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“Ha un ottimo reddito e vive con la sua donna”

 

Qualche giorno fa uno slogan pubblicitario piuttosto originale diceva così: “licenzia un dipendente, assumi una web agency“. L’annuncio ha fatto discutere, non solo per lo slogan in sé, ma per l’immagine, che ritraeva un uomo in giacca e cravatta fatto uscire dal posto di lavoro con un calcio sul fondoschiena. Quest’immagine fa il paio con un’altra che mi tornava in mente mentre ripensavo alle dichiarazioni del Ministro Fornero al Wall Street Journal. Si tratta di una campagna pubblicitaria che ritrae due giovani trentenni, l’uno forte belloccio con le braccia conserte e lo sguardo sicuro; l’altro impacciato e noiosetto, con una giacca e cravatta piuttosto scialbe. Il primo ha “un posto fisso, un ottimo reddito e vive con la sua donna”, dice l’annuncio. Il secondo “è laureato da sei anni, ha un lavoro precario, un reddito basso e vive con i suoi genitori”. Quale dei due preferisci? Questa è la domanda. No, non si tratta di un sito di appuntamenti ammiccanti. Si tratta della pubblicità dei Corsi di Formazione Permanente del Consorzio Enfapi, un Centro di Formazione Professionale di Bergamo, legato a Confindustria e finanziato dalla Regione Lombardia. “La scuola media è finita”, continua tant’è la campagna: cosa scegli per il tuo futuro? In breve, preferisci laurearti e divenire l’ennesimo colto precario senza donna senza reddito e senza futuro, o divenire capo reparto in fabbrica a sedici anni e vivere “con la tua donna” già a trenta, come dovrebbe fare un uomo vero?

A prima vista i due spot non hanno molto in comune. L’uno è una volgare rappresentazione visiva dei benefici della novella libertà di licenziamento: vuoi risparmiare? Licenzia, troverai sicuramente qualcuno disposto a fare lo stesso lavoro a minor prezzo. L’altro è un’amara rappresentazione dell’inutilità dello studio. Vuoi sprecare tempo e denaro? Laureati. Entrambi gli slogan sono in tema oggi. Entrambi, infatti, ci dicono precisamente quello che ha detto la Fornero: il lavoro non è un diritto. Devi guadagnartelo, o qualcuno lo farà al posto tuo. Nemmeno lo studio è un diritto. Infondo, a che serve studiare se poi fai il precario?

Prima di rispondere, torniamo alla storiella. Qualche giorno fa, infatti,
un’indagine commissionata da Confindustria Bergamo a Astra Ricerche ha portato alla luce i sogni e le aspettative per il futuro dei giovani bergamaschi, gli stessi involontari destinatari della campagna del Consorzio Enfapi. “I giovani bergamaschi non si fanno illusioni”, riassumeva il trafiletto del Sole 24 Ore intitolato “Perchè a Bergamo la laurea non attira“. Questi ragazzi “in un prossimo futuro potranno fare i camerieri, i cuochi, i commessi, al massimo gli operai, magari anche specializzati. Ma non certo, e non più, i manager o i consulenti”. Insomma: è “inutile alimentare generazioni di laureati frustrati”. Siate realisti: volate basso o volatevene via.


Ecco, dunque, il punto. Il punto non è che i diritti costano. E’ che è tempo di essere umili e fare senza. Il problema non sono le parole della Fornero. E’ che è tempo di farsene una ragione. La controprova di tutto questo è il comparto istruzione. Ora che il mercato del lavoro italiano è ridotto a mero dumping sociale, l’istruzione è superflua. Certo, sarebbe bello se potessimo avere almeno un briciolo di lungimiranza. Ma piuttosto che vaneggiare, guardiamo al risparmio. Dal 2008 a oggi i tagli hanno consentito ben otto miliardi di risparmio su scuola e università. Oggi la spending review taglia 51 milioni all’Istituto nazionale di fisica nucleare (parte nella ricerca sul bosone), 38 milioni al CNR, 6,5 milioni all’Agenzia spaziale italiana, 1,5 milioni all’Istituto nazionale di astrofisica, 4 milioni all’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, 3 milioni all’Istituto di Oceanografia e geofisica sperimentale, 4,5 milioni al Consorzio scientifico Trieste, 130 mila euro all’Istituto italiano di studi germanici, 300 mila euro all’Istituto di Alta matematica, 2 milioni all’Istituto di ricerca metrologica, 350 mila euro al Museo storico della fisica, 1,6 milioni alla Stazione geologica Dohrn, 70 mila euro all’Istituto per la valutazione, per un totale di 209 milioni.

