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La bufala: “13.000 euro al mese dei nostri prof”. Inciampa Italia Oggi e il Giornale segue a ruota

Per smontare la bufala in 30 secondi, basta un link e un click
(e non scambiare i franchi con gli euro)


Una bufala si aggira per i giornali italiani. Di cosa si tratta? Il 26 maggio 2012, il Giornale scrive che i professori universitari italiani

con 13.667 euro mensili lordi al mese sono proprio i più pagati dell’Unione Europea, seguiti dai britannici, che incassano 12.554 euro e dagli olandesi che guadagnano 10.685 euro.

L’articolo su quattro colonne denuncia il primato degli stipendi lordi dei professori universitari Italiani. La “notizia” è basata su un’indagine – “condotta con meticolosità”, precisa la giornalista Francesca Gallacci – da parte del quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ).

Il Giornale segue a ruota Italia Oggi che il giorno prima aveva pubblicato un articolo dai toni meno gridati, ma altrettanto chiaro nei contenuti.

I numeri sembrano non lasciare scampo. Dato che si considerano dodici mensilità, sono 164.004 € all’anno. Stiamo parlando dei professori ordinari, che occupano il grado più alto della gerarchia accademica. Anche se ci si riferisce al lordo, è un gruzzolo niente male, che li colloca ai vertici mondiali nel confronto con i colleghi di pari grado. Per ribadire il concetto, il Giornale correda la foto che illustra l’articolo con una didascalia degna della pubblicità di una carta di credito:

PRIVILEGI Per chi conquista una cattedra universitaria in Italia una vita di privilegi: orari liberi, salario alto.

Però, c’è qualcosa che non torna. Chi lavora in università, fosse anche un professore ordinario con una notevole anzianità, confronta perplesso ciò che legge sui quotidiani con quello che sta scritto nel cedolino dello stipendio. Tra l’altro, ricorda che non è la prima volta che i quotidiani denunciano con articoli a tre o quattro colonne lo scandalo dei superpagati docenti universitari. Ogni volta, si scopre che dietro quei numeri c’è qualcosa che non torna, ma non è facile convincere l’uomo della strada, e nemmeno gli amici, che certe cifre sono pura leggenda. Troppo difficile districarsi tra tabelle stipendiali chilometriche, riscostruzioni di carriera ed astrusi scatti stipendiali. Eppure, deve esserci un modo semplice per capire cosa guadagnano veramente professori e ricercatori universitari.

Una verifica facile facile …

In effetti, c’è un modo semplice per capire in trenta secondi come stanno veramente le cose. La Banca Dati Economica del MIUR (Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca) è liberamente consultabile al seguente indirizzo:

https://dalia.cineca.it/php4/inizio_access_cnvsu.php

Ci siete? Bene, adesso basta un click sul pulsante “PROSEGUI” in basso a destra. A questo punto si aprirà una schermata piena di numeri. Per chiarezza, ne riproduciamo una versione semplificata, che contiene solo le informazioni che ci interessano (1). Rispetto al sito originale, nella figura che segue abbiamo solo aggiunto le cifre in rosso e l’ultima riga “Totali professori e ricercatori“.

(1) Rispetto alla tabella originale, sono state omesse le colonne “altre spese” (globalmente inferiori allo 0,1% degli assegni fissi) e “indennità accessorie” (arretrati e indennità accessorie ospedaliere).

Cosa dicono queste tabelle? L’ultima colonna fornisce il valore medio della retribuzione lorda annuale per ciascuna categoria. Concentriamoci su alcuni casi:

  • 90.970 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 62.980 €: Professori Associati confermati a tempo pieno
  • 75.920 €: Totali Professori
  • 41.200 €: Totali Ricercatori
  • 60.730 €: Totali Professori e ricercatori

Questi sono gli stipendi lordi effettivamente erogati dal ministero. Troppo alti rispetto alle retribuzioni di altre categorie in Italia? Troppo bassi rispetto alle retribuzioni universitarie di altre nazioni? In questa sede, ci limitiamo a notare la distanza abissale tra questi numeri (la realtà) e il dato iperbolico pubblicato dal Giornale: 164.004 € annui per un professore ordinario.

