Con il disegno di legge recante “Disposizioni in materia di valorizzazione e promozione della ricerca” il governo realizza finalmente il sogno dei rettori e dei tanti eccellenti Principal Investigator (PI) che affollano le università italiane: permettere il reclutamento di manodopera qualificata, flessibile e a basso costo, nel migliore dei casi senza neanche dover passare da procedure di concorso. [Con il testo completo]

La logica è la stessa usata in ormai un trentennio di politiche del lavoro in Italia, dal Pacchetto Treu al Jobs act: moltiplicare le forme contrattuali in modo tale da fornire un menu di contratti ai datori di lavoro, in questo caso le università italiane, che possano usarlo per ridurre i costi del lavoro e avere a disposizione manodopera facilmente sostituibile. Come dice la Ministra Bernini in persona, “Si tratta di una vera e propria cassetta degli attrezzi“.

Ai contratti di ricerca vigenti si affiancano altre 5 figure professionali tutte più flessibili e meno costose. Non è quindi difficile prevedere che i contratti di ricerca finiranno di fatto su un binario morto. Il contratto postdoc, quello che più gli somiglia, ha alcuni indubitabili vantaggi rispetto al contratto di ricerca: 1) prevede una maggiore flessibilità di compiti, compresi la didattica e la terza missione; 2) può essere stipulato anche in assenza di uno specifico progetto di ricerca; 3) ha una durata annuale e non richiede quindi un impegno finanziario iniziale biennale, permettendo una più efficace messa in prova del post-doc; 4) ha costi definiti dal ministero e non è soggetto alla contrattazione collettiva.

Ciò che verosimilmente scaccerà dal mercato anche il contratto post-doc saranno le borse di assistenza all’attività di ricerca: finalmente i Principal Investigators italiani potranno dire di avere anche formalmente i loro Research Assistant. Stessa flessibilità di durata del contratto post-doc, stessa flessibilità di uso, costi sicuramente molto inferiori: la remunerazione è sotto forma di borsa di studio il cui importo è definito dal ministero. E soprattutto, in caso di finanziamento su bandi competitivi, il PI può scegliere chi vuole senza ricorso ad una bando di selezione. L’ambiguità del testo del disegno di legge non pare escludere che un PI possa coltivarsi l’assistente per 3 anni come assistente junior, cui seguiranno 3 anni di assistente senior.

Per lavoretti saltuari e meno impegnativi si potrà ricorrere infine alla collaborazione da parte degli studenti.

Last but not least, i contratti per professore aggiunto: le università potranno finalmente ricorrere senza vincoli a reclutare personale esterno per la didattica che avrà in cambio un titolo ambito di prof. da far scrivere sulla carta intestata e far valere nelle parcelle per i propri clienti.

Con questo disegno di legge si chiude il cerchio della precarizzazione dell’avviamento alla ricerca e si avvera il sogno dei baroni (oops, forse dovevamo scrivere PI) di avere a disposizione personale qualificato a basso costo completamente subordinato e ricattabile.

Questa norma appare come la reazione congiunta di rettori e baroni all’intervento normativo 79/2022 che abolisce l’assegno di ricerca e lo sostituisce con una figura assai più costosa senza prevedere risorse aggiuntive. Non era difficile prevedere che quella fuga in avanti – utile più per piantare bandierine sindacali (contratto collettivo per le fasi iniziali della ricerca) e personali – avrebbe provocato la reazione di un sistema universitario la cui produttività dipende dallo sfruttamento sistematico di lavoro qualificato precario. La reazione è arrivata. E i baroni sono soddisfatti. Basta vedere le reazioni di plauso.

Ovviamente anche i rettori sono soddisfatti. Tanto più che il governo ha concesso loro un aiutino per il pagamento degli stipendi, sottraendolo dai soldi per il reclutamento di nuovi ricercatori. Le nuove assunzioni possono attendere ora che la Ministra ha messo a disposizione una versatile “cassetta degli attrezzi” (sic) da cui pescare il contratto precario che più si adatta a ogni tipo di necessità.

 

DDL valorizzazione ricerca

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Immagine di copertina: “Saldi di fine Repubblica” by mcalamelli is licensed under CC BY-SA 2.0.