Nel frattempo, dal 2010 al 2011 sono stati tagliati più di mille corsi di laurea nelle università. Dal 2008 a oggi più di 20 mila scienziati, post-doc, assegnisti, co.co.co sono stati costretti ad andarsene. Nonostante il tam tam sulle abilitazioni, il tasso di indebitamento degli atenei è tale che con tutta probabilità sarà difficile ogni sostanziale reclutamento. Se non vengono reintegrati, i docenti saranno dimezzati in meno di dieci anni. Non contento, il rettore della Iulm Puglisi rilancia: il 70% degli atenei italiani è inutile, ha dichiarato il 2 Luglio a Repubblica. Possiamo finalmente abbattere il sistema universitario pubblico tout court, quale occasione ghiotta. Se poi proprio i più abbienti vogliono studiare, ecco la chance: vuoi sopravvivere? Alza le tasse studentesche. Ecco che di soppiatto la spending review ha rimosso il limite del 20% alla contribuzione studentesca cambiando il numeratore e il denominatore al rapporto. Ci avevano provato in molti, ora finalmente le contribuzioni dei fuori corso potranno aumentare illimitatamente, mentre le tasse degli studenti in corso potranno essere il 20% del FFO + ogni altro trasferimento statale, mossa che fa pensare a un sostanziale raddoppio delle tasse universitarie già dal 2013, nonostante le immatricolazioni siano calate del 10% solo nell’ultimo anno. Insomma, poco importa che a fronte di tasse almeno raddoppiate in Italia gli studenti avranno il minor numero di borse di studio, il minor numero di docenti, uno dei tassi di disoccupazione più alti del mondo occidentale. La logica è una sola. Vuoi un diritto? Paga. Gli altri possono sempre andare a vivere con la loro donna.

Una versione ridotta di questo articolo è uscita il giorno 8 Luglio su “Il Fatto Quotidiano”, con il titolo “Meno studi, meglio vivi”.

 

 

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13 Comments

  1. Commento solo l’ultima parte, quella sulle tasse dei fuori corso. E’ mai possibile che gli appelli d’esame dei corsi di laurea debbano essere intasati da gente fuori corso da 6, 7, 8 o più anni? Gente che non è assolutamente “portata” per quel corso di laurea. In Germania puoi andare 2 anni fuori corso, poi ciao ciao. Puoi tentare lo stesso esame al massimo 3 volte, poi ciao ciao se è un fondamentale. I fuori corso sono una piaga (anche per la loro ostinazione a tentare lo stesso esame ad ogni appello, ogni volta con esiti disastrosi!) e visto che non abbiamo il coraggio di dir loro “cari signori, mi spiace ma dovete scegliere un corso di laurea diverso, più adatto a voi” almeno dovremmo disincentivarli ad andare fuori corso aumentando considerevolmente le loro tasse. Io dico: 0 tasse per chi è in perfetta regola con gli esami e ha una buona media agli esami (buona, non ottima), alte per chi “inizia a perdere colpi”, e tasse altissime per chi va fuori corso. In quest’ottica ben venga la spending review!!

    • Giuseppe De Nicolao says:

      Dietro il termine “fuoricorso” (che, per inciso, sono un fenomeno presente ed in espansione a livello internazionale, “Profumo: “Italia unico paese con i fuoricorso”. Ma è vero?” http://www.roars.it/online/?p=7625) ci sono realtà molto differenziate.

