La bufala del giorno

Krugman, l’istruzione e l’onesta stampa italiana

Parola di Nobel: che un elevato livello di istruzione serva a fare soldi è una “fantasia poco seria”. Il virgolettato (secondo Corriere.it) sarebbe di Paul Kugman. Al Corriere della Sera, da sempre in prima linea nel sostenere che “Meno studi e più trovi lavoro” non deve essere sembrato vero poter schierare al proprio fianco un opinionista così autorevole. Peccato che basti una mediocre conoscenza della lingua inglese per comprendere che il senso dell’articolo di Krugman era tutt’altro. Krugman, infatti, denuncia la pretestuosità dello “skills gap” come spiegazione dei problemi di occupazione e di reddito che dipendono piuttosto dall’aver incentivato le disuguaglianze economiche. Ecco quale era la “fantasia poco seria” per Krugman: “the desire to see the whole thing as an education problem”. Ma al Corriere fanno uso di occhiali con le lenti colorate. Oppure, convinti come sono che un elevato livello di istruzione non serva,  pensano che il mestiere di giornalista non debba fare eccezione.

CorriereMenoStudi

Sulla pagina del corriere.it c’è un trafiletto a firma di Paolo Romano dal titolo “La laurea non serve per fare soldi. La tesi controcorrente di Krugman”.

La notizia è una di quelle da far sobbalzare sulla sedia: un premio Nobel per l’economia che disconosce il valore (anche) economico dell’istruzione!

Il trafiletto, commentando un post del blog di Krugman sul New York Times, comincia così:

Un alto livello di istruzione non garantisce lavori migliori o salari più alti, credere che sia così è «una fantasia poco seria».

Dal virgolettato usato dall’articolista, sembra di capire che Krugman abbia definito “una fantasia poco seria” la correlazione tra elevati livelli di istruzione e salari più elevati, in barba a decenni di stime empiriche e modelli teorici che dimostrano il contrario.

La notizia fa di nuovo sobbalzare dalla sedia. Per capire meglio l’argomentazione di Krugman, sommariamente descritta nel trafiletto, non si può non leggere il post originale, intitolato “Knowledge Isn’t Power”.

Il post di Krugman comincia parlando di una nuova forma di ossessione che sembra attanagliare le elite politico-economiche: il tentativo di trasformare il dibattito sulla diseguaglianza in una discussione sulle inadeguatezze del sistema di istruzione e formazione (to divert our national discourse about inequality into a discussion of alleged problems with education).

Riconosciamo questo tipo di ossessione. Ma l’America non è l’Italia…

Continuando, Krugman enuncia brevemente le teorie sullo skills gap (people insisting that educational failings are at the root of still-weak job creation, stagnating wages and rising inequality) secondo le quali la principale causa della stagnazione, dei bassi salari e della crescente disuguaglianza sono da attribuire alle carenze del sistema di istruzione e formazione.

Sono considerazioni che si sentono anche da queste parti. Ma l’America non è l’Italia…

Krugman ovviamente non è d’accordo, ma il nostrano articolista non se n’è accorto. Gli è piaciuto che, per contestare le teorie dello skills gap, Krugman abbia sottolineato che “i guadagni medi dei laureati americani, a partire dalla fine degli anni ’90, siano precipitati in una fase di stagnazione”.

Allo stesso modo, al nostro articolista non interessa la domanda che si pone Krugman (So what is really going on?) e tanto meno la sua risposta sulla crescente disuguaglianza (all the big gains are going to a tiny group of individuals … Rising inequality isn’t about who has the knowledge; it’s about who has the power).

Non interessa e non è importante capire che Krugman suggerisca che ci sono molti modi per rendere un’economia meno diseguale (it’s not hard to imagine a truly serious effort to make America less unequal) e che per avere meno diseguaglianza non bisogna disincentivare l’istruzione ma ridurre le rendite di posizione. Tanto meno che sia proprio nell’interesse di coloro che hanno rendite di posizione distrarre dalla vera causa della disuguaglianza e puntare l’indice verso il sistema di istruzione additandolo come principale causa della scarsa crescita (the determination of one major party to move policy in exactly the opposite direction…Hence the desire to see the whole thing as an education problem instead)

Ma l’Italia è diversa dall’America…

Il nostrano articolista trae la conclusione indicata nel titolo del suo post (articolo?), ovvero che “La laurea non serve per fare soldi”. Come ci è arrivato? Il passaggio logico non è molto chiaro.

Eppure è semplice.

Quando in America un premio Nobel dice che considerare le carenze del sistema di istruzione come la causa di bassa crescita e crescente disuguaglianza è “a deeply unserious fantasy”, in Italia diventa «una fantasia poco seria» pensare che un alto livello di istruzione garantisca lavori migliori o salari più alti.

Non è difficile! Come dice Krugman, si tratta semplicemente di “to divert our national discourse about inequality into a discussion of alleged problems with education”.

Niente di nuovo, l’Italia è come l’America. Finalmente.

Abbiamo raggiunto il giusto livello di internazionalizzazione.

A tal fine, suggerirei di fondare una bella ANVIS (Agenzia Nazionale di Valutazione dell’Informazione e della Stampa) che valuti e controlli la “qualità” dell’informazione.

Ci accorgeremmo, forse, che è meno dannoso un ricercatore “silente” che pur di non scrivere baggianate non scrive nulla, rispetto ad un “produttivo” giornalista che pur di mostrarsi in home page non esita a stravolgere gli interventi altrui.

 VERDEBLU

 

 

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2 Comments

  1. “Quando in America un premio Nobel dice che considerare le carenze del sistema di istruzione come la causa di bassa crescita e crescente disuguaglianza è “a deeply unserious fantasy”, in Italia diventa «una fantasia poco seria» pensare che un alto livello di istruzione garantisca lavori migliori o salari più alti.”
    Succede anche di peggio. Succede che un Renzie dica che sia una “fantasia poco seria” (“ridicolo”) pensare che un sistema educativo non sia per sua natura diseguale (sarebbe “antidemocratico”), ponendo fine direttamente all'”education-centric problem” sul quale si interrogano gli americani.
    Come disse quello? Alcune dovranno essere chiuse – in quanto schiappe – altre sforneranno solo diplomati e via andare.
    Perché se è vero che “knowledge isn’t power”, è vero anche che in un sistema dove regna l’ineguaglianza chi ha il potere avrà anche l’educazione.
    Ma l’importante è vincere la Champions League.

  2. Pingback: Non smettere di studiare (ma cambia strada) | Matteo Fini - AllNews24

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