A titolo informativo, prima di procedere con la nostra indagine, stimiamo anche i corrispondenti valori netti mensili (13 mensilità, calcolo tramite irpef.info per Regione Lombardia, al netto dei contributi sociali):

  • 4.021 €: Professori Ordinari a tempo pieno
  • 2.920 €: Professori Associati conf. a tempo pieno
  • 3.434 €: Totali Professori
  • 2.059 €: Totali Ricercatori
  • 2.830 €: Totali Professori e Ricercatori

È bene ricordare che, se si volessero effettuare delle comparazioni con altre professioni o con gli universitari di altre nazioni, bisognerebbe tener conto che l’età media degli universitari italiani è particolarmente elevata (Fonte: CNVSU – Undicesimo Rapporto sullo Stato del Sistema Universitario, p. 136):

  • 59,2 anni: Professori Ordinari
  • 53,2 anni: Professori Associati
  • 45,5 anni: Ricercatori
  • 51,6 anni: Professori e Ricercatori
La genesi della bufala

Ma se lo stipendio citato dal Giornale non ha riscontro nella realtà, da dove spuntano fuori questi numeri?

Andiamo a leggere la fonte, ovvero l’articolo della Neue Zürcher Zeitung (NZZ):

ein ordentlicher Professor in der Schweiz auf zwölf Gehälter gerechnet brutto durchschnittlich 17000 Franken pro Monat, das sind 3000 Franken mehr als in Kanada und fast doppelt so viel wie in Deutschland (siehe Grafik)

Anche senza sapere il tedesco (qui la traduzione di Google Translator), salta all’occhio che gli stipendi sono espressi in franchi, come d’altronde specificato nella tabella allegata all’articolo (la risoluzione, purtroppo, lascia a desiderare).

Con ogni evidenza, i giornali italiani hanno riportato tali e quali i numeri della NZZ relativi ai professori ordinari, scrivendo che erano in euro quando invece erano in franchi.

Dalla lettura dell’articolo risulta che la fonte della classifica dei salari è il seguente libro curato da P. Altbach et al.:

Paying the Professoriate, Routledge 2012

Buona parte dei dati quantitativi del libro sono consultabili on line al seguente link.

Per chi legge Roars, il libro curato da Altbach non è una novità. Francesco Coniglione nel suo articolo “Il paese di Bengodi. Come i docenti universitari sono tutti ricchi e non lo sanno”, commentando alcune anticipazioni fornite da Repubblica, aveva espresso le sue perplessità:

non sappiamo come è stato calcolato questo stipendio medio né se per tutti gli altri paesi è stato preso in considerazione il lordo (dobbiamo aspettare la pubblicazione dello studio nella sua interezza), per cui non siamo in grado di capire se esso corrisponda a quanto effettivamente percepito in Italia.

Adesso che è uscito il libro, possiamo consultare il capitolo dedicato all’Italia, curato da Giliberto Capano, e in particolare la Tabella 16.1.

Come si può leggere, per l’Italia lo stipendio mensile medio di ciascun ruolo (“Middle of the scale” salary) è dato da (12 mensilità):

  • 7.423 €: Professore ordinario (lordo annuo: 89.076 €)
  • 5.468 €: Professore associato (lordo annuo: 65.616 €)
  • 4.094 €: Ricercatore (lordo annuo: 49,128 €)

Una stima dello stipendio netto mensile risulta essere (13 mensilità, calcolo tramite irpef.info):

  • 3.948 €: Professore ordinario (Banca Dati Econom. MIUR: 4.021 €)
  • 3.024 €: Professore associato (Banca Dati Econom. MIUR: 2.920 €)
  • 2.372 €: Ricercatore (Banca Dati Econom. MIUR: 2.059 €)

A scopo comparativo, tra parentesi è stata riportata la stima ottenuta nella prima parte dell’articolo in base alla media degli stipendi erogati dal MIUR. Insomma, quando non si scambiano i franchi con gli euro, i 13.667 € lordi vengono notevolmente ridimensionati. Ciò non toglie che, secondo Altbach, gli universitari italiani sarebbero comunque tra i più pagati al mondo.

A tale proposito, osserviamo che per l’Italia il valore medio (“Middle of the scale”) è riferito alla retribuzione dopo 16 anni di servizio nel ruolo considerato. Dal confronto con le tabelle stipendiali, si può verificare che non si è tenuto conto del triennio di conferma e che, pertanto, gli stipendi medi riportati erano quelli raggiunti dopo 19 anni dalla presa di servizio, in assenza di carriera pregressa. Per i professori ordinari e associati, che sono mediamente anziani (59,2 e 53,2 anni, rispettivamente), questo criterio porta a dei valori poco sotto o poco sopra la media degli stipendi effettivamente erogati (vedi sopra). Viceversa, il criterio dei 19 anni finisce per sovrastimare lo stipendio medio percepito dai ricercatori (età media: 45,5 anni). Non sembra che lo studio di Altbach abbia adottato criteri e definizioni comparabili per tutte le  nazioni e la mancanza di uniformità potrebbe spiegare diversi paradossi.

