La violenza dell’attacco senza precedenti di Hamas contro Israele, seguito dalla risposta di Tsahal nella Striscia di Gaza, ha scatenato reazioni intense nella maggior parte dei campus universitari americani. Dal 7 ottobre, gli studenti esprimono le loro opinioni, si confrontano, si oppongono apertamente e manifestano.

Questa polarizzazione ha riportato la questione israelo-palestinese al centro dell’attenzione, mettendo i dirigenti universitari in una posizione delicata: devono costantemente arbitrare tra la tutela della libertà di espressione e della sicurezza, mantenendo al contempo buone relazioni con i donatori, che rappresentano una delle principali fonti di finanziamento degli istituti di istruzione superiore negli Stati Uniti.

Tensioni nel campus
All’inizio di novembre, alla Brown University di Providence, Rhode Island, la polizia ha arrestato i membri del collettivo “Jews for Ceasefire Now” che stavano inscenando un sit-in nell’ufficio del presidente, chiedendo che l’università ritirasse il suo sostegno finanziario alle aziende coinvolte nel conflitto, in particolare a quelle che facilitano l’occupazione dei territori palestinesi. Questa richiesta fa parte del più ampio movimento BDS (Boycott Divestment Sanctions), che dal 2005 mobilita regolarmente gli studenti nei campus universitari americani.

 

Qualche giorno fa, alla Columbia, due associazioni studentesche filo-palestinesi sono state sospese per aver organizzato un raduno non autorizzato, in violazione della politica sullo svolgimento di eventi nel campus. La decisione ha scatenato critiche e dibattiti sulla censura e sulla difesa della libertà accademica e di espressione. “Jewish Voice for Peace, un’organizzazione autodefinitasi antisionista, ha reagito alla sospensione della Columbia denunciandola come un attacco alla libertà di espressione. Anche la sezione di New York del Council on American-Islamic Relations ha criticato la decisione, descrivendola come un giro di vite sulle voci pro-palestinesi nel campus.

Ad Harvard, come in molte altre università, sono scoppiate proteste, seguite da contro-dimostrazioni, che hanno evidenziato le divisioni all’interno della comunità studentesca e la crescente complessità di gestire il confronto di una pluralità di opinioni in un ambiente accademico.

Reazioni politiche
Le tensioni si stanno diffondendo oltre i campus, provocando reazioni politiche. Numerosi rappresentanti eletti repubblicani hanno preso di mira le condanne di Israele nelle università, minacciando di sospendere i sussidi federali se gli amministratori universitari non limiteranno l’attivismo a favore dei diritti dei palestinesi.

Il senatore Tim Scott, candidato repubblicano alle presidenziali del 2024, ha presentato a ottobre una proposta di legge per congelare i finanziamenti federali per le università che “spacciano antisemitismo”, citando come esempio lo svolgimento di un festival di letteratura palestinese all’Università della Pennsylvania.

Allo stesso modo, la Florida State University Network ha invitato le istituzioni sotto la sua autorità a sciogliere le sezioni del gruppo Students for Justice in Palestine (SJP) a causa dei suoi presunti legami con “gruppi terroristici”. La decisione sarebbe stata presa dopo aver consultato il governatore della Florida Ron DeSantis, che è anche un candidato repubblicano alla presidenza.

Queste posizioni sollevano forti preoccupazioni sulla libertà accademica e hanno spinto l’American Civil Liberties Union (ACLU) a pubblicare una lettera aperta ai dirigenti universitari, invitandoli a proteggere la libertà di espressione e a denunciare i tentativi di sciogliere o mettere a tacere le associazioni.

Gli studenti sentono le ripercussioni di questa crisi, con un aumento delle minacce online, delle tattiche di bullismo e del “doxxing”, una nuova pratica di divulgazione pubblica di informazioni personali, spesso online.

Alcuni studenti temono anche che il loro coinvolgimento possa compromettere le loro prospettive di carriera. Ad esempio, un professore di legge dell’Università della California a Berkeley ha firmato un articolo sul Wall Street Journal in cui chiedeva di non assumere gli studenti di legge che avessero criticato il sionismo nell’ambito del loro attivismo. Gli incidenti antisemiti, le critiche a Israele e i dibattiti divisivi sul sostegno ai palestinesi alimentano le divisioni nei campus.

