà una lunga storia. Il ruolo dei ricercatori nacque nel 1980 (Legge 28 del 1980). Ma fin dalla sua istituzione la legge prevedeva una successiva decisione in merito al suo mantenimento. Ci mancò poco infatti che un disegno di legge che sopprimeva il ruolo fosse approvato nel 1986. Quanto alla disciplina del reclutamento dei professori, basata su una “abilitazione” nazionale seguita da “concorsi” svolti interamente a livello locale, essa era stata già approvata da un ramo del Parlamento nel 1996.

La persistenza, per oltre venti anni, di queste proposte non depone a favore dell’ipotesi che la Legge Gelmini sia solo il frutto di una azione di “lobby” da parte di agenti esterni al mondo universitario.

A mio parere, almeno queste due novità della riforma corrispondono invece ad un sogno ed un desiderio di una buona parte del mondo accademico italiano.

Nella sua versione estrema il sogno è quello di un’università dove contano solo “Maestri” con al seguito un codazzo, altrimenti detto “scuola”, formato da assistenti ed allievi la cui futura carriera dipende solo dall’arbitrio del Maestro. In questo sogno non c’è posto per studiosi che non siano inseriti in una “scuola”. Per di più studiosi che appartengono a scuole diverse possono comunicare solo per il tramite dei rispettivi Maestri. Si pubblica solo se autorizzati dal Maestro che, in genere, controlla una rivista che fa riferimento alla sua scuola. La scuola (o codazzo) è naturalmente ordinata, (“per merito” e/o per anzianità) anche se l’ordine può cambiare imrovvisamente ad arbitrio del “Maestro”. C’è sempre un primo allievo, che spesso è incaricato di smistare le comunicazioni degli altri allievi con il Maestro. Sarà compito del Maestro favorire la promozione del suo primo allievo, che, se tutto va bene, assumerà il ruolo di Maestro, magari in una università minore o periferica. Resta inteso nel “sogno” che nessuna posizione nel codazzo, nemmeno quella di primo allievo mette al sicuro dall’arbitrio del Maestro, che può in ogni momento decidere di licenziare un suo allievo.

Per fortuna, da oltre cinquanta anni il sogno non corrisponde più alla realtà della università italiana. Nel 1958 fu approvata una legge che non consentiva ad un professore ordinario di licenziare un assistente di ruolo che avesse conseguito la libera docenza. Questa norma e le molte norme successive che hanno creato posizioni stabili di docente universitario diverse da quella di professore ordinario, hanno ridotto una realtà concreta ad un “sogno”. Nessuno poteva però impedire ai professori di sognare, e nel “sogno” è il Maestro e solo il Maestro a scegliere chi merita di avviarsi alla carriera universitaria e di avanzare nella carriera. I prescelti dovranno obbedienza e rispetto al proprio Maestro che potrà in ogni momento licenziarli.

Le norme sullo stato giuridico dei docenti universitari sono andate però, almeno parzialmente, in una direzione opposta a quella del sogno. I “riformatori” degli anni sessanta hanno ottenuto un rafforzamento della figura dell’assistente libero docente, che godeva anche di una priorità nell’assegnazione degli incarichi di insegnamento. Poi, a partire dagli anni ottanta, si consolidò una struttura con tre fasce di docenti “stabili”: i ricercatori universitari, i professori associati, e i professori ordinari.

Il “sogno” del professore ordinario sembrava completamente superato, tanto più che la prima formazione alla ricerca avveniva attraverso il dottorato di ricerca cui sovraintendeva un “collegio di docenti”, e non un singolo Maestro. Ma era proprio così?

Cominciamo a dire che in molti casi un laureato non osava chiedere l’ammissione ad un dottorato se non con il permesso e l’incoraggiamento di un docente che ne garantisse l’ammissione[1]. Poiché   per prassi si frequentava il dottorato nella stessa sede in cui ci si era laureati, era naturale continuare a lavorare sotto la direzione del relatore della tesi di laurea. Dopo il dottorato era ed è normale restare legato alla “scuola” del proprio maestro usufruendo di assegni di ricerca o comunque di un modesto finanziamento attinto alle disponibilità di fondi di ricerca del proprio maestro. Quanto al successivo concorso ad un posto di ricercatore, formalmente aperto a tutti, il posto era, nella maggioranza dei casi, riservato all’allievo preferito dal professore ordinario cui la facoltà aveva delegato la scelta del vincitore nominandolo membro interno della commissione di concorso.

In aperto contrasto con il “sogno” restava il fatto che, almeno negli anni di espansione del sistema universitario, era possibile arrivare alla posizione stabile di “ricercatore universitario confermato” ad un’età non troppo distante dalla soglia dei trent’anni, con la possibilità (o il pericolo) che nel periodo più creativo un giovane potesse sviluppare una vera autonomia dal proprio maestro.

L’abolizione del ruolo dei ricercatori a tempo indeterminato avrebbe consentito agli aspiranti maestri di mantenere più a lungo il controllo dei propri allievi. Una buona ragione per tentare a più riprese di “mettere ad esaurimento” il ruolo dei ricercatori, per sostituirlo con la posizione di “ricercatore a tempo determinato”[2].

