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Fuga dei cervelli? Un mito sfatato a metà

La così detta “fuga dei cervelli” (in inglese “brain drain”) è una delle piaghe che affligge il nostro paese; ed è anche un titolo di richiamo per molti articoli giornalistici; o forse, è solo la seconda cosa. In un servizio per Otto e Mezzo, il programma condotto da Lilli Gruber su La7, Paolo Pagliaro, sulla scorta del demografo Livi Bacci, tenta di sconfessare questo luogo comune, vero feticcio della cultura del “piangersi addosso”. Ma davvero il fenomeno non esiste, in nessuna forma?

 

La settimana scorsa, venerdì sera, durante la cena mi facevo tenere compagnia da Otto e Mezzo, il programma televisivo di approfondimento condotto su La7 da Lilly Gruber.

A un certo punto, come di consueto, la giornalista interrompe i due ospiti per dedicare due minuti al Punto di Paolo Pagliaro.
Pagliaro apre  il servizio dichiarando con ironia che gli “spiace dover mettere in dubbio una delle convinzioni più radicate del piangersi addosso, ma pare proprio che in Italia non sia in atto nessuna fuga dei cervelli”. In studio la conduttrice ed il suo ospite (Carlo Freccero) danno poi per assodato che la fuga dei cervelli sia un luogo comune, uno dei tanti casi di disinformazione che affligge il nostro Paese.

[youtube=https://www.youtube.com/watch?v=r8xWvTJPUTc&start=1748]

 

Tuttavia, la tesi del servizio mi lascia perplesso. Sfatare un luogo comune per non lasciar terreno a piagnistei disinformati è cosa nobile e giusta; tuttavia capita che dietro a certi piagnistei stia una qualche causa fondata di disagio, anche se magari non proprio quella che si suole addurre a difesa delle lacrimucce.

Forse l’entusiasmo falsificazionista di Paolo “Popper” Pagliaro andrebbe ricalibrato.

 

Livi Bacci: non c’è nessuna fuga dei cervelli – o sono io che non la vedo?

Il servizio muove da un articolo pubblicato da Massimo Livi Bacci, professore emerito di demografia all’Università di Firenze e presidente dell’Istituto Demografico italiano.  Confrontando l’articolo al servizio, saltano all’occhio alcune cose:

Primo: Livi Bacci dichiara, sia in testa che in coda al suo articolo, di avere un intento essenzialmente provocatorio. Egli sostiene che i dati attuali non diano ragione di pensare che il c.d. fenomeno della “fuga dei cervelli” abbia le dimensioni che spesso gli siamo soliti attribuire, e ne conclude che il fenomeno vada rivisto e/o che i nostri strumenti per analizzarlo vadano affinati. Insomma, un tono molto meno assertorio di quanto non faccia emergere invece il servizio di Paolo Pagliaro.

Secondo: Livi Bacci (giustamente) invita a mettere da parte l’infelice e ambigua metafora della “fuga dei cervelli” (“Forse che chi emigra con la sola licenza elementare non ha né cervello né talento?”) per porsi la domanda in termini più precisi: “c’è una forte emigrazione di persone giovani, con alti livelli di istruzione, o comunque impegnati in attività e professioni connesse con la ricerca, la scienza, la tecnologia, l’alta formazione?” Le evidenze che esamina per dare una risposta sembrano convergere verso una risposta negativa; prendiamole in esame:

L’ISTAT, in un’indagine sulla mobilità dei dottori di ricerca pubblicata a fine 2011, prende in esame gli spostamenti di oltre 8000 ricercatori addottoratisi in Italia nel 2006 e nel 2009, e ne conclude che a lasciare l’Italia a un anno dal dottorato sono solo poco più del 6,4% dei dottori. Livi Bacci non dice di preciso se siano tanti o pochi, ma propende per la seconda opzione.

Dunque, esamina l’indagine AlmaLaurea sulla condizione lavorativa dei laureati (XIV rapporto), da cui emergerebbe che ad un anno dal conseguimento del titolo di secondo livello solo il 6% degli studenti trova lavoro all’estero –cifra che va ulteriormente ridimensionata al 4% se si escludono coloro che hanno conseguito il titolo in Italia ma provengono da un paese straniero.