Per fare un esempio, non appare realistico che in Francia l’equivalente di un ricercatore italiano con 19 anni di anzianità guadagni solo 1.606 € mensili lordi (corrispondenti ai 1.973 US$ riportati da Altbach). In ogni caso, dato che ragioni di spazio e di tempo non consentono un esame più dettagliato, l’analisi della comparabilità dei dati forniti da Altbach non può che essere rinviata a uno studio espressamente dedicato al tema.

L’ironia fuori luogo di una giornalista distratta

Francesca Gallacci, sul Giornale ironizza sui docenti italiani dipingendoli come ricchi “a loro insaputa”

… la reazione della categoria è sempre la stessa: “Noi i più ricchi? Non lo sapevamo”. Il fatto è che i docenti devono essere i rimasti i soli a non esserne al corrente, perché il primato trova parecchie conferme. … Anzi secondo un altro studio, condotto da Philip Altbach … i docenti italiani finirebbero addirittura sul podio mondiale: al secondo posto dopo il Canada nella classifica dello “stipendio lordo medio” parametrato al costo della vita, mentre sarebbero terzi nel “top level”

La Gallacci, non solo ha confuso i franchi con gli euro, ma non si è neppure resa conto che che la classifica della Neue Zürcher Zeitung è basata proprio sullo studio di Altbach, che pure è citato nel corpo dell’articolo della NZZ ed anche ai piedi della classifica delle retribuzioni. Altro che “parecchie conferme”: quella citata dalla Gallacci non è altro che la fonte della NZZ. Gli svizzeri si sono limitati ad aggiungere le retribuzioni elvetiche che sono risultate al primo posto. Ecco spiegato perché nella classifica di Altbach siamo sul podio, invece che che quarti. In ogni caso, è bene ricordare che il “podio” potrebbe essere illusorio, dato che resta da verificare l’attendibilità dello studio originale, che presenta alcune appariscenti incongruenze.

Rimane la stranezza di due giornalisti, Giardina e Gallacci, che incappano nel medesimo errore, scambiando entrambi i franchi con gli euro. In ordine di tempo, il primo a sbagliare è Giardina (Italia Oggi), il cui errore è limitato agli stipendi dei professori ordinari, mentre riporta correttamente gli stipendi di professori associati e di ricercatori. È un’evidente svista di chi aveva consultato la sua fonte, ma poi si distrae nella stesura del pezzo. La Gallacci (il Giornale), da parte sua, non fornisce nessuna cifra in franchi, mentre ripete lo stesso identico errore di Giardina per i professori ordinari, come se la sua fonte per i 13.667 euro non fosse la NZZ, ma una lettura affrettata del pezzo del collega.

Gli infortuni della Gallacci e di Giardina non giovano alla credibilità dei loro quotidiani (il Giornale e Italia Oggi). Una rettifica ben visibile e corredata di scuse è il minimo che ci si possa attendere.

P.S. Francesca Gallacci cita la classifica QS World University Rankings per dimostrare la scarsa qualità degli atenei italiani. Riguardo ai limiti delle classifiche internazionali degli atenei e al posizionamento delle università italiane, ha già scritto Francesco Coniglione (“C’è ranking e ranking“, “Le università italiane nei vari ranking internazionali“). Anch’io, in un mio recente articolo, avevo recentemente suggerito alcune letture che evidenziano la mancanza di scientificità di tali classifiche ed anche le trappole che nascondono. Per comodità del lettore, riporto quanto avevo scritto.

Ranking delle università

(estratto da “Quanta ricerca produce l’università italiana? Risposta a Bisin“)

Le classifiche internazionali degli atenei, per quanto si prestino molto bene a diversi usi retorici, non hanno validità scientifica e, in particolar modo, sono inadatte a misurare la produttività scientifica delle nazioni. Come spiegato da David King:

The Shanghai Institute of Education has recently published a list of the top 500 world universities. The order is based on the number of Nobel laureates from 1911 to 2002, highly cited researchers, articles published in Science and Nature, the number of papers published and an average of these four criteria compared with the number of full-time faculty members in each institution. I believe none of these criteria are as reliable as citations.”