      La crisi economica ed il taglio delle borse di studio (“Diritto allo studio universitario: quale riforma?”, http://www.roars.it/online/?p=4373) costringono molti studenti a lavorare per mantenersi agli studi, con ovvie conseguenze sulla durata degli studi.

      Inoltre, ci sono questioni legate all’offerta didattica e ai diversi gradi di preparazione degli immatricolati (“Prova iniziale di verifica: una terza via?, http://www.roars.it/online/?p=9507).

      Difficile pensare di liquidare un problema di dimensioni internazionali e con diverse cause economiche e organizzative con ricette dal sapore più o meno punitivo come il ricorso “tasse altissime per chi va fuori corso”.

      In una nazione che ha un drammatico ritardo nella formazione superiore (20% di laureati nella fascia 25-34 anni contro la media OCSE del 37%, “Università: cosa dice l’OCSE dell’Italia?”, http://www.roars.it/online/?p=536) l’obiettivo non può certo essere quello di scoraggiare chi è in difficolta ma piuttosto sviluppare un sistema universitario socialmente inclusivo (AlmaLaurea: “I giovani non possono più attendere: investire in istruzione, ricerca, innovazione, cultura”, http://www.roars.it/online/?p=6978).

    • Secondo me è diversa la mentalità, non vedrei le tasse alte come punizione ma come disincentivo. Se sai che devi laurearti in un tempo ragionevole ti impegni di più. Se ti impegni, ci sono due possibilità. Se non sei portato, te ne rendi conto e cambi subito corso di laurea. Se sei portato, grazie al tuo impegno ottieni buoni risultati e ti laurei in 3 – 5 anni senza dover lavorare (fra tasse 0, e borse che coprono alloggi universitari e mensa). Un sistema così non sarebbe difficile da implementare e si premierebbe il merito in maniera intelligente, e non solo a parole. Se poi sei ricco di famiglia puoi pagarti anche 7-8 anni di fuori corso ed i tuoi soldi aiuteranno a dare supporto economico ai bravi di cui sopra.

    • Fausto di Biase says:

      vorrei fare un commento su quello che scrive “Marc” nel suo commento delle ore 09:44 di mercoledì 11 luglio 2012, a proposito di certe regole impiegate in Germania.

      Mi sembra uno dei tanti esempi della sindrome di Gulliver.

      Puo` essere difficile, inutile, o dannoso importare un singolo elemento dall’estero, quando poi non e` possibile importare tutto il resto.

      Che io sappia, in Germania il sistema educativo decide molto presto se da grande farai l’operaio o l’ingegnere. Lo decidono gli insegnanti, sulla base delle “capacita` scolastiche” dell’allievo. E` la loro raccomandazione che determina se l’allievo prenderà il Ginnasio o la Realschule o la Haupptschule o la Gesamtschule. Forse qualcuno più esperto di me in materia sarà in condizione di smentire questa mia percezione, ma ne sarei veramente sorpreso, perché mi e` stata confermata da più fonti, indipendenti tra di loro.
      Si tratta evidentemente di una organizzazione scolastica ispirata a una idea di stato etico, dove il singolo e` visto prima di tutto come ingranaggio di una macchina, e poi come singolo. La macchina deve funzionare bene.
      In un sistema di questo tipo, le restrizioni descritte da “Marc” non sorprendono, e sono anche ragionevoli e condivisibili.

      Per i miei gusti (che sono senza dubbio influenzati dalla lettura adolescenziale della “Elegy written on a country churchyard”, come anche da “The soul of man under socialism”) preferisco una organizzazione sociale dove invece le prerogative e le speranze del singolo possono trovare un ragionevole spazio di espressione e realizzazione. Ma a parte i miei gusti, che non contano più di tanto, il punto e` che nel nostro attuale sistema educativo, non e` prevista, come in Germania, una struttura ad albero, con snodi sostanzialmente irreversibili, dove la scelta viene fatta quando sei ancora piccolino. In questo nostro contesto, inserire all’improvviso norme drastiche come quelle descritte da “Marc” mi sembra una pugnalata alla schiena. Pensare che possa poi in qualche modo essere utile e` una pia illusione.