Infine, un’analisi di Elsevier mostrerebbe un flusso emigratorio di ricercatori del 5,1% sarebbe compensato da un flusso migratorio del 4,3%, e i dati raccolti dall’UNESCO parlerebbero anche di un numero decrescente di italiani che frequentano università all’estero.

Insomma, nessuna fuga dei cervelli in nessuna fascia di età? Forse no, se ci si limita a considerare il flusso di laureati di secondo livello o di ricercatori già addottoratisi che attraversa le Alpi; ma qualche problemino a cui fare occhio forse c’è, e vale la pena di analizzarlo.

 

Quello che le fonti non dicono…

Primo, l’indagine ISTAT summenzionata tiene conto soltanto di quegli italiani che conseguono il dottorato in Italia e poi si spostano all’estero. Non tiene conto però del numero di studenti nati in Italia che conseguono il loro PhD fuori dal bel Paese; è possibilissimo quindi che molti giovani italiani emigrino già prima del dottorato.

Secondo, l’indagine ISTAT è stata svolta tra fine 2009 e inizio 2010 sui ricercatori che hanno concluso il loro dottorato  nel 2004 e su quelli che lo hanno concluso nel 2006. Se fino ad allora il personale di ruolo nelle università, benché inferiore alla media europea, era in costante aumento, la legge 133/2008 inaugura una stagione (ancora non terminata) di aspri blocchi del turnover; a questi va aggiunta l’inversione di tendenza nell’allocazione delle risorse del FFO, fino al 2009 rimaste in costante seppur lenta crescita. E’ ragionevole pensare che nell’ostile contesto odierno certamente i dottori di ricerca avranno un buon motivo in più per cercare lavoro all’estero, anche se ovviamente non è detto che finiranno per trovarlo.

 

Allargando il campo

Esaminando qualche altre fonte emergono poi altri segnali su cui vale la pena riflettere. Un rapporto del gruppo ASPEN del 2012 dedicato al fenomeno del brain drain concorda sul fatto che, sebbene il flusso di emigranti “altamente qualificati” sia inferiore alla media europea e neanche lontanamente comparabile con le zone più povere del mondo, la percentuale di personale ad “alta qualificazione” (e in particolare di scienziati e ricercatori) sia proporzionalmente maggiore tra gli emigranti che tra coloro che restano. Un esempio notevole è dato dalla proporzione di italiani che lavorano in accademia negli USA sul totale degli emigrati (il paese che riceve la maggior parte dei nostri flussi migratori ad alta qualificazione, circa un terzo): il 20,2%, circa il doppio della media degli emigrati europei (10,4%) e più del triplo della media generale  (6%).

Quel che è peggio però è che questo flusso in uscita, per quanto piccolo, non è compensato da un flusso consistente di personale ad alta qualificazione in entrata; il saldo, negativo, sarebbe di circa 60.000 persone all’anno. Non nuoce mai ricordare uno dei dati più agghiaccianti che emergono dal rapporto Education at a Glance 2012, e cioè che nel 2010 eravamo il 34° paese OCSE per numero di laureati tra 25 e 34 anni (con un 20% circa, contro una media OCSE di quasi il doppio). Aggiungiamo il fatto che il numero di ricercatori per milione di abitanti, stando alla World Bank, si aggira intorno ai 1.700, poco più dell’Ungheria e in generale più simile ai paesi dell’Est Europa che ai paesi industrializzati, che viaggiano sopra i 3.000. E si noti che entrambi questi ultimi dati risalgono a prima che tagli e blocco del turnover cominciassero a produrre effetti. In questo contesto “cedere” più personale qualificato di quanto se ne riesca ad attrarre assume un tono particolarmente grave: per quanto si viaggi su piccoli numeri rispetto alla popolazione italiana totale, il saldo negativo costituisce materia di preoccupazione se raffrontato alla relativa scarsità di persone dotate di titoli di studio di istruzione superiore.