D. A. King, “The scientific impact of nations – What different countries get for their research spending”, Nature, vol. 430|15, July 2004, www.nature.com/nature

Le classifiche delle università sono dei cocktail in cui diversi ingredienti vengono mescolati in proporzioni empiriche. Al contrario, un’analisi scientifica della produttività scientifica deve basarsi sui dati bibliometrici originali, non contaminati da pesature arbitrarie. Chi fosse interessato ad una brillante spiegazione divulgativa dei trabocchetti e delle inconsistenze delle classifiche accademiche, può leggere  “The order of things – What college rankings really tell us” di Malcolm Gladwell, famoso editorialista del New Yorker. Chi invece fosse interessato ad aspetti più tecnici può leggere “Higher Education Rankings: Robustness Issues and Critical Assessment – How much confidence can we have in Higher Education Rankings?” di M. Saisana and B. D’Hombres. Si tratta di un documento di un centinaio di pagine che utilizza metodologie statistiche per valutare la robustezza della classifica di Shanghai (Jiao Tong) e di quella del Times Higher Education Supplement (THES). Le risultanze tecniche non sono favorevoli a queste classifiche:

Robustness analysis of the Jiao Tong and THES ranking carried out by JRC researchers, and of an ad hoc created Jiao Tong-THES hybrid, shows that both measures fail when it comes to assessing Europe’s universities (pag. 3).

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32 Comments

  1. La vera riparazione dovrebbe essere un articolo sui magri stipendi di ingresso degli associati e degli ordinari, specie se di provenienza non universitaria.
    Comunque, consiglio anche la lettura dei recenti articoli della Gallacci:
    http://www.ilgiornale.it/autore/francesca_gallacci/id=6255
    nonché dei fini commenti all’articolo in questione:
    http://www.ilgiornale.it/cronache/la_classifica_beffa_ateneiprimi_salari_ultimi_merito/26-05-2012/articolo-id=589734-page=0-comments=1

  2. Su Italia Oggi Roberto Giardina risponde ad una lettera di Paolo Manzini, che gli indica un sito di UNITS sugli stipendi dei docenti universitari. Giardina si trincera dietro la difficoltà delle comparazioni internazionali.

    http://​rassegnastampa.crui.it/​minirass/esr_p1.asp

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  5. Posso solo dire che un ordinario in ortopedia e traumatologia, l’anno scorso ha percepito 200.000 euro di arretrati (UNIBO). Senza contaregli extra di giuristi presso altre amministrazioni dello stato (peraltro ectoplasmi in ateneo) o gli studi degli ingegneri e chi più ne ha più ne metta. Una vera vergogna internazionale. Altro che stipendi medi di entrata ! Colleghi svegliatevi!

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Ne desumo che per chi non usufruisce di queste laute integrazioni, lo stipendio è – mediamente – ancora più basso delle medie globali fornite nell’articolo che tengono conto anche di questi casi fortunati, numericamente limitati.

  6. Numericmaente limitati ma vergognosi. Aggiungiamo il dopolavorismo è il quadro (vergognoso) è completo.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Se dobbiamo commentare senza statistiche ed in base ad esperienze personali, aggiungerei che nel mio dipartimento c’è anche qualcuno che si scorda sistematicamente di tirare lo sciacquone.

  7. dragmetoanvur says:

    Vorrei sapere se qualcuno ritiene corretto che ad insegnare in un corso universitario che deve preparare futuri dottori commercialisti, avvocati, architetti, medici, ingegneri, ecc.ecc non debbano esserci professori (a tempo parziale) che svolgano anche tali attività professionali.
    Mi chiedo se aver solo pubblicato su riviste internazionali sia una garanzia che si sa insegnare agli studenti come diventare seri e preparati consulenti del lavoro, biologi, consulenti fiscali, infermieri, ecc.ecc.
    Se un uomo o una donna riescono ad avere una vita familiare, fare ricerca, svolgere un’attività professionale e insegnare quanto sanno alle nuove generazioni, perchè devono essere insultati per il reddito aggiuntivo che percepiscono sul libero mercato (nel senso che altri cittadini decidono liberamente di pagarli per le loro conoscenze e competenze) esercitando la loro professione?
    Se ricordo bene, era nella Russia sovietica che si adottavano tali criteri di appiattimento reddituale delle capacità professionali, e sappiamo che fine ha fatto quel sistema socio economico.
    Se i prof universitari, costano meno allo Stato in quanto lavorano anche come professionisti, e insegnano quanto sanno alle nuove generazioni che danno procurano?