      A mio avviso, il nostro sistema attuale e` in certo senso ipocrita: facciamo credere che tutti possano fare tutto, e poi ognuno si arrangi come può. Ecco perché sarebbe utile mediare il passaggio dalla scuola secondaria all’università in modo opportuno. Come ho scritto in un mio intervento su questo sito, la prova iniziale dovrebbe essere, nelle intenzioni del Legislatore, il perno di questa mediazione, che e` sicuramente necessaria.

      Poi, quando ci si lamenta che gli appelli d’esame siano intasati da fuori corso, o che gli studenti tentano a vuoto di superare gli esami, si deve anche tenere a mente che noi professori raramente riusciamo a coordinare le date degli appelli in modo da evitare sovrapposizioni. Eppure, con i moderni strumenti informatici, sarebbe facilissimo. Il punto e` che noi professori non vogliamo rinunciare alla prerogativa di fissare l’appello di esame quando vogliamo. Dopo che avremo implementato un sistema per razionalizzare la collocazione spazio temporale degli appelli di esame, allora avremo anche il diritto di implementare norme restrittive simili a quelle proposte da “Marc”.

    • @ Marc
      La maggior parte degli universitari è di sinistra, e sapete da cosa di capisce? Dal fatto che se entra Goebbels e ci dice di vergognarci perché abbiamo le scarpe sporche cominciamo a pensarci su e a dire che, sì, beh, proprio pulite non sono, forse non da vergognarsi, ma, d’accordo, chiediamo scusa e ci impegneremo in una futura autocritica.
      .
      Di fronte ad una classe dirigente che butta via quattro miliardi sulle quote latte, noi stiamo là e discettare se i fuori corso andrebbero espulsi a male parole o, più elegantemente, con un ‘disincentivo’.
      .
      Quello che mi pare intollerabile è che non si riesca a vedere il nocciolo del problema: non è che la gente ritiene di non dover studiare perché
      ‘l’università non prepara alla vita’,
      ‘i fuoricorso intasano gli esami’,
      ‘si può diventare ricchi anche con la terza media’,
      ‘l’università è dispersiva’,
      ‘mio cugino mi ha detto che quello è andato in cattedra perché spinto dal parroco’, ecc. ecc.
      Tutte ‘ste robe possono pure essere vere, ma il punto di fondo è che la scarsa stima dell’istruzione, diffusa tanto nella popolazione complessiva che nelle classi dirigenti, è CAUSA, non EFFETTO di quelle eventuali disfunzioni.
      .
      Il problema è che la maggioranza di ogni ceto è già da sempre convinta che lo studio fornisca quattro cazzate, e che l’omo vero sia quello che a trent’anni vive con la sua ddonna, e con cui alleveranno gaiamente tanti piccoli teledipendenti, se hai fortuna persino dei futuri tronisti!
      Poi, all’occorrenza una giustificazione a posteriori per ciò di cui si è convinti da sempre la si trova. Come sempre i sistemi sociali tendono ad autoriprodursi e così una popolazione con un elevato tasso di minus habens elegge classi dirigenti modello Borghezio-Scilipoti, per poi sentirsi dire che, vedete, avere competenze ancorché infime su alcunché non serve a un razzo per avere successo: guardate noi!
      .
      Nota di colore.
      L’altro giorno è stata data grande enfasi al fatto che il Milan ha acquistato Balotelli e che questo conta l’uno-due per cento in termini di favori elettorali. Ora, avessi sentito un commento mediatico sulla (plausibile) follia che si stava dicendo! Almeno un commento da campagna elettorale che dicesse (magari in perfetta mala fede) di “non credere che gli italiani siano così decerebrati da dare il consenso a governare a qualcuno perché acquista un calciatore.” Invece no. Silenzio. Tutti occupati a vedere se abbiamo davvero le scarpe sporche…

