Come in qualsiasi racconto, occorre introdurre un antefatto. Nello scorso mese di agosto il Consiglio dei Ministri ha approvato il disegno di legge che reca “Disposizioni in materia di valorizzazione e promozione della ricerca”. La proposta – presentata in Senato a settembre – ha l’obiettivo di una riforma del “pre-ruolo universitario”, con un allineamento agli standard europei. Il progetto – che è stato definito come una duttile “cassetta degli strumenti” offerta agli Atenei – potrebbe tradursi in un formidabile mezzo per prolungare il pre-ruolo, o per dare un taglio al precariato storico.  Il nuovo percorso post laurea prevede una ricca tipologia di figure. Coloro che possiedono un titolo di “dottore di ricerca” e gli specializzati di area medica possono aspirare ai contratti “post-doc”, con una durata massima di tre anni. Si tratta di una figura aggiuntiva e non sostitutiva dell’istituto del “contratto di ricerca”, che è attualmente “congelato”, in quanto soggetto a contrattazione sindacale. Sono, poi, previste altre due posizioni:  Assistente di ricerca junior, pensato per neolaureati magistrali; Assistente di ricerca senior, disegnato per dottori di ricerca o specializzati di area medica, che abbiano acquisito il titolo da non più di sei anni. Infine, è prevista la possibilità di stipulare contratti per  “professori aggiunti”. La selezione avverrebbe su proposta del Rettore al Consiglio di Amministrazione, e la figura andrebbe individuata tra gli “esperti” di alta qualificazione. Si tratta, quindi, di un incarico diretto, rinnovabile fino a tre anni, senza una procedura selettiva e comparativa. La retribuzione del “professore aggiunto” è determinata in autonomia da ciascuna istituzione (= discrezionale). Nessuna delle nuove figure acquisisce diritti in merito alla stabilizzazione. L’ingresso in ruolo prevede almeno un altro passaggio, ossia il concorso per la posizione da ricercatore a tempo determinato in tenure track (RTT) o il concorso diretto per la posizione di Professore associato.

Attualmente il 40% del personale impegnato in attività di docenza e ricerca è costituito da oltre 20 mila assegnisti di ricerca e da ca. 9 mila ricercatori a tempo determinato (RTDa). Nella media italiana, si arriva alla posizione di professore associato, ossia al contratto di lavoro a tempo indeterminato, dopo i 40 anni. Le recenti proposte, eliminando gli assegni di ricerca (prorogati fino al 31 dicembre 2024), ridimensionando il turnover (-25%), creano incertezza sul reclutamento e pongono severi dubbi sulla stabilizzazione degli attuali ricercatori precari. Molti di loro hanno già dimostrato di possedere requisiti di eccellenza, tramite l’abilitazione scientifica nazionale e affrontando concorsi selettivi. Dietro ai numeri, poi, ci sono saperi, competenze acquisite, e innegabili fattori di giustizia sociale.

Non basta. Con una tempistica sorprendente, ad agosto 2024 è stato introdotto l’adeguamento Istat degli stipendi dei docenti universitari (+4,8%), ma la spesa aggiuntiva (ca. 215 milioni) è stata posta a carico degli Atenei. Nel mese di settembre il decreto ministeriale di assegnazione del  Fondo di finanziamento ordinario (FFO) ha ridotto di ca. 173 milioni i trasferimenti alle Università e, pur confermando il Piano straordinario di reclutamento 2024 (= 340 milioni), non ha assegnato le coperture aggiuntive per realizzarlo. L’insieme combinato produce un effetto a tenaglia e impatta sul sistema universitario pubblico, che si trova di fronte a un considerevole difetto di risorse, quando l’anno volge al termine. Molte università hanno già avviato le procedure del Piano straordinario 2024 e ora sono a metà del percorso, o lo hanno terminato, con la presa di servizio dei vincitori che rischia di slittare di molti mesi. Come risolvere il problema della contrazione dei fondi? Annullare i rinnovi dei contratti Rtda (che prevedono 3+2 anni)? Congelare le procedure di reclutamento? Tutto si può fare, ma come si potrà garantire la didattica erogata, visto che i paletti ministeriali per l’accreditamento dei Corsi di studio sono ferrei? Questa manovra rende incerto il futuro dell’università pubblica e rende più precaria la carriera di chi stava già traguardando l’orizzonte del posto di lavoro, magari dopo 8/10 anni di pre-ruolo.  La domanda finale è perché? Si tratta di un danno collaterale inatteso, oppure è la premeditazione di un delitto perfetto? Qualunque sia la risposta, emerge l’esigenza di una solidarietà verso il mondo dei ricercatori precari, che sono le  vittime storiche di ogni riforma. Resta l’aspettativa del dialogo e che ci sia volontà di intervenire sulla manovra finanziaria.

 

Fabrizio Benente

Prorettore alla terza missione/impatto sociale

Università degli Studi di Genova

(Pubblicato su Il Fatto Quotidiano 16.12.2024)