  8. Se facessero davvero ricerca e didattica non ci sarebbe problema: sappiamo tutti che non e’ cosi.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      ANVUR: Italia meglio di Germania, Francia e Giappone come efficienza della ricerca pubblica
      http://www.roars.it/online/anvur-italia-meglio-di-germania-francia-e-giappone-come-efficienza-della-ricerca-pubblica/

    • Secondo me la questione dei docenti a tempo definito non si può liquidare come fa acicchel, ma nemmeno la si può considerare irrilevante. Anche ammesso che questi docenti siano ottimi e capaci di produrre didattica e ricerca di alto livello, da diversi anni a questa parte due fenomeni congiunti: a) la drastica riduzione delle risorse complessive, b) lo spettacolare aumento dei carichi relativi a incombenze burocratiche – di cui ben raramente si fanno carico i docenti a tempo definito -, consiglierebbero forse di indirizzare le risorse altrove.

    • Francesco Lovecchio says:

      Torniamo sempre sullo stesso punto. L’efficienza così comer riportata è viziata da una sottostima del numero di ricercatori italiani (ne abbiamo già parlato), sicuramente per quanto riugarda le università. Comunque supponiamo che siano giusti (ipotesi eroica). Possiamo misurare l’efficienza in termini di costo per ricercatore che è peraltro più in linea con il tema dell’articolo e del commento di “acicchel”. Prendendo i dati da OECD Main Science and Technology, in particolare Higher Education Expenditure in R&D (in $ PPP) e dividendo per Higher education researchers (in fte) risulta che nel periodo 2008-2011 il costo medio di un ricercatore italiano (in fte) è superiore a quello di Francia e Giappone e simile a quello tedesco. Rispetto a quello UK è più del doppio.

      In forma tabellare il costo per ricercatore in milioni di $ PPP
      Germania 0,178
      Italia 0,173
      Francia 0,147
      Giappone 0,147
      UK 0,068

      I dati sono estratti da http://stats.oecd.org/Index.aspx?DataSetCode=MSTI_PUB#

    • Ci riferiamo sempre ai settori bibliometrici immagino. Gli altri godono di extraterritorialita’.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      @Lovecchio: quelli a cui mi riferisco *non* sono dati di efficienza pro-capite. L’abbiamo scritto 1.000 volte. Le modalità di contabilizzazione dei precari italiani incidono marginalmente sull’efficienza *finanziaria* (di questo sto parlando) in termini di produzione scientifica (papers e citazioni). Anche questo è stato discusso e dimostrato al di là di ogni limite di umana sopportazione. Inoltre, Lovecchio non può insistere a dire che i ricercatori accademici italiani sono sottostimati (infatti per prudenza, in attesa di dati migliori, io *non uso* misure di efficienza pro-capite) e poi usare il costo per ricercatore. Se il numero (come crede Lovecchio) è sottostimato, questo costo per ricercatore è sovrastimato. Un minimo di onestà intellettuale non guasterebbe di tanto in tanto.

    • E’ l’ultima spiaggia a cui aggrapparsi: visto che i dati sui precari non ci sono ci si specula sopra. Meglio che normalizzare alla Perotti ma insomma sempre li stiamo.

    • Francesco Lovecchio says:

      @De Nicolao, il link all’articolo di Roars postato il 20 maggio alle 21:36 riporta 12 grafici di cui 4 (cioè un terzo) fanno riferimento proprio al numero di ricercatori per mostrare l’efficienza pro-capite. Della serie in Italia pochi ma buoni.

      ==

      Sul pochi non mi dilungo visto che pare sia un caveat rilevato da più parti. Tutti gli altri indicatori alla fine dipendono proprio da quella sottostima del numero che non incide marginalmente sull’efficienza finanziaria, così come non incide marginalmente per gli altri paesi. Da qui i confronti non sono possibili in quei termini.