  2. Francesca Coin says:

    Almalaurea ci dice in modo incontrovertibile che c’è una relazione diretta tra il lavoro durante gli studi e la frequenza delle lezioni. La frequenza si riduce per gli studenti lavoratori e i lavoratori studenti. Inoltre, “la probabilità di lavorare nel corso degli studi universitari è legata al contesto familiare di provenienza: all’aumentare del titolo di studio dei genitori diminuisce la percentuale di laureati che hanno svolto un’attività lavorativa” http://www.almalaurea.it/universita/profilo/profilo2008/premessa/pdf-file/sezione5.pdf. E’ evidente che per parlare del cosiddetto problema dei fuoricorso dobbiamo dunque parlare della riduzione del diritto allo studio, e delle varie modalità con cui lo studio universitario viene scoraggiato, questione per l’appunto da cui muove il pezzo in questione.

  3. Pingback: Ha un ottimo reddito e vive con la sua donna « ricercatoripolito

  4. E’ difficile ammetterlo, ma purtroppo è vero e lo sto sperimentando con dolore sulla mia pelle. Io sono un’insegnante di ruolo e guadagno 1370 euro al mese, mio marito è fisico, ancora precario a 46 anni per via di un dottorato negli USA che gli ha fatto perdere il turno in fila in Italia e guadagna 1470 euro al mese. Stiamo pensando di mollare tutto e lasciare il paese, almeno mio marito potrebbe trovare qualche opportunità tornando in USA. Qui in Italia se vuoi fare ricerca o devi essere figlio di un accademico, allora hai le porte aperte o devi essere ricco di famiglia. Il sistema universitario è marcio e corrotto. Il turn over è fermo al 2008. Che ne pensate? La realtà è dura da digerire ma è così.

  5. Cerco lavoro con la T-shirt – da “La Repubblica”
    Attraktiver als du denkst – das-neue-Handwerk.de =”Più attraente di quanto credi – il nuovo mestiere (lavoro manuale, artigianato)” <> La Repubblica

    Il pezzo quí citato si commenta da solo. Molti vorrebbero acquistare le T-shirt e Mueller ha un GRANDE TALENTO PROVOCATORIO!

    Le campagne si moltiplicano perché questa è la nuova politica e adesso, come nei film ORROR sta diventando la nostra realtà!

    Torniamo indietro nel tempo… al16 ottobre 2004
    http://www.skolo.org/spip.php?article981&lang=fr

    Due punti tratti dall´articolo linkato:
    <>

    e ancora:

    III. UNA CATASTROFE EDUCATIVA IN PREPARAZIONE
    Le conseguenze di questa politica educativa sono già ben evidenti. In tutti i paesi, si assiste ad una recrudiscenza delle disuguaglianze sociali nella scuola. Si accresce il fossato tra scuole di elite, centrate sulla preparazione dei figli della borghesia alle “funzioni elevate” che gli spettano per eredità sociale, e le scuole del popolo, le scuole ” pattumiera”, le strutture d’insegnamento tecnico e professionale che si accontentano di comunicare le vaghe competenze “trasversali” e “sociali” che ormai esige l’economia. Nemmeno la massificazione dell’insegnamento secondario è stata realizzata – e ancora, molto parzialmente in numerosi paesi europei – ed ecco che già si abbandonano tutte le promesse di democratizzazione di cui questa massificazione si diceva portatrice; ed ecco che si confinano i bambini del popolo in un insegnamento svuotato della propria sostanza emancipatrice. Nelle formazioni tecniche e professionali, ma anche nella maggior parte dell’insegnamento superiore, l’evoluzione in corso si traduce in una totale subordinazione al controllo e ai diktats emanati dagli ambienti padronali.>>……
    Contributo di N. Hirtt al seminario « Educazione e globalizzazione in Europa », Forum Sociale Europeo, Londra, 16 ottobre 2004
    traduzione a cura di Paola Capozzi