Ma c’era un altro aspetto della “realtà” che contrastava con il “sogno”: le promozioni a professore associato ed ordinario sfuggivano al controllo del Maestro. In altre parole non bastava “entrare in possesso” di un posto, da assegnare al proprio allievo, sulla base di un accordo interno alla facoltà o al dipartimento, come di fatto avveniva per i posti di ricercatore. Bisognava anche contrattare con i colleghi di altre università, che potevano essere eletti nelle commissioni di concorso. Per avvicinarsi al “sogno” bisognava che il concorso fosse totalmente controllato dalla sede che aveva bandito il posto. Bisognava però rispondere alle obiezioni di chi sosteneva che concorsi puramente locali non avrebbero garantito la qualità dei vincitori. Per questo doveva essere previsto un giudizio di “idoneità” , o “abilitazione”, a livello nazionale, che avrebbe garantito la qualità dei concorrenti dei concorsi locali. Naturalmente una sede avrebbe bandito un concorso solo in presenza di candidati locali abilitati: nessun rischio quindi di interferenze esterne.

Ecco quindi spiegati i contenuti della Legge Gelmini, e dei disegni di legge che l’hanno preceduta. Nei limiti del possibile il “sogno” è divenuto realtà.

Naturalmente, c’è anche dell’altro nella Legge Gelmini. C’è ad esempio la complessa progettazione di posizioni “tenure track” per l’accesso ai ruoli di professore associato. Si tratta di un sistema basato però sull’ipotesi che il sistema universitario non subisse una contrazione dei finanziamenti ed anzi le università potessero usufruire pienamente dei massicci pensionamenti previsti a partire dai primi anni del secolo. Nella situazione che si è invece determinata, il sistema del “tenure track” all’italiana, ha fallito miseramente. Nei fatti l’inseguimento del sogno dei professori, in regime di diminuzione dei finanziamenti è servito solo a bloccare per molti anni il reclutamento dei docenti, oltre che, naturalmente, a mantenere i giovani, in una posizione di dipendenza dai “Maestri”.

[1] Non era il caso della matematica. In questo ambito, ogni anno, la stessa decina di concorrenti di primo ordine occupava i primi posti di quasi tutte le graduatorie per l’ammissione al dottorato. C’era sempre il pericolo che mancate o tardive rinunce facessero perdere qualche borsa di dottorato.i.

[2] In realtà anche gli assegni di ricerca furono istituiti allo scopo di sostituire il ruolo dei ricercatori. Ma la proposta governativa di mettere ad esaurimento il ruolo dei ricercatori che accompagnava l’istituzione degli assegni non fu approvata dal parlamento.

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14 Comments

  1. roberto.de.pietri says:

    Grazie per aver ricordato che la riforma e’ stata voluta e scritta da parte del mondo accademico e non dalla politica.

    • È stata scritta dai baroni per rafforzarsi e scegliersi gli eredi in barba al merito e chiudendo l’università al nuovo.

  2. Giorgio Pastore says:

    Una legge come la 240, difficilmente sarebbe passata senza una convergenza di interessi, sogni, illusioni e tornaconti.
    .
    Il sogno di un’ Università piramidale di Maestri che tutto controllano è sicuramente stata una componente importante. Io non ridurrei il sogno al solo miglioramento del controllo delle carriere degli allievi (miglioramento perché gli strumenti per il controllo non sono mai venuti a mancare) ma anche all’ illusione che i problemi degli atenei si risolvono meglio con l'”uomo solo al comando”, ovvero con un rettore “aministratore delegato” che porta avanti la *sua* politica di ateneo.
    .
    Purtroppo idee come queste trovano facile humus in un corpo docente che spesso sembra incapace di usare lo stesso spirito critico che dovrebbe usare nella propria attività scientifica per analizzare modelli esteri di cui si vagheggiano i meriti in modo completamente decontestualizzato rispetto alle situazioni al contorno di provenienza (anche di tipo economico).
    .
    Potrei fare un lungo elenco di colleghi dalle indubbie capacità scientifiche che ritennero nel 2010 (e alcuni ancora oggi) che “il bene è nemico del meglio”, dove il bene era la L.240. A loro continuo a chiedere dove lo vedono “il bene” nell’ Università di oggi.
    .
    Rispetto all’ analisi dell’ articolo, va però osservato che non è solo la L.240 ad andare nella direzione delle scuole/codazzi. Anche parte dell’ operato dell’ anvur dà un buon sostegno in questa direzione: nel momento in cui si chiedono requisiti “oggettivi” legati al numero di pubblicazioni/citazioni a prescindere dal valore effettivo delle singole persone, non si puo’ che incentivare la costituzione di “codazzi” che, aggregandosi al maestro più produttivo, brillano di luce riflessa in modo molto maggiore e più facile dei “cani sciolti”, indipendentemente da criteri di merito individuale.