Prendiamo infine in esame una ricerca sulla mobilità dei ricercatori  svolta dal National Bureau of Economic Research nel 2012, su un campione di 17.182 autori di articoli suddivisi in 4settori scientifici (scienze della terra, scienze dei materiali, chimica e biologia) e provenienti da 16 paesi. Benché occorra prudenza nel generalizzare i dati, anche questi sembrano dare l’immagine di un flusso emigratorio dall’Italia non poi così accentuato rispetto ai nostri vicini europei. Fa però male osservare come l’Italia, pur a fronte di questo flusso in uscita piuttosto contenuto, sia solo seconda solo all’India per l’incapacità di attirare ricercatori stranieri.

Inoltre, quando gli è stato domandato quanto fossero propensi a tornare in patria in futuro, i ricercatori italiani si sono assestati al penultimo posto (dopo quelli del Regno Unito) per ammontare di risposte positive, a suggerire che il flusso di emigrazione, almeno nelle intenzioni, è per lo più irreversibile.

 

Una letterina al professor Livi Bacci e al dott. Pagliaro

Tirando le somme, mi azzardo ad ipotizzare che:

(a) che, se per fuga dei cervelli intendevamo parlare di un flusso di ricercatori o comunque di personale qualificato che migra all’estero, fanno bene Livi Bacci e Pagliaro a far notare come non sia poi così marcata (specie in confronto ad altri paesi);

(b)  in ogni caso concordiamo sullo scetticismo di Livi Bacci riguardo a questa definizione, che oltre ad essere vaga suona pure un po’ offensiva per chi non ha titoli d’istruzione elevati;

(c) che fa bene Livi Bacci a ricordarci nel suo articolo che la crisi non è stata solo italiana ma mondiale, ma non tutti in Europa hanno deciso di scaricare l’impatto sull’istruzione: in Italia abbiamo avuto tagli tra i più drastici d’Europa (si veda ad esempio questo rapporto dell’EUA). Occorrerà misurare i danni inferti da Gelmini-Berlusconi e da Profumo-Monti tra qualche anno per verificare se questi non avranno incoraggiato flussi di ricercatori in uscita (e scoraggiato flussi in entrata);

(d) che Paolo Pagliaro ha assolutamente ragione a invitarci a non piangerci addosso; dovrebbe però invitarci anche a trovare delle soluzioni per riaprire le porte dell’accademia italiana, sia agli italiani che agli stranieri. In quanto a questi ultimi, non credo che tenere qualche corso in inglese sarà sufficiente;  né credo che  arrivati a questo punto ci si possa accontentare di fermare i tagli alle università, come hanno promesso alcuni ministri, visto che siamo già al minimo storico del finanziamento. Occorre investire in istruzione, riaprire i rubinetti. Altrimenti, più che di una vistosa fuga dei cervelli dal nostro paese, avremo da rimpiangere una loro progressiva e silenziosa estinzione.

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10 Comments

  1. Giacomo Risitano says:

    Articolo e precisazioni davvero utili. Grazie molte.

  2. Giuliano Antoniciello says:

    Ottimo articolo! Dopo aver visto la trasmissione ero andato a curiosare nell’XI rapporto del CNVSU, ma la questione dei flussi di entrata e uscita non viene approfondita, anzi è trattata sommariamente(http://www.cnvsu.it/_library/downloadfile.asp?id=11778). Altro tema tabù?

  3. Al seguente indirizzo
    http://www.nsf.gov/statistics/infbrief/nsf07324/
    si possono trovare dati sull’immigrazione di “scientists and engineers” negli Stati Uniti. In particolare la Table 2 mostra le percentuali di scienziati ed ingegneri immigrati secondo il paese di origine. L’Italia sembra esportare negli SU meno scienziati ed ingegneri degli altri maggiori paesi europei, meno ancora della Francia. Bisognerebbe studiare bene come sono raccolti questi dati. Ad esempio il mio sospetto è che non includano i ricercatori di medicina, che probabilmente si definiscono medici piuttosto che scienziati.