      ===

      Ma se il numero di ricercatori lo si considerasse vicino al dato vero – come De Nicolao fa non menzionando mai il caveat o negandolo o asserendo che l’effetto è marginale – allora dando per buoni i dati per l’Italia, salta fuori che i ricercatori italiani sono pochi, forse buoni, ma anche più costosi degli altri, che è poi il tema dell’articolo principale. Un minimo di onestà intellettuale e coerenza logica non guasterebbe di tanto in tanto.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Lovecchio: “Ma se il numero di ricercatori lo si considerasse vicino al dato vero – come De Nicolao fa non menzionando mai il caveat”
      ======================
      Probabilmente Lovecchio vede sul suo monitor una versione hackerata di Roars. Sulla versione autentica sta scritto:
      ______________________
      “Le misure di efficienza più facilmente comprensibili sono quelle relative alla produttività individuale dei ricercatori. Purtroppo, sono anche misure che vanno lette con una certa cautela perché la definizione del numero di ricercatori è in qualche modo convenzionale e segue regole che potrebbero differire da nazione a nazione. Tra i problemi da considerare, c’è la definizione di ricercatore “full-time equivalent”, dato che i professori universitari dedicano parte del loro tempo alla didattica ed anche la definizione delle tipologie di soggetti da contare come ricercatori.

      Tenendo presenti tutte questi caveat, esaminiamo i dati riportati dall’ANVUR …”
      ___________________________
      http://www.roars.it/online/anvur-italia-meglio-di-germania-francia-e-giappone-come-efficienza-della-ricerca-pubblica/

    • Francesco Lovecchio says:

      @De Nicolao, un conto è l’avvertenza scontata che dice che ci sono variazioni che possono andare in entrambe le direzioni per tutti ma sono nel complesso unbiased (caveat banale che vale praticamente per ogni confronto statistico e si può benissimo omettere); un altro conto è quando si sa, come nel ns caso, che molto probabilmente vi è una sistematica sottostima del numero di ricercatori per il solo caso italiano. Non mi pare aver letto questo secondo caveat nella versione non hackerata del sito.

    • Lovecchio non si capisce perche’ lei continua a scrivere cose non documentate.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Ho il piacere di comunicare ai nostri lettori che Francesco Lovecchio si è aggiudicato con verdetto unanime la prima edizione del Roars Mirror Climber Award. Congratulazioni a nome dell’intera redazione.

    • Francesco Lovecchio says:

      @De Nicolao, per accettare l’award aspetto di leggere la motivazione, se ce n’è una. Prego prima di rileggersi tutti i passaggi della conversazione con attenzione.

      @Sylos Labini, per quale cosa ha necessità di documentazione? Pronto a fornire ogni elemento puntuale.

    • “per quale cosa ha necessità di documentazione? ” Ne faccio collezione.

  9. Va premiato chi si dedica all’universita’. Per fare cio’ occorre sganciare gli atenei dalla politica. Questi signori approfittano dell’universita’. Prendono piu’ di quello che danno e sottragono risorse. Speriamo che l’anvur vada in questo senso.

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Speranza più che esaudita. Certo che l’ANVUR va in questo senso: prendono piu’ di quello che danno e sottraggono risorse

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Grazie ai demenziali criteri bibliometrici caldeggiati da ANVUR, le abilitazioni sono “incartate”: a quasi 7 mesi dalla chiusura del bando il CINECA non è riuscito a fornire alle commissioni gli indicatori dei candidati. In tutti i modi e tempestivamente si è cercato di spiegare all’ANVUR (fin dall’estate 2011!) che correvamo verso il baratro: lo ha fatto il CUN e, nel mio piccolo, anch’io (http://www.slideshare.net/giuseppedn/riflessioni-sui-documenti-anvur-su-abilitazione-scientifica). Niente da fare. Decine di migliaia di candidati a bagnomaria tra prima (interminabile) e seconda (interminata) tornata. In pochi sarebbero stati capaci di tanto e mi sembra giusto che cotanta squadra riceva compensi adeguati.


      “Prendono piu’ di quello che danno e sottraggono risorse” è una definizione perfetta.

  10. L’anvur fa parte , insieme ai colleghi che lavorano sfruttano l’universita’ pro domo loro, di chi prende piu’ di quel che da. Senza senso civico e legalita’ non si va da nessuna parte o meglio si arriva qui

  11. dragmetoanvur says:

    Non conoscevo i dati sui corrispettivi ANVUR! sono allibito!
    questi corrispettivi sono aberranti! é ancora più ingiustificabile il disastro generato dall’ANVUR!

  12. Pingback: Blocco stipendi nella P.A. - Pagina 4

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