3 Commenti

  1. Io sono un PI (“barone”? ma quando mai!) e non sono PER NULLA soddisfatto di quanto proposto in questo disegno di legge.
    I miei begli assegni di ricerca e le mie ancor più amate borse di ricerca sono scomparsi.
    Costavano poco (poichè non erano gravati da IRPEF, IRAP, INAIL ed altri orpelli vari) e remuneravano molto bene i miei precari.
    Gli assegni di ricerca pagavano solo l’INPS, le borse di ricerca neanche quello (lordo=netto percepito dal borsista, favolose).
    Entrambe le forme consentivano una buona flessibilità retributiva, rendendole attrattive anche per ricercatori di elevata competenza, come sono i miei allievi, i quali restano nella ns. Università solo se li paghi adeguatamente.
    Qui a Parma gli assegni erano su 7 fasce (le prime due in disuso da anni), la maggiore consentiva di pagare i bravi ricercatori in misura decente, con un costo lordo annuo di circa 37151 euro, che si traduceva in un netto percepito, tolto il gravame INPS, di circa 26598 euro, cioè una busta paga mensile di 2216 euro.
    Le borse di ricerca sono ancora più flessibili, non avendo alcun importo predefinito, nè minimo nè massimo. Essendo prive di gravame INPS mi hanno consentito, in questi anni, con costi ragionevolissimi, di riuscire a trattenere personale di altissima qualificazione, ricercatori senior che ormai hanno esaurito la durata massima dell’assegno di ricerca, ovviamente erogando borse con importo mensile molto alto, sino a 3000 eur/mese.
    Ci si potrebbe chiedere perchè questi ricercatori senior di altissima preparazione non hanno avuto accesso a posizioni RTD-A o RTD-B, ma questo dipende dalla premessa (NON sono un barone, e quindi il mio Dipartimento non mette a disposizone alcun punto organico per i miei collaboratori).
    Ovviamente molti altri bravi ricercatori li ho perduti: han fatto prestigiose carriere universitarie all’estero, oppure sono stati assunti con stipendi adeguati dalle numerose aziende ad alto sviluppo tecnolologio della mia zona.
    La situazione pregressa non era ovviametne ottimale, sarebbe stato bello poter stabilizzare con un posto di ruolo alcuni dei miei assistenti. Tuttavia, nell’impossibilità di ottenere questo risultato, con assegni e borse si tirava avanti senza problemi.
    Ora con questa riforma vedo solo forme contrattuali gravate da IRPEF e da altri cospicui carichi previdenziali ed assistenziali, che apriranno la forbice fra costo del contratto e netto percepito.
    Da un lato, a parità di risorse disponibili, sarò costretto inevitabilmente a ridurre il numero di assistenti che posso ingaggiare. Dall’altro lato, il netto percepito è destinato a ridursi parecchio rispetto alle retribuzioni medie dei membri del mio staff. E questo convincerà molti di loro che è il momento di lasciare la nave…
    In conclusione, non mi sembra che la Ministra abbia centrato il succo del problema, ovvero abbattere il rapporto fra costo del contratto ed importo netto percepito.
    Tuttavia, sia nel testo del disegno di legge che nell’articolo pubblicato manca una seria analisi delle cifre in gioco per ciascun tipo di contratto.
    In assenza di cifre esatte, diventa difficile valutare la convenienza delle varie forme contrattuali proposte.
    Per fare un confronto serio, nella tabella di raffronto andrebbero evidenziate anche le caratteristiche ed i costi/benefici degli attuali assegni e borse di ricerca, che pare francamente impossibile poter superare in termini di efficacia economica e di flessibilità.

  2. il rapporto tra strutturato e precario si presta a diverse interpretazioni, un po’ come il rapporto di coppia tra un partner ricco e uno povero. il ricco pensa “starà mica con me per i soldi?”, mentre il povero pensa “e se si stufa e mi lascia?”. quindi la parità non c’è mai e se lo strutturato non è più che serio potrebbe stancarsi dell’”assistente” (che però è un brutto termine…) e per un nonnulla non rinnovargli il contratto, mentre il precario, come biasimarlo, sfrutta borse e assegni e intanto si guarda intorno…
    quanta tristezza.

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