  4. Un altro elemento che mi parrebbe interessante è quello di capire quanti vorrebbero andarsene dopo il dottorato ma non riescono a farlo. Sarebbe interessante soprattutto per capire la qualità del dottorato nelle università italiane. Mentre può essere facile essere assunti all’estero come dottorandi pur arrivando da un’università più o meno sconosciuta, è in genere molto più difficile emigrare se non si hanno sviluppato dei contatti o prodotto qualcosa. Sul dottorato si sentono, come un po’ per tutto, storie tragiche (dalla carenza di fondi al disinteresse dei relatori), ma non conosco delle valutazioni “oggettive”.

  5. Se il titolo del grafico è giusto (percentage of RESERCHERS that emigrate), e non c’è motivo di pensare che non lo sia, questo studio non tiene conto di una categoria che sembra capitale in Italia: quelli che partono prima di finire gli studii. Ancora non sono ricercatori, quindi non contano qui. Poi ci sono pur quelli che non lo diventano mai ma partono – o restano – cmq all’estero dopo un master o un dottorato; a me sembrano moltissimi; sono cmq “cervelli”, pur se non presi in conto qui. Insomma: questo studio riflette solo une piccola parte del fenomeno di cui parla il titolo dell’articolo, ovvero il famoso “brain drain”.

  6. PaoloMagrassi says:

    Io non ho ben compreso il senso di questo post, che sembra voler criticare il servizio giornalistico ma finisce per confermarlo appieno 🙂

    Secondo ogni evidenza empirica (Lorenzo Beltrame 2007, NSF 2007 citata qui da A. Figà Talamanca, Livi Bacci 2011, Aspen Institute 2012, US NSF Science and Engineering Indicators 2012, http://alturl.com/gduha), la “fuga dei talenti” è una manfrina giornalistica, inaugurata dalla pelosa lettera di Pierluigi Celli nel 2009 e da allora riprodotta noiosamente da persone male informate cacciatrici di luoghi comuni e titillatrici del nostro pernicioso mammismo.

    Non troverete nessuna fonte sociologica o economica seria che attesti la maggiore propensione degli italiani a emigrare. I giovani italiani, con e senza laurea, emigrano meno della media Ocse e persino di quella europea (OECD, International Migration Outlook SOPEMI 2010), e la verità è che essi dovrebbero emigrare di più, per il bene loro e del nostro Paese, perché quei pochi che tornerebbero non potrebbero che contribuire a migliorarlo.

    Il problema che ci contraddistingue è, semmai, la difficoltà di tornare, vista l’ingessatura del sistema Italia, familistico e gerontocratico.

    Un saluto.

    • Il problema che si mette in evidenza e’ la differenza tra IN e OUT nel grafico qui sopra: il problema e’ che da una parte chi va fuori non ha occasioni per tornare e dall’altra parte e’ che gli stranieri in Italia non ci vengono. Sono due facce della stessa medaglia, anche se ognuna ha una la propria peculiariata’: ma se ci fossero anche delle posizioni a cui concorrere … diciamo aiuterebbe.

    • Si tratta solo in parte di due facce della stessa medaglia.
      E’ pur vero, infatti, che se (A) ravvivassimo la nostra università rendendola aperta e concorrenziale e (B) spendessimo di più in R&D scientifica e tecnologica (molto difficile farlo al livello di USA o anche solo UK e F, che hanno spese militari molto superiori alle nostre), da noi tornerebbero ricercatori italiani e verrebbe anche qualche straniero; però teniamo presente che i paesi anglofoni, francofoni o ispanofoni attirano naturalmente più persone, per la semplice e lapalissiana ragione che l’italiano è, nel mondo, molto meno parlato di inglese, francese o spagnolo. Dunque, attenzione ai voli pindarici… Se guardate al grafo sopra, scoprite l’elementare verità che il brain drain è positivo, sostanzialmente, solo nei paesi anglofoni o dove l’inglese si parla dalla nursery (NL, D, ecc).
      [Comunque il servizio giornalistico di LA7 era accurato e si limitava a smitizzare l’imperante e frescaccia mammona dei “talenti in fuga”, :)]

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