Pubblichiamo il Prologo del libro Francesco Pallante “Spezzare l’Italia Le regioni come minaccia all’unità del Paese”

 

Uno scenario a breve scadenza: Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna – le regioni piú ricche del Paese, che insieme valgono il 40 per cento del Pil nazionale – mettono fine call’unità d’Italia. Sanità, istruzione, musei, giustizia di pace, lavoro, sostegno alle imprese,
trasporti, strade e autostrade, ferrovie, porti e aeroporti, paesaggio, ambiente, laghi e fiumi, rifiuti, edilizia, energia, enti locali passano integralmente alla competenza delle tre regioni. Il Veneto acquisisce la laguna di Venezia. La Lombardia il controllo del sistema universitario. L’Emilia- Romagna tutti i musei presenti nella regione. Gli insegnanti diventano dipendenti regionali; le grandi reti infrastrutturali sono frammentate e ripensate dando priorità alle esigenze del sistema economico locale; comuni e province perdono autonomia e si trasformano in enti nella disponibilità delle regioni. Lo Stato si ritrova privo delle leve essenziali per realizzare politiche sociali, culturali, ambientali, economiche di respiro nazionale. L’amministrazione pubblica è disarticolata a causa della variabilità delle competenze, che in alcuni territori diventano regionali, in altri rimangono statali. Le imprese sono chiamate a fare i conti con una frammentazione normativa e amministrativa che complica le loro attività.

La solidarietà nazionale va in frantumi: assieme alle nuove competenze – individuate tra le oltre cinquecento funzioni attualmente gestite dallo Stato in ventitre materie – le tre regioni ottengono le risorse necessarie a esercitarle, calcolate a partire dal gettito fiscale generato sul loro territorio, senza compensazioni perequative. Nel Paese europeo segnato dalla maggiore diseguaglianza interna, un’enorme quantità di ricchezza (oltre 75 miliardi di euro all’anno) si sposta dai territori piú indigenti a quelli piú benestanti. Come se non bastasse, una volta assegnate le nuove competenze alle regioni, è pressoché impossibile tornare indietro senza il consenso delle regioni stesse, dal momento che la procedura esclude iniziative unilaterali dello Stato e rende oltremodo complicato, se non impossibile, il referendum abrogativo. Il tutto, senza nemmeno il fastidio di dover cambiare la Costituzione. Com’è stato possibile arrivare a tanto? È chiaro che siamo al compimento, sotto mentite spoglie, dello storico disegno secessionista della Lega. Ma, com’è successo che una rivendicazione di parte, vocata al culto delle piccole patrie, venata da pulsioni razziste, segnata da egoismi territoriali, alimentata da avidità economica, sorretta da ridicoli rituali – la Padania, i celti, Alberto da Giussano, le ampolle del dio Po, il “pratone” di Pontida – sia divenuta una questione nazionale capace di mettere in scacco la tenuta dell’unità del Paese? E che cosa ci fa, assieme al Veneto e alla Lombardia, l’Emilia-Romagna, storica roccaforte del Partito democratico? Di piú. Com’è pensabile che le preoccupazioni unanimemente sollevate da Banca d’Italia, Confindustria, Ufficio parlamentare di bilancio, Svimez – tutti contrari all’ulteriore incremento delle competenze regionali – siano lasciate cadere nel vuoto dal sistema politico? E com’è accaduto che il disastro regionale nella gestione della pandemia da Covid-19 non abbia innescato alcuna riflessione sul regionalismo e i suoi eccessi e abbia, anzi, finito per rilanciarlo sino alla sfida finale? All’origine di questo libro c’è l’urgenza di cercare una risposta a tali domande. Di provare a capire come si sia prodotto lo scivolamento, lento ma costante, apparentemente inarrestabile, verso il baratro che oggi si spalanca innanzi ai nostri piedi. E di tentare di individuare un possibile ancoraggio a cui aggrapparci, per impedire la caduta e avviare la risalita verso sponde piú sicure.

Le regioni non sono un male. Ma nemmeno un bene. Sono – devono essere – istituzioni rivolte, come tutte le istituzioni che compongono la Repubblica, al conseguimento dell’obiettivo ultimo della Costituzione: il pieno sviluppo della persona umana, condizione necessaria affinché tutti possano effettivamente partecipare alla vita politica, economica e sociale del Paese. Ciò che sancisce il secondo comma dell’articolo 3. E se, nel disegno costituzionale, nemmeno la realizzazione piú compiuta di noi stessi è uno scopo in sé, ma un ponte verso la partecipazione consapevole di ciascuno alla vita collettiva, figurarsi se può esserlo l’accrescimento del potere di un ente territoriale qual è la regione. Dalla prospettiva della Costituzione, gli appetiti della classe politica regionale sono un fine del tutto irrilevante. È ora di prendere atto che, spinto al limite del secessionismo, il  regionalismo ha peggiorato lo Stato senza migliorare le regioni. E, attraverso la confusione delle competenze, ha complicato e indebolito il sistema costituzionale complessivo, oltre ogni ragionevolezza. Sino al punto di mettere in discussione la tenuta della cittadinanza nazionale, oggi in procinto di esplodere in tante micro-cittadinanze regionali. Proseguire lungo questa strada è da irresponsabili. L’espansione incontrollata dei poteri regionali va fermata e le regioni devono tornare a essere strumenti al servizio della Repubblica e del suo disegno di emancipazione di tutti i cittadini: a prescindere dal territorio di residenza.

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