  6. Cerco lavoro con la T-shirt – da “La Repubblica”
    Attraktiver als du denkst – das-neue-Handwerk.de =”Più attraente di quanto credi – il novo mestiere (lavoro manuale, artigianato)” recita l’irresistibile maglietta indossata da idraulici, meccanici ed elettricisti ritratti dal fotografo Markus Mueller. Le immagini fanno parte di una campagna di sensibilizzazione voluta dal governo tedesco e commissionata all’agenzia Scholz & Friends. Lo scopo è sensibilizzare i giovani che cercano lavoro verso professioni che di solito considerano poco appetibili. Giocando con il luogo comune delle padrone di casa che sbirciano gli operai al lavoro, con la mezza luna in vista, la campagna è diventata un tormentone sul web, al punto che in molti vorrebbero acquistare le T-shirt, e ha raggiunto il suo scopo. Dimostrando ancora una volta il talento provocatorio di Mueller. La Repubblica

    Il pezzo quí citato si commenta da solo. Mueller ha un GRANDE TALENTO PROVOCATORIO!

    Le campagne si moltiplicano perché questa è la nuova politica e adesso, come nei film ORROR sta diventando la nostra realtà!

    Torniamo indietro nel tempo… al16 ottobre 2004
    http://www.skolo.org/spip.php?article981&lang=fr

    Due punti tratti dall´articolo
    4. Questa deregolamentazione del tessuto educativo non rischia di produrre delle profonde disuguaglianze? Che di questo non ci si preoccupi, o piuttosto, tanto meglio, perché è proprio quanto reclama l’evoluzione duale del mercato del lavoro. In Francia, il numero di impieghi non qualificati è passato da 4,3 a 5 milioni nel corso degli anni ’90. Esso rappresenta ormai un quarto del lavoro totale. Sono soprattutto i giovani ad essere costretti, in massa, ad accettare questi impieghi precari, mal remunerati e per i quali non si esige alcuna qualificazione particolare, ma solo una moltitudine di micro-competenze : saper pronunciare una mezza dozzina di frasi – educatamente – in una lingua straniera, connettersi a un terminale internet, comprendere o saper disegnare un piano di access, spiegare come si usa un telefono portatile etc. Bisogna che essi sappiano anche leggere, ma non Goethe o Zola. Bisogna che sappiano scrivere, ma che importa se fanno qualche errore. Bisogna che sappiano fare i conti, ma non necessariamente una derivata o un’equazione di secondo grado. Allora a che pro’ pretendere che s’investa in un insegnamento di alto livello per tutti, visto che ormai è chiaro che l’economia non potrà utilizzare più del 20% o 30% di universitari ?

    e ancora:

    III. UNA CATASTROFE EDUCATIVA IN PREPARAZIONE
    Le conseguenze di questa politica educativa sono già ben evidenti. In tutti i paesi, si assiste ad una recrudiscenza delle disuguaglianze sociali nella scuola. Si accresce il fossato tra scuole di elite, centrate sulla preparazione dei figli della borghesia alle “funzioni elevate” che gli spettano per eredità sociale, e le scuole del popolo, le scuole ” pattumiera”, le strutture d’insegnamento tecnico e professionale che si accontentano di comunicare le vaghe competenze “trasversali” e “sociali” che ormai esige l’economia. Nemmeno la massificazione dell’insegnamento secondario è stata realizzata – e ancora, molto parzialmente in numerosi paesi europei – ed ecco che già si abbandonano tutte le promesse di democratizzazione di cui questa massificazione si diceva portatrice; ed ecco che si confinano i bambini del popolo in un insegnamento svuotato della propria sostanza emancipatrice. Nelle formazioni tecniche e professionali, ma anche nella maggior parte dell’insegnamento superiore, l’evoluzione in corso si traduce in una totale subordinazione al controllo e ai diktats emanati dagli ambienti padronali.……
    Contributo di N. Hirtt al seminario « Educazione e globalizzazione in Europa », Forum Sociale Europeo, Londra, 16 ottobre 2004
    traduzione a cura di Paola Capozzi

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