Il peso dei donatori
Negli Stati Uniti, forse più che altrove, i dirigenti universitari si trovano di fronte a dilemmi complessi. Le loro dichiarazioni ufficiali, cruciali e delicate, sono esaminate non solo dagli studenti e dai media, ma anche dai donatori. Alcuni mecenati hanno reagito in modo inaspettato, criticando apertamente i presidenti delle università per le loro posizioni percepite come non sufficientemente ferme nei confronti della violenza perpetrata da Hamas.

All’Università della Pennsylvania, la presidente Liz Magill è stata ripudiata per aver autorizzato la partecipazione e l’espressione di personalità considerate antisemite – in particolare Roger Waters, l’ex leader del gruppo rock Pink Floyd – durante il festival letterario “Palestine Writes”, il che ha portato alle dimissioni di diversi membri del consiglio di amministrazione e a una reazione a catena di proteste da parte dei donatori.

La sfida di conciliare la libertà accademica e le aspettative dei donatori non risparmia nessuna istituzione. Anche Harvard è stata sotto i riflettori, a seguito di una lettera aperta firmata da numerose organizzazioni studentesche e pubblicata sui social network la sera del 7 ottobre, in cui si accusava Israele di essere responsabile delle violenze in corso.

L’indignazione è esplosa per il silenzio della presidente di Harvard, Claudine Gay, che pochi giorni dopo ha condannato la lettera. Personaggi influenti come l’ex presidente dell’università (e segretario al Tesoro degli Stati Uniti dal 1999 al 2001 sotto Bill Clinton) Lawrence Summers e i senatori repubblicani Ted Cruz e Mitt Romney (entrambi ex alunni di Harvard) hanno chiesto misure più severe contro l’antisemitismo, sottolineando il rischio di mettere in pericolo gli studenti ebrei.

Anche la Casa Bianca sta esprimendo preoccupazione per l’allarmante aumento di atti antisemiti nelle scuole e nelle università. Nonostante le misure attualmente in vigore, gli studenti identificati come ebrei o filopalestinesi stanno affrontando gravi minacce, che hanno portato alcuni a barricarsi in casa e a frequentare le lezioni a distanza.

A seguito della lettera aperta e della tardiva reazione di Claudine Gay, e a causa delle preoccupazioni per un possibile aumento dell’antisemitismo nel campus, Harvard ha perso alcuni importanti donatori, tra cui la Fondazione Wexner, che tradizionalmente sostiene l’accesso ai programmi della Kennedy School per i futuri leader della comunità ebraica americana e di Israele attraverso borse di studio (oltre 2 milioni di dollari nel 2021). Un ex alunno di Harvard, il miliardario Ken Griffin, ha chiesto una risposta più ferma da parte dei dirigenti della sua alma mater, senza tagliare il suo sostegno finanziario, che è salito a 300 milioni di dollari per il 2023.

A livello più strutturale, le organizzazioni ebraiche, le fondazioni familiari e le federazioni del Nord America, soprattutto degli Stati Uniti, sono tradizionalmente tra i maggiori donatori di organizzazioni no-profit in Israele e sono quindi particolarmente sensibili agli sviluppi dell’antisemitismo nella società americana in generale e nei campus in particolare.

Dato il modello economico delle principali università di ricerca americane, che dipendono essenzialmente dalle entrate derivanti dalle dotazioni e dalle sponsorizzazioni, i donatori esercitano un’influenza crescente, il che solleva interrogativi sulla garanzia della libertà accademica e della libertà di espressione nei campus.

Nuovi interrogativi sul ruolo dei filantropi nell’istruzione superiore

Il contesto geopolitico internazionale ha portato alla riapertura negli Stati Uniti di dibattiti sui legami tra istruzione superiore e democrazia che in precedenza si erano concentrati sul cosiddetto pensiero decoloniale (e sui fenomeni della “cultura dell’annullamento” e del wokismo) o erano rimasti confinati in circoli intellettuali minoritari.

Alcuni accademici, tra cui il filosofo Robert Reich, lo storico Gregory Mann e la sezione dell’Università della Pennsylvania dell’American Association of University Professors, si sono espressi pubblicamente, sostenendo che i filantropi non dovrebbero guidare le politiche degli istituti di istruzione superiore e di ricerca e sottolineando l’importanza dell’indipendenza accademica.

Il nuovo conflitto in Israele, Gaza e Cisgiordania sta mettendo a dura prova la governance dei campus e l’impegno dei donatori. L’equilibrio tra finanziamenti e indipendenza accademica si sta rivelando più cruciale che mai, ricordandoci ancora una volta la fragilità dei meccanismi per preservare la libertà accademica di fronte alle pressioni esterne.

(Fonte originale The Conversation)

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