  3. Pingback: Addì 25 Aprile, agli indegni di un sacrificio non scontato | laFiam

  4. braccesi says:

    Finalmente qualcuno che dice che nella sostanza l’ordinamento universitario è dipeso e dipende solo dagli universitari. Ci voleva, anche se l’articolo avrebbe potuto essere più breve e concentrato su questo tema che è il vero tema.
    Se arriviamo a capire che il volere di pochi accademici autoreferenziali e completamente avulsi dal contesto sociale ha determinato tutto quello che succede nell’Università, avremo già compiuto metà dell’opera. L’altra metà consiste ovviamente nello smettere di contestare timidamente nel merito le scelte folli che ci hanno imposto, ma rifiutarle in blocco ed in modo unilaterale. Non fare così significa solo perdere e far comandare una ‘casta’ dal potere inutile che ci porterà alla distruzione.

    • Giorgio Pastore says:

      I tempi sono cambiati. Ormai non tutto dipende dal volere di pochi accademici autoreferenziali.
      C’e’ stato un concorso di interessi esterni che, con la connivenza dei suddetti accademici, ha provocato il passaggio del mondo universitario da un’ autonomia spesso utilizzata male ad una sudditanza da un potere politico che, mai come ora, ha in sala d’attesa file di clientes in cerca di prebende e privilegi (cabine di regia, presidenze di Enti, direttivi di agenzie di valutazione,…, quando non l’ ascesa all’ empireo della Politica).

  5. Gratteri: “… prima erano i mafiosi che andavano col cappello in mano dai politici anche per piccoli servigi … ora sono i politici che vanno dai mafiosi col cappello in mano ” (più o meno)
    mutatis mutandis
    Paolo: “… prima erano i politici che andavano col cappello in mano dagli universitari anche per piccoli servigi … ora sono gli universitari/mafiosi che vanno dai mafiosi/politici col cappello in mano “

  6. Lo sapevamo già, è tutta colpa dei professori universitari, tutta colpa dei politici, tutta colpa dei mafiosi, tutta colpa del governo..per favore smettiamola..non siamo diversi da tanti populisti. Certo che il Prof hanno le loro responsabilità, la prima tra tutte di aver rinunciato alla loro terziarietà rispetto alla politica e alla economia. Esattamente come deve fare (e sta facendo ?!) la magistratura.Altro che i maestri… Confindustria ha sempre immaginato di usare l’università come una scuola professionale a costo dello stato, Berlinguer ha incontrato il sistema accademico europeo e lo ha implementato in Italia (orrore)..Perchè non adittiamo il sistema europeo per la Magistratura, per l’attività notarile, per le farmacie i taxi etc. Come molte volte detto e dimostrato anche qua l’unipubblica Italiana ha fatto miracoli di ricerca (vedasi De Nicolao -in base alle risorse), e continua a farli in termini di pluralismo…trovatemi un ricercatore o un professore grillino in Bocconi, Luiss..nessun pluralismo solo ortodossia ideologica filogovernativa (con sfumature ovviamente a seconda della corrente e degli amici). Quello che non piace, da Berlusca in giù è la libertà di pensiero, la non ortodossia, la dignità della conoscenza anche espressa da persone con le pezze al sedere…Figà Talamanca: ..da che pulpito viene questa vetusta predica…

    • Chi è causa del suo male pianga se stesso. Sperando poi che qualcuno si arrabbi davvero (aspettiamo la prossima farsa ASN) e li faccia piangere davvero.

  7. indrani maitravaruni says:

    Ma esiste qualche realtà accademica mondiale senza scuole?

    • Giorgio Pastore says:

      Se per scuola si intende il “codazzo” di persone la cui carriera dipende da una parola del “Maestro”, la risposta e’ un deciso si’, esistono realtà accademiche senza scuole. Non va confuso l’ “imprinting” su come affrontare un problema scientifico, dal controllo invasivo delle carriere.
      .
      Fenomeno, quest’ultimo, non assente in altri sistemi (anche quelli “insospettabili”), ma che in Italia ha una dimensione molto più estesa e capillare.
      .
      Va detto pero’ che per vari motivi, i meccanismi di controllo post-240 sono abbastanza diversi (diversi, non migliori) e la situazione non è ancora a regime.

  8. Non si può far di tutta l’erba un fascio (salvo poi dover precisare che a matematica era diverso…)

    Ci sono “scuole” e “scuole”; anzi, la Legge Gelmini in realtà sta distruggendo le scuole, sopravvivono solo scuole gigantesche o “coalizioni” di scuole. Diciamo pure che la Gelmini si sarà anche approffittata del sostegno di alcuni fra questi “Maestri sognatori”, ma alla fine il sogno che è stato realizzato è quello dei tecnocrati, coi rettori “a vita” e CdA dominato da realtà non accademiche.

    Alessa’, ma mi spieghi cosa c’entra il “sogno dei maestri” con la frase successiva: “in regime di diminuzione dei finanziamenti è servito solo a bloccare per molti anni il reclutamento dei docenti”. Maestri o non maestri, sogni o non sogni, ma come si fa a riaprire il reclutamento quando i finanziamenti non sono nemmeno sufficienti alle spese di funzionamento? (a meno, naturalmente – absit iniuria verbis – di